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Alessandro Galano
La Rosita – St. Louis Blues
La versione di…

Alessandro Galano<br/> La Rosita – St. Louis Blues<br/> La versione di…

21 aprile 2020

Seconda puntata della nuova rubrica di Jazzit a cura di Alessandro Galano

Trovare la versione, scovare la chicca. Collegare epoche tra loro distanti ricongiungendo sonorità e linguaggi: giocare con il jazz, insomma, provando a dare un ordine – o una bozza – al meraviglioso disordine che lo sostanzia. Ecco il senso di una rubrica per puri perdigiorno jazzofili, sempre a caccia di questa o quella rivisitazione di questo o quel brano: piccolo treno che schizza sulle rotaie della storia e che non può non partire da lontano, in ossequio alla tradizione.

Di Alessandro Galano

“Rosita, amore mio, ascolta la canzone che ti canto”. È il verso trainante di una serenata nata come accompagnamento di un film muto datato 1923. Ma forse non è esatto, non proprio. Prima di “La Rosita” – questo il titolo originale – ci sarebbe “St. Louis Blues”, famosissimo standard firmato W. C. Handy, comparso nel 1914. I due brani si rimpallano l’armonia, inseguono il medesimo tema ma sono e restano due pezzi distinti.

Niente di nuovo, si dirà, quando si parla di corsi e ricorsi jazzistici – un mondo che ricorda quello dei “trappeur” del XVIII secolo, i cacciatori di pelli che esploravano le Montagne Rocciose. Quanto basta, però, a ispirare “La versione di…”, rubrica per perdigiorno jazzofili che, in questa seconda tappa – dopo “Moose The Mooche” – insegue un’altra chimera: “La Rosita”.

Accompagnamento per il cinema, s’è detto: “Rosita”, diretto da Ernst Lubitsch con protagonista una delle tante fidanzatine d’America, la canadese Mary Pickford. È il 1923 e la composizione porta la firma di Paul Dupont, uno dei tanti pseudonimi utilizzati da Gustave Haenschen, detto “Gus” – alias Carl Fenton anche, oppure Austin Huntley, a seconda dei credits da eludere – con parole di Allan Stuart. Film e canzone andranno di pari passo per un decennio, tra registrazioni e riproposizioni di successo ma l’incisione madre è quella dell’11 novembre del 1923 per la Victor Records, realizzata dalla International Novelty Orchestra diretta da Nat Shilkret, compositore, clarinettista, pianista e poi conduttore radiofonico e televisivo – ex bambino prodigio della New York Philharmonic, all’epoca diretta dal grande Gustav Mahler.

La versione della Novelty è sincerità pura e ha nell’intro superbamente orchestrato la cosa più bella: un’eredità, questa, ben raccolta dalla riproposizione di Gus Arnheim, con la sua Cocoanut Grove Orchestra – che in quei decenni faceva la fortuna dell’Ambassador Hotel di Los Angeles, poi teatro dell’assassinio del senatore Robert Kennedy.

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Il mood è lo stesso, ma quest’ultima Rosita, datata gennaio 1931, ha una spinta in più: il ritornello in spagnolo di Samuel Pedraza.

Due facce di una stessa medaglia che però, tracciate le dovute distanze di stile ed epoca, non valgono la “nostra” pepita d’oro, quella che il grande Coleman Hawkins plasmerà sul finire degli anni ‘50. Perché se è vero che è sempre impervio, nel jazz, fare i conti con ogni rivisitazione di questo o quello standard, altrettanto vero è che Hawk, il Falco, trasforma la grammatica di questa serenata, marchiandola per sempre col fuoco del suo sassofono tenore. Sono due, in verità, le gemme a sua firma. La prima la registra il 16 ottobre del 1957 con un altro asso del tenorismo, Ben Webster, nell’album “Coleman Hawkins Encounters Ben Webster”, un lavoro in cui Hawk non incontra soltanto “The Brute” ma anche gentiluomini del calibro di Herb Ellis alla chitarra, Ray Brown al contrabbasso, Alvin Stoller alla batteria e Oscar Peterson al pianoforte – al di là di ogni chiacchiera, la sola linea di pianoforte vale l’immortalità dell’interpretazione.

La seconda, invece, è di due anni dopo, aprile 1959, registrazione in sestetto in cui Hawkins fa definitivamente sua “La Rosita”, imprimendo tutto il lirismo di cui è capace in un assolo che comprova quanto si dice di lui in quegli anni. Siamo lontani dal 1939, quando Hawk è anche “Bean” – acrostico di “the best and only”, l’unico e il solo –, l’eminenza grigia che trascorreva le serate ad Harlem, al bancone, ad ascoltare Billie Holiday e Lester Young, terrorizzando i colleghi con la sola presenza e salendo sul palco non prima delle tre del mattino, ovviamente per ultimo.

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Eppure, sul finire di quegli anni ’50, con una serie di concerti di successo in Europa e a dieci anni dalla sua morte, il sassofono-tenore del Missouri sta vivendo una nuova giovinezza tanto da essere definito “l’araba fenice” del jazz: l’album, nel complesso, non resterà nella storia ma la sua “Rosita” è un gioiello che brilla di vita propria.

Il Falco vola alto, insomma, e vola due volte sullo stesso nido. Dopo – e prima – di lui, nulla di così puro, a parte qualche digressione che, per quanto minore, merita comunque menzione. Una versione di Eddie South, ad esempio, incisa con i suoi Alabamians probabilmente nel ’27 e in cui è comprovata la sciagura toccata all’Angelo Nero del Violino, com’era il suo soprannome: quella di essere nato, appunto, nero, e di aver scelto uno strumento “bianco” in un periodo un po’ controverso della storia.

Oppure, facendo un bel balzo di anni, il tributo che fa Bennie Wallace Jr. nel suo album “Disorder at The Border – The Muisc of Coleman Hawkins” (Enja Records, Canada, 2006), nelle cui frasi riecheggiano i marosi di quel gran capolavoro che fu “Picasso”, il celeberrimo brano solo sax di Bean, riconoscibile attraverso un paio di ammiccamenti tutt’altro che scontati – ed eseguiti, peraltro, dal vivo.

Per tornare nell’altissimo, insomma, tocca cambiare brano. E avere fede.

“St. Louis Blues”, registrazione del ’54 per la Columbia, “Louis Armstrong plays W. C. Handy” – tra le tante versioni, forse quella scolasticamente più autentica. “La Rosita” non è stata ancora ufficialmente incisa ma già vive tra armonia e tema di questo standard depositato dal grande compositore afroamericano nel 1914: W. C. Handy, nella sua contorta autobiografia, ha dichiarato di aver ascoltato per la prima volta questo brano – di fatto appartenente alla tradizione blues – a St. Louis, nel 1892, dalla voce di una donna di colore abbandonata dal suo uomo – “ha un cuore come uno scoglio di mare” è la strofa chiave. Fatto sta che proprio a St. Louis, nel 1889, sia nato il padre de “La Rosita”, Gus Haenschen – alias Paul Dupont – uno che a 13 anni già suonava il pianoforte nei locali della città, amico di Scott Joplin.

La matrice è la stessa, e la leggenda? È possibile che il piccolo Gus, un bianco, abbia sentito lo stesso lamento per le strade della sua città, magari dalla stessa donna di colore abbandonata? Può essere che dalla stessa pena d’amore siano nate due serenate molto simili, entrambe finite nella storia della musica?

La logica sembrerebbe andare altrove: prima di arruolarsi, Haenschen ha lavorato come direttore generale nel dipartimento discografico di un grande magazzino di St. Louis. È più probabile che lì, da fine musicista quale era – sarebbe andato anche all’università – avesse scovato i semi della sua Rosita “bianca” in un vecchio blues “nero”.

Tuttavia, in mancanza di prove, il dubbio rimane. Tanto vale ascoltarle entrambe, “La Rosita” e “St. Louis Blues”, scegliendo ognuno la propria versione.

Per quanto riguarda la storia, beh, lì è solo una questione di fede.