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Alessandro Galano
Stefano Bollani al Giordano in Jazz
Reportage

Alessandro Galano<br/>Stefano Bollani al Giordano in Jazz<br/>Reportage

16 novembre 2018

È per te / che ho rubato la nebbia a Napoli / che ho portato via il ghiaccio ai Tropici / per posarlo di fronte al tuo sorriso / e tu lo sai / che è per te se il deserto è ormai senza alberi / se non scende più neve in Africa / l’ho posata di fronte al tuo sorriso.

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Tutta la poesia di un corteggiamento impossibile, con elementi impossibili, concordanze impossibili: valide, validissime ragioni per dire poesia, poesia pura e cantata e suonata da un artista che ha nella composizione il proprio pezzo pregiato. Stefano Bollani, “La nebbia a Napoli”, primo di due bis del suo tour, coda live di un lavoro discografico registrato lo scorso autunno a Rio de Janeiro, “Que Bom”, e proposto anche nel concerto di martedì 13 novembre al Teatro U. Giordano di Foggia, in Puglia, momento culminante della rassegna invernale del Giordano in Jazz voluta dall’Amministrazione comunale in sinergia con il Moody Jazz Cafè.

Di Alessandro Galano; fotografie di Samuele Romano

Un sold-out annunciato già da diverse settimane, a conferma della bontà di una manifestazione cresciuta sempre di più in questi anni di riproposizione culturale e musicale: un trend in ascesa cominciato sin dalla riapertura del teatro comunale cittadino, quattro anni fa, con diversi pienoni di pubblico lungo la via, davanti ad artisti come Dee Dee Bridgewater, John Scofield, Christian McBride, The Manhattan Transfer e Chick Corea, quest’ultimo di scena esattamente dodici mesi fa. E non sorprende, in tal senso, il trasporto con cui il pubblico ha seguito il pianista italiano, provando a stargli dietro durante le sue fughe, come in occasione del secondo bis della serata, l’immancabile “Brazil”, sostenuto da un battimani simpaticamente innescato – e tradito – dallo stesso artista milanese. Con lui, in tour, tre importanti interpreti delle sonorità latin, Jorge Helder al contrabbasso, Jurim Moreira alla batteria e il giovane e talentuosissimo Thiago da Serrinha alle percussioni – sarebbero dovuti essere quattro, ma Armando Marçal ha lasciato il tour per motivi familiari.

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Già, perché “Que Bom” fa il paio con quell’altra perla datata 2007, “Carioca”, a suo tempo suonata dal vivo un po’ ovunque, compresa una favela di Rio de Janeiro – impresa riuscita al solo Antonio Carlos Jobim. Stesse sonorità brasiliane sullo sfondo, stessi musicisti più uno (d’altronde Thiago da Serrinha nel 2007 aveva 14 anni), ma timbro e approccio differenti. A voler fare un confronto tra i due lavori, infatti, quest’ultimo disco rivela una leggerezza mista ad intimità – col Brasile, con la scrittura, con il piano – in grado di segnare uno scarto rispetto alla super vitalità del precedente, sprigionando anzi una goduria che è tale nella scelta, da parte di Bollani, di voler essere dall’inizio alla fine sempre fedele a se stesso – e nel live, al 99% improvvisato sui temi del Cd, come ha detto lo stesso pianista, questo assunto trova più facile comprensione.

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Un’aria lieve che si avverte nel succitato “La nebbia a Napoli”, nel concerto pugliese cantata dallo stesso pianista – mentre nella versione in studio si avvale della voce di Caetano Veloso, ospite illustre del lavoro insieme con João Bosco – ma che resta impressa anche in altri due splendidi brani: “Certe giornate al mare” e “Creatura dorata”. La prima è una danza spensierata, marittima e dolcissima, con una chiusura che vale da sola il brano; la seconda è una ballad, una rarità in questo lavoro, suonata con trasporto e passione, quanto basta per toccare le corde emozionali di chi ascolta. Ma Stefano Bollani sa e vuole anche esser classico poiché il resto del repertorio è Africa pura e melodia latina, un mix che riassume in poche parole l’essenza più profonda di qualsiasi sonorità che voglia dirsi brasiliana prima e sudamericana poi: in un paio di samba-jazz, infatti, insegue le percussioni alate di Thiago da Serrinha, talora battendo sulle corde del pianoforte, talaltra giganteggiando sulle note più estreme della tastiera, non rinunciando poi di accasarsi al riparo di qualche “bossa”, suonata con rispetto e qualità. A conferma di ciò, la chiosa finale, “Brazil”, secondo e ultimo bis di un concerto durato circa novanta minuti, per la gioia di un pubblico allietato e soddisfatto. E ci mancherebbe altro!

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