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Alessandro Galano
Django
La versione di…

Alessandro Galano<br/>Django<br/>La versione di…

10 novembre 2020

Sesta puntata della rubrica di Jazzit a cura di Alessandro Galano

Trovare la versione, scovare la chicca. Collegare epoche tra loro distanti ricongiungendo sonorità e linguaggi: giocare con il jazz, insomma, provando a dare un ordine – o una bozza – al meraviglioso disordine che lo sostanzia. Ecco il senso di una rubrica per puri perdigiorno jazzofili, sempre a caccia di questa o quella rivisitazione di questo o quel brano: piccolo treno che schizza sulle rotaie della storia e che non può non partire da lontano, in ossequio alla tradizione.

Di Alessandro Galano

“Una delle più grandi composizioni di sempre”. Parola di Miles Davis – che infatti l’ha suonata, non poteva esimersi, arrangiandola con rispetto in una versione del 1959 col francese Michel Legrand. Una delle 100 opere più importanti della storia della musica americana del Ventesimo secolo, secondo la National Pubblic Radio.

Un canto funebre, in realtà.

Già, perché Django è un omaggio a Django, soprattutto. Dal suo amico John.

Nel 1953 muore il leggendario chitarrista manouche e l’anno seguente, il 23 dicembre del 1954, il Modern Jazz Quartet registra per la prima volta il brano scritto dal loro pianista e direttore d’orchestra, John Lewis, in ricordo del grande Reinhardt. L’aveva conosciuto in occasione della turbolenta tournée americana del ’47, quando il chitarrista aveva fatto parte dell’ensemble di Duke Ellington, raramente dando il meglio di sé, spesso dimenticandosi di andare alle prove, qualche volta “bucando” persino i concerti. Venti battute di tema che raccontano l’intera storia del gypsy aprendosi poi in un brano che mette d’accordo blues e Bach, un tributo sentitissimo, sintesi e picco di una formazione che, negli anni del cool, mentre il be-bop diventava free e il mainstream dilagava, riuscì a ritagliarsi uno spazio tutto suo, adescando un pubblico colto ma tutt’altro che patinato – e molti detrattori dell’epoca, che non gradivano l’influenza classicheggiante della band, dovettero ricredersi anni dopo.

Non solo John Lewis, in quel MJQ, ma tanto John Lewis, bisogna ammettere, anima e cervello della band; senza dimenticare l’apporto di Milt “Bags” Jackson ovviamente, forse il più grande vibrafonista di sempre (prima o dopo Lionel Hampton, questione di gusti). E Percy Heath e Conny Key anche, rispettivamente al contrabbasso e alla batteria – ma la prima Django fu registrata dal batterista Kenny Clarke, va precisato.

Da quel 1954 in poi, comunque, Django avrebbe attanagliato un numero spropositato di pianisti, ognuno alla ricerca della propria interpretazione, alcuni grandi, grandissimi, altri meno noti ma in grado di dire la propria. Bill Evans, tanto per cominciare, Montreux Jazz Festival, Svizzera, live version del 1975: il disco si chiama “Montreux III” ed è condiviso con il bassista Eddie Gomez, un lavoro in duo in cui nulla, proprio nulla, è scontato.

O ancora Oscar Peterson, dieci anni prima, con Ray Brown ai giardini Tivoli di Copenhaghen, anche qui rigorosamente dal vivo: una lettura personalizzata al massimo, senza dubbio più leggiadra, meno cupa. E Vince Guaraldi anche, tornando sempre più indietro, album Vince Guaraldi Trio del 1956, appena due anni dopo la composizione di Lewis: una rivisitazione che ha, tanto nel tema quanto nello sviluppo del brano, qualcosa in più rispetto a molte altre versioni di artisti più conclamati e questo grazie all’inserimento della chitarra di Eddie Duran – i richiami al Django ispiratore del capolavoro di Lewis sono enormi, lucidi, sentiti.

 

Infine, chiudendo la parentesi dedicata all’enorme contributo pianistico dato al brano, una menzione a parte merita la lettura virtuosa del catalano Tete Montoliu: un Django da vertigini il suo che, sin dal tema, si preannuncia con la sua spinta di note e fughe, anticipando ciò che nell’improvvisazione gli sarebbe esploso tra le dita – l’album è “Songs For Love”, 1975.

Da una lettura virtuosa all’altra, provando a stravolgere dall’interno l’impianto originale di questo standard, servendosi però di chi sa più di tutti dove mettere le mani: il contributo del 1961 firmato Art Farmer e Benny Golson, intatti, è sempre una creazione di John Lewis, così come tutti i pezzi del disco, vero e proprio tributo al fondatore del Modern Jazz Quartet – ma l’hard-bop collaudatissimo dei due fiati ne fanno qualcosa di veramente differente.

Così, per ritrovare l’atmosfera lirica originale bisogna andare da un altro grande lirico del jazz, forse il più lirico di tutti: Chet. Le sue interpretazioni di Django sono tante – l’ultima, per dire, l’ha suonata in Germania due settimane prima di morire – ed è difficile far quadrare il cerchio tra le varie fasi del più grande trombettista non afroamericano della storia. Forse, una sintesi felice è quella datata 1982, registrata in Giappone, album dal titolo “Studio Trieste” realizzato con Jim Hall alla chitarra, Hubert Laws al flauto e un’intera orchestra a supporto: quattro suite da 9-10 minuti ciascuna su cui si eleva un Chet Baker ispiratissimo  all’inizio del decennio che l’avrebbe visto andar via per sempre. Django è l’ultima canzone del lato B e bastano davvero i primissimi minuti per rendersi conto della qualità del lavoro: i tre strumenti principali si intrecciano che è una meraviglia, creando un’attesa che non delude lungo il crinale del brano, anzi.

Ma se si vuole davvero volare, con queste note, serve la voce. E che voce.

Helen Merril, 1977, un diamante tutt’altro che grezzo che non poteva non avere al suo fianco il genio creatore dello standard: quel Lewis organatore da cui tutto è partito. In questa versione, il cui disco è quasi introvabile, la cantante – che registrò anche con Charlie Parker, Clifford Brown ed Earl Hines – disegna una melodia sontuosa, vocalizza sul primo ritornello e si estende in lungo e in largo su uno sfondo di pianoforte e flauto (ancora Hubert Laws), proseguendo in leggero scat prima del rientro in scena di Lewis, alla sua maniera, e del rientro in scena di Django, sul finale.

Una rarità. Uno di quei brani che anche chi odia il jazz finisce per amare: un’aria da ascoltare a tutto volume, spalancando le finestre sulla piazza centrale della città in una calda notte di luglio.