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Alessandro Galano
Giordano in Jazz Winter Edition
Reportage

Alessandro Galano</br>Giordano in Jazz Winter Edition</br>Reportage
Photo Credit To Samuele Romano

 2 febbraio 2017

Si è tenuto dal 14 novembre al 25 dicembre 2016 il “Giordano in Jazz Winter Edition”, edizione invernale del festival ideato e promosso dal Comune di Foggia che si è realizzato presso il Teatro Umberto Giordano, Piazza Cesare Battisti e la Cattedrale di Foggia. L’hanno seguito per Jazzit Alessandro Galano per i testi e Samuele Romano per le immagini.

Di Alessandro Galano

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Un Bechstein nero lucido è in strada, in pieno centro, su tappeto rosso. Al pianoforte si alternano mani occasionali, contribuendo alla musica che risuona un po’ ovunque nella città. Davanti, un paio di cubi promozionali dicono “Giordano in Jazz”.

È il 24 dicembre, la vigilia di Natale e Foggia si compiace del proprio ravvedimento artistico: ha ritrovato e riabbracciato una tradizione che sembrava perduta. Davanti allo storico Teatro Umberto Giordano infatti, soprannominato “il piccolo San Carlo”, un altro Bechstein su tappeto rosso rimarca la questione: la musica degli americani è tornata ed è di nuovo della città, come nel lontano dopoguerra, quando l’occupazione a stelle e strisce animò alcuni storici contenitori culturali: il sepolto Cinema Flagella, lo storico Cicolella e, naturalmente, il Teatro comunale. O come in quel quasi dimenticato concerto all’aperto datato 14 settembre 1985, in cui uno stralunato Chet Baker dava gli ultimi colpi di tromba, e di vita.

 

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Ma alla leggenda che leggenda non è fanno riscontro i fatti e non è un caso che proprio l’indomani, 25 dicembre, James Hall chiuda con il suo “Worship & praise” la Winter Edition di una rassegna che, da novembre a Natale, ha realizzato ben 10 appuntamenti, tra concerti importanti e matinée interessanti. Proprio lì, in Piazza Battisti, all’aperto, davanti a quel Teatro Giordano che ha rispolverato sotto nuove spoglie lo storico Foggia Jazz Festival, esperimento ventennale nato nel 1974 per volere di Tony De Mita, intimo di Renzo Arbore e discendente, come quest’ultimo, del Circolo 3 Bis, il sodalizio che prese vita negli anni ’50 in alcuni salotti del centro storico, tra cui il palazzo che ancora oggi porta il nome del famoso swing-singer che ha legato la sua vicenda artistica alla musica partenopea.

Un concerto gospel nel giorno di Natale, dunque, condivisibile divagazione sul tema jazz in chiusura di una kermesse cominciata il 14 novembre con la chitarra di John Scofield, nell’unica puntata meridionale del tour di presentazione del suo ultimo disco, “Country For Old Men”. Ad accompagnarlo, in un Teatro Giordano piuttosto gremito, i suoi due compagni di viaggio storici, Steve Swallow al basso e Bill Stewart alla batteria, cui si è aggiunto anche l’hammond di Larry Goldings, puntuale nell’imbeccare la vena ispirata del chitarrista statunitense. Alla fine, in questa prima uscita del “Giordano in Jazz – Winter Edition”, il pubblico ha gradito e riconosciuto, tra le pieghe dei classici di Dolly Parton e James Taylor, il talento del grande jazzista, sempre puntuale nel saper scremare la sua tendenza fusion con riff caldi ammiccanti al blues.

 

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Meno pubblico ma più jazz dieci giorni dopo, il 24 novembre, con la coppia Cyrus Chestnut-Chiara Pancaldi, rispettivamente pianoforte e voce, chiamati a presentare l’ultimo album della vocalist bolognese che, per il suo “I Walk A Little Faster”, si è affidata al pianismo “religioso” del musicista di Baltimora, con il supporto di Darryl Hall al contrabbasso e Bernd Reiter alla batteria. Chestnut non è di certo una novità della scena internazionale – il giorno prima del concerto di Foggia era al Blue Note di Milano e l’indomani lo attendevano in quel di Vienna – e i suoi fondamenti, soprattutto se lasciato libero al centro della scena, vengono vorticosamente a galla: c’è tanto Monk, tanto Tatum nelle sue citazioni, ma anche tanta misura quando è il momento di rallentare e lasciare il posto allo swing pulito di Chiara Pancaldi, a suo agio con i musicisti del pianista americano tanto da confermare le buone intuizioni del suo primo album datato 2012, “The Song Is You”.

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Dopo questi primi due appuntamenti in rassegna, c’è spazio anche per una delle tante matinée in programma nella sala interna del Teatro, la quale porta il nome di una delle opere più rappresentative del compositore foggiano Umberto Giordano, la Fedora. Il più interessante è stato sicuramente quello del 27 novembre, con una delle certezze della ricerca jazzistica italiana, Ada Montellanico, chiamata a portare al cospetto del pubblico l’esperienza dell’Associazione Musicisti Italiani di Jazz e a duettare, per un’ora, con il giovane chitarrista Francesco Diodati: un appuntamento di nicchia, come si dice in questi casi, ma dai contenuti ottimi.

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Tutt’altra cornice invece per il concerto più atteso del Giordano in Jazz con una delle formazioni vocali più famose al mondo, i Manhattan Transfer. Il 12 dicembre infatti, per questa unica tappa italiana nel loro tour europeo, la storica band ha riempito praticamente in ogni ordine di palco il Teatro, trascinando il caldo pubblico presente con una verve corale che avrebbe reso fiero il fondatore e compianto Tim Hauser, omaggiato nel corso della serata con una dedica accorata in concomitanza con quello che sarebbe stato il giorno del suo compleanno. Di scena, i grandi successi e gli standard a loro più cari, come la celebre “Vocalese” intonata sul finire della performance, tale da riportare in auge i fasti anni ’80 dell’ensemble statunitense, tra qualche scat isolato e tanta, tanta coralità, esaltata anche durante le digressioni natalizie annunciate dalla band. Le voci di Cheryl Bentyne, Janis Siegel, Alan Paul e Trist Curless, supportate dal pianoforte di Yaron Gershovsky, dal contrabbasso di Boris Kozlov e dalla batteria Steve Hass, hanno mantenuto fede alle attese e il pubblico, durante brani indimenticabili come il famosissimo “Birdland”, ha fatto sentire il proprio apprezzamento con tanto di standing ovation finale.

 

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Stessa evocazione storico-musicale ma differente esecuzione anche in occasione della notte in Cattedrale di Tony Momrelle, voce di riferimento degli Incognito – protagonisti al Giordano in Jazz nel 2015 – che, per l’occasione, il 20 dicembre, ha letteralmente incantato il numeroso pubblico presente nella suggestiva location scelta per questo Soul Christmas Concert. Le mura romaniche del principale luogo di culto del territorio dauno, risalenti al XII secolo, hanno esaltato la voce limpida e carismatica del cantante britannico, secondo molti erede diretto di Stevie Wonder: nella cover “Yesterday” poi, con l’accompagnamento di Emiliano Pari al pianoforte e Tony Remi alla chitarra, è venuto fuori tutto il suo timbro avvolgente, unito ad un trasporto in grado di riscaldare la gelida serata. Altri brani celebri degli Incognito, riarrangiati in chiave più soul che acid, hanno anticipato la parentesi natalizia finale, più che obbligata considerato il periodo dell’anno.

 

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Una serata a ingresso libero, quest’ultima, al pari del concerto del 25 dicembre, del quale s’è detto in apertura e che ha portato davanti al principale contenitore di questa interessante rassegna invernale ben 12 elementi, sotto la guida dell’esperto leader James Hall. Un “call-and-response” classico, di gospel puro, suggestivo, posto in chiusura di una manifestazione variegata che ha sancito la definitiva riappropriazione storica da parte di un pubblico che ha, nelle sue corde, tutte le carte per riaffacciarsi sulla scena nazionale del jazz e dei suoi derivati stilistici.

Merito della musica, come sempre, ma anche di un’amministrazione comunale attenta dal punto di vista culturale (il dirigente del comparto cultura, Carlo Dicesare, è grande appassionato di jazz), brava a fondere i propri mezzi con la perizia artistica di “privati” che non hanno mai deciso di mollare, come quel Moody Jazz Cafè che fa capo a Nino Antonacci e che, per circa dieci anni, ha colmato con le proprie forze un vuoto istituzionale che cominciava ad essere insopportabile.

Da qui in poi, in teoria, dovrebbe essere tutta discesa.

 

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