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Alessandro Minetto
L’arte dello swing
Jazz Life

Alessandro Minetto<br/>L’arte dello swing<br/>Jazz Life

25 dicembre 2019

Per la rubrica Jazz Life il protagonista di oggi è Alessandro Minetto

Nome e cognome: Alessandro Minetto
Data di nascita: 23 giugno 1969
Strumento: batteria

Pagina facebook: https://www.facebook.com/AlessandroMinetto

Che caratteristiche specifiche ha la tua attività professionale? 
Lavoro come musicista free lance e in gruppi consolidati in ambito jazz soul e gospel. Negli ultimi anni ha preso piede un’intensa attività di insegnamento.

Come si distingue il tuo lavoro dagli altri?
Quando sono in giro per l’Italia le fantastiche due ore di concerto sono spesso precedute da lunghi, stancanti e a volte anche scomodi viaggi. Dopo il concerto spesso non si torna a casa, si dorme in albergo. Ovvietà per molti… certamente questo lavoro mi riserva diversi benefici come conoscere luoghi e persone fantastiche, collaborare con artisti meravigliosi, avere riconoscimenti dal pubblico, cosa che fa sempre bene al morale e all’anima.

Quando insegno batteria il mio lavoro è comparabile a quello di un qualsiasi insegnate ad eccezione del fatto che le mie lezioni sono quasi sempre individuali. Amo insegnare, specialmente con chi si avvicina alla musica per passione o desidera diventare un musicista professionista. Mi piace dipanare dubbi, sbloccare rigidità, analizzare la musica e vedere i risultati che ottengono gli allievi di qualsiasi livello.

Come è cambiato il tuo mestiere, davanti ai tuoi occhi, nel corso degli anni?
Oggi c’è una sproporzione tra offerta e domanda, troppa gente che suona, anche molto preparata tecnicamente e agguerrita nel business. Pochi anche gli spazi per esibirsi in condizioni decenti. Questa situazione  ha determinato, assieme ad altre cause, un drastico abbassamento delle paghe per chi non è in un circuito di rilievo. L’aumento del livello tecnico dei musicisti non sempre va di pari passo con quello artistico, spesso manca un po’ di anima nella musica di oggi.

Quali obiettivi sociali, culturali e artistici ti sei posto?
Cerco di suonare con feeling. Amo la musica quando è immediata, quando arriva al cuore da subito. Alcuni possono pensare che sia superficiale ma non è così. Di fronte al pubblico hai una responsabilità, se non va via più felice di quando è entrato, per  quanto tu sia bravo nelle tue acrobazie di jazzista, hai fallito. A volte la ricerca ci spinge ad esagerare con virtuosismi o forme complesse che spesso lasciano solo una momentanea sensazione di stupore e di spavento in chi ascolta. I grandi del passato come Davis, Parker Coltrane, Ellington… you name it, hanno ancora molto da insegnarci a proposito.

Come gestisci la tua carriera? Hai un team che ti affianca o sei da solo?
Non per me personalmente, con il trio Spiritual abbiamo il prezioso sostegno di Giovanna Mascetti.

Quali problemi hai riscontrato nel corso della tua carriera? Che cosa ti piace di più del tuo mestiere, e cosa di meno?
Sono uno dei più fortunati della mia generazione. Non voglio assolutamente dire di non aver sudato e sanguinato, anzi… quando ho cominciato pensavo fosse più facile, tutt’ora nonostante la mia fortuna, vorrei che lo fosse.

Spesso la situazione difficile crea dinamiche antipatiche nella comunità musicale, operatori e giornalisti inclusi. In questo mondo influenzato dai social c’è molta mistificazione. E una società dove la cosa più importante è vendere, questo è ovvio ma pur sempre doloroso per un artista.

Per fortuna ci sono rapporti umani impagabili, musicisti amici con cui crescere e migliorarsi in ogni aspetto musicale ed umano, apprendendo, sperimentando, condividendo musica e vita.

Come ti poni davanti al mercato internazionale? Lo consideri un’opportunità rilevante? Come ti stai muovendo? Hai già avuto esperienze positive? Quanto incide, nella tua economia, il mercato internazionale?
Anche qui la fortuna, pur sostenuta da una considerevole mole di lavoro, ha giocato un grande ruolo nella mia carriera. A volte mi sono impegnato in prima persona per suonare all’estero ottenendo risultati apprezzabili ma devo ringraziare soprattutto alcuni musicisti come Gledison Zabote, Alberto Marsico, Guido Scategni, Fulvio Albano, Jonathan Gee, Fabrizio Bosso con l’infaticabile supporto di Giovanna Mascetti, per avermi dato l’opportunità di viaggiare ed esibirmi in altri paesi d’Europa, Asia  e Sudamerica.

Nel mestiere di musicista nulla è scontato, non esiste il posto fisso e per rispondere alla domanda, il mercato estero incide positivamente quando c’è! Dipende dal momento che stai vivendo, dalle collaborazioni o dal tuo management. Tutto cambia continuamente, anche per i musicisti più affermati.

A fianco della tua attività artistica ne affianchi anche altre [promoter, direttore artistic, booking agency, didattica, autore di libri-metodi didattici]?
Come ho gia detto, svolgo un’intensa attività di insegnamento. Lavoro presso i corsi di formazione musicale della Città di Torino e presso il CDMI di Moncalieri del Maestro Ugo Viola. Ho la bozza di un libro pronta da anni ma non l’ho mai pubblicato. Devo decidermi! Ho svolto attività di direttore artistico per alcuni anni in club cittadini e ho organizzato diversi tour in collaborazione con Paolo Benedettini e con Danilo Gallo. Non credo di essere affatto portato per fare il promoter o il direttore artistico, non per via delle scelte artistiche ma per l’aspetto logistico / organizzativo / burocratico che gestisco a fatica. Risultato: ho abbandonato questo aspetto della mia professione. In passato per arrotondare ho comprato strumenti vintage deteriorati, li ho restaurati e rivenduti ma ci sono due problemi: è un lavoro che richiede un sacco di tempo e a volte competenze superiori alle mie; in secondo luogo tendo ad innamorarmi degli strumenti che restauro e faccio fatica a separarmene, perciò ho smesso anche questa attività. Ora promuovo gli strumenti di cui sono endorser, ho finalmente trovato piatti, tamburi e bacchette che soddisfano in pieno i miei gusti e le mie esigenze.

Dedichi tempo, professionalmente, ai social? E se sì, quanto tempo e su quali social (Facebook, Twitter, Instagram)? Quanto pensi siano rilevanti ai fini della tua notorietà e della tua professione? Hai una pagina personale/privata e una artistica/pubblica?
Perdo molto tempo sui social! Mi riprometto di usarli solo per ciò che è utile alla mia carriera, ai followers o alla ristretta rete di amici veri che incontro anche nel mondo digitale ma poi cado nel vortice molto facilmente. In linea di massima è un mondo di gossip e di vendita di prodotti con l’aggravante che ognuno vede il suo stream e quindi viene bombardato da ciò che il mercato, che siamo anche noi, o l’algoritmo ritenga opportuno che veda. Io cerco di seguire le pagine più disparate, anche quelle che non mi trovano completamente d’accordo, un po’ per farmi i fatti degli altri (haha!!) un po’ per non avere una visione mono del mondo virtuale.
È sicuramente utile alla propria promozione essere sui social, oserei dire indispensabile, attualmente. Usati con moderazione e cognizione di causa sono di grande aiuto specialmente ai musicisti,  ma il rischio è sempre quello di dare più immagine che sostanza. La figura dell’influencer mi fa orrore.

Come gestisci la tua comunicazione all’esterno? Fai attenzione a non parlare di politica, calcio, vita privata oppure ti senti libero di scegliere linguaggi e argomenti?
Cerco di farci attenzione ma ogni tanto qualche scivolone l’ho preso.

Videoclip, riprese live? Hai un tuo canale youtube?
Si, mal gestito. Appena ho tempo lo metto a posto

Quanto tempo dedichi all’aggiornamento del tuo web? Lo ritieni ancora uno strumento valido? In che stato economico versa il jazz italiano, dal tuo punto di vista? Cosa funziona, e cosa non funziona? Cosa ne pensi di ciò che sta accadendo nella discografia?
Aggiorno la mia pagina quando ho concerti in programma, non ho tempo di fare tutto perciò la mia pagina ha preso il posto della mia mailing list. Sì, il web è uno strumento di una certa efficacia. Non ho un website, la pagina fb è sicuramente più seguita di un sito.
Il jazz italiano, specie a livello locale, soffre l’economia globale. Se non ci sono sovvenzioni statali alla musica se non per pochi, non c’è molto da sperare. Serve sostegno ai musicisti ma anche e soprattutto ai club meritevoli, quelli che investono in musica con impegno.

Ha ancora senso parlare di CD? Hai dei modelli specifici che riconosci “di qualità” non tanto sul fronte artistico ma su quello del music business?
Il CD ha ancora un senso per il pubblico che lo chiede dopo un concerto. In quel momento è molto importante averne uno! Una persona che ti ha appena ascoltato ti ha apprezzato e vuole portar via con se un pezzetto di quella sensazione!
Per il resto del mercato, non ho una percezione esatta: so che alcuni fan hanno comprato il CD su Amazon, altri hanno scaricato singoli brani da iTunes, ma non saprei quantificare ora, soprattutto perché suono in diversi gruppi che hanno inciso dischi e non hanno tutti la stessa visibilità. Con gli Icefire Quartet, con un lavoro sinergico guidato soprattutto da Matteo Piras, abbiamo promosso il CD omonimo (uscito recentemente per la ABeat),sul web e abbiamo ottenuto risultati apprezzabili, il tutto senza un management alle spalle, cosa che auguro al gruppo di avere presto, vista l’alta qualità dei musicisti e della musica prodotta.

Per quanto riguarda il nuovo cd “Someday” del trio Spiritual di Fabrizio Bosso la cosa è differente. È uscito per la Warner, abbiamo un management, un ufficio stampa e Fabrizio è un personaggio fondamentale del jazz italiano e internazionale. È pur sempre durante i concerti che il CD viene desiderato e richiesto di più.

Con altri meritevoli gruppi ho inciso musica bellissima ma le vendite hanno avuto meno fortuna, vorrei citare il CD “Beginner’s state of mind” di Paolo Porta, uno dei miei preferiti, che meriterebbe a mio avviso più visibilità.

Come ti poni davanti ai finanziamenti pubblici dirottati ai festival? Pensi siano utili? Pensi che siano un ‘doping’ ai danni dei contribuenti oppure di fondamentale importanza sociale e culturale? Cosa significa secondo te ‘investimento pubblico in cultura’?
Ho già in parte risposto sopra. Dovresti fare questa domanda ad Ugo Viola di Moncalieri Jazz, lui saprebbe argomentare in modo dettagliato.  Io penso che i fondi siano un bene per la cultura, bisogna solo evitare che siano mal gestiti.

Ritieni che un musicista abbia anche un ruolo sociale, oltreché artistico? E se sì, in quale direzione? Se tu avessi un ruolo politico rilevante, quali interventi adotteresti per migliorare la cultura e il music business specificatamente relativo alla musica?
Potrei risultare troppo romantico e sognatore ma sono profondamente convinto dell’azione terapeutica della musica. Certi brani mi hanno salvato la vita in momenti bui è io voglio salvarla agli altri quando suono, almeno ci provo.
La politica e l’informazione al giorno d’oggi hanno perso credibilità, mi spiace, preferisco non occuparmene.

Se tu avessi un ruolo manageriale rilevante [promoter, discografico, editore, manager, etc] in questo ambiente, come ti comporteresti? Come ti vedi, professionalmente parlando, tra dieci anni?
Come dicevo, promoter, manager etc. non sono le mie specialità, io sono un musicista, insegnante e sono abbastanza bravo a fare quello che faccio. Potrebbe non bastare, un giorno, in futuro, ma per ora mi sono ricavato il mio spazio in questo mondo, ho i miei (meritati) riscontri e godo di una certa credibilità. Se le nuove generazioni mi fagociteranno, invece di rispettare uno swingante vecchietto, cercherò altre strade.

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