Ultime News

Alessandro Galano
Moose The Mooche
La versione di…

Alessandro Galano<br/>Moose The Mooche<br/>La versione di…

12 marzo 2020

La nuova rubrica di Jazzit a cura di Alessandro Galano

Trovare la versione, scovare la chicca. Colelgare epoche tra loro distanti ricongiungendo sonorità e linguaggi: giocare con il jazz, insomma, provando a dare un ordine – o una bozza – al meraviglioso disordine che lo sostanzia. Ecco il senso di una rubrica per puri perdigiorno jazzofili, sempre a caccia di questa o quella rivisitazione di questo o quel brano: piccolo treno che schizza sulle rotaie della storia e che non può non partire da lontano, in ossequio alla tradizione.

Di Alessandro Galano

Prima tappa, “Moose The Mooche”. Charlie Parker.

Bird compose questo pezzo “in onore” del suo spacciatore californiano, tale Emry Byrd, un malato di polio costretto sulla sedia a rotelle con cui il più grande di tutti intratteneva un rapporto stretto durante la – mancata – conquista della California. Siamo nel 1946 quando il brano viene registrato per la prima volta per la Dial di Ross Russell e Moose The Mooche in persona – soprannome di Emry – non è stato ancora arrestato. Charlie Parker ha da poco “bucato” il rientro a New York con Gillespie e si è ritagliato un ingaggio fisso al Finale di Los Angeles, nel quartiere di Tokio Town, dove sta bene, suona bene, si diverte. È devoto al suo Deus Ex Machina, tanto che il 50% delle royalties del disco sono per l’uomo che gli procura l’eroina, Moose The Mooche appunto – ma forse, complice la retata che avrà luogo di lì a poco proprio al Finale, non le vedrà mai. È una breve parentesi di grazia per Bird che si riflette nel tema gioioso, universalmente riconosciuto come uno dei risultati più alti della sua composizione melodica – e non è un caso che facciano parte dello stesso disco brani come “Yardbird Suite”, “A Night in Tunisia” e “Ornithology”.

Saranno in tanti, successivamente, a suonarlo: quasi impossibile fare in conti con tutti. Ad ogni modo, tra i primi e più importanti interpreti c’è senza di dubbio Bud Powell: il leggendario pianista ne dà un saggio imprescindibile nel terzo dei cinque volumi dei suoi “Amazing”, registrando il brano il 3 agosto del 1957 nello studio del mitico Rudy Van Gelder – l’ingegnere del suono di capolavori come “A Love Supreme” di Coltrane e “Colossus” di Rollins, tanto per dirne un paio. L’interpretazione, oltre che l’intero lavoro, pubblicato dalla storica Blue Note, resterà una pietra miliare per oltre un ventennio, termine di paragone contro cui fare i conti di volta in volta, peraltro arricchita dall’allora astro nascente del trombone, Curtis Fuller – nello stesso periodo suonerà in “Blue Train”, sempre di ‘Trane, avviando poi una serie importante di incisioni con Art Blakey.

Bisognerà forse aspettare gli anni ’70 per ritrovare qualcosa di interessante, come la vibrante versione firmata Barney Kessel Trio, rintracciabile facilmente anche su Youtube – è disponibile persino l’intero concerto che vede suonare dal vivo, insieme al chitarrista, anche Jim Richardson al basso e Tony Mann alla batteria. Poco tempo dopo però, In “Looking at Bird”, 1981, tributo che comprende anche mirabili varianti di “Billie’s Bounce” e “Blues For Alice”, Archie Sheep ne dà una versione gustosa, in un disco sax e contrabbasso nel quale spicca la vena dell’altro coprotagonista, Niels-Henning Ørsted Pedersen – un fedelissimo di Oscar Peterson (vedere Montreux ’77) che quello stesso anno la rivista Downbeat avrebbe dichiarato miglior bassista. Restando nel medesimo arco temporale, si arriva al “Moose The Mooche” dell’album “Mel Lewis – And Friends” datato 1989: una rivisitazione lunga e articolata nella quale si palesa il timbro di Michael Brecker, secondo alcuni il sassofono tenore più influente del decennio: il duetto con Freddie Hubbard alla tromba è notevole, sostenuto da una sezione ritmica composta oltre che da Lewis anche dal grande Ron Carter.

Dall’89 al 1993 il passo è breve ma lo scarto è massimo e si chiama Joshua Redman. Album “Wish”, il secondo del sassofonista di Berkeley, probabilmente il lavoro discografico che lo lancia definitivamente nel jazz internazionale, se non altro per gli interpreti che lo accompagnano: Pat Metheny alla chitarra, Charlie Haden al contrabbasso, Bill Higgins alla batteria. Il disco è una perla – contiene anche due “take” dal vivo, al Vanguard, nel Village, come si faceva un tempo – e la versione “aumentata” del brano di Bird è quasi un manifesto dello stile di Redman, un ponte tra slancio giovanile, talento ormai gravido e futuro prossimo già dietro l’angolo.

Come nei migliori romanzi polizieschi però, il colpo di scena è solo all’ultimissima pagina e bisogna leggere tutto, fino in fondo: s’è detto di Art Blakey, poco fa, in riferimento al trombonista Fuller. Bene. Anche lui ha la sua “Moose The Mooche”, registrata in studio, a quanto pare intorno al 1958-59. Una versione rimasta negli archivi della Blue Note Records per circa quarant’anni, prima di essere pubblicata soltanto nel 1999, parte dell’album “Drums Around The Corner”. Batterie, timpani, concas…un’interpretazione che è una marcia, in realtà, in grado di liberare circa quindici minuti di purissimo Art. Ma raccontarla così è niente, tanto vale ascoltarla subito.

Magari, prima di tutte le altre.

Abbonati a Jazzit con 49 euro cliccando qui!