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Alessandro Carabelli
Ottimo Massimo a Jazz Sotto Le Stelle
Reportage

Alessandro Carabelli<br/>Ottimo Massimo a Jazz Sotto Le Stelle<br/>Reportage

17 agosto 2017

Giunta al suo quindicesimo anno, Jazz sotto le Stelle, splendida rassegna jazz ligure ideata e diretta da Umberto Germinale ha proposto un cartellone di tutto rispetto. Quest’anno ad aprire le danze presso l’Auditorium di Pian d’Aschè in Ospedaletti è stata la formazione Ottimo Massimo di Andrea de Martini composta, oltre che dal leader al sassofono tenore e soprano, da Lorenzo Herrnhut Girola alla chitarra, Luigi di Nunzio al sassofono alto, Giampaolo Casati alla tromba, Antonio Faraò al pianoforte, Francesco Bertone al basso elettrico ed Enzo Cioffi alla batteria.

Di Alessandro Carabelli

De Martini ha proposto la sua ultima fatica Tella Tingia Te, di recente uscita per la AlfaMusic Records. Un lavoro poliedrico, cangiante, dinamico ma allo stesso tempo intimista. Un viaggio interiore nell’universo musicale del bravo sassofonista Sanremese, autore di quasi la totalità delle composizioni.

Il concerto si è sviluppato sinuoso, avvolgendo il folto pubblico accorso con sonorità ben radicate nella tradizione jazz ma allo stesso tempo protese verso spunti innovativi, molto personali e caratterizzanti.

Un progetto davvero interessante in cui De Martini ha ritagliato alla perfezione i ruoli dei solisti incastonandoli nell’organico, affinché le qualità dei singoli potessero risaltare al meglio. E così le doti tecniche e creative di Luigi di Nunzio, giovane e brillante alto sassofonista napoletano sono state evidenziate in brani quali La Scoperta del Panachè o nella roboante e di Gillespiana memoria A Night At The Cave, mentre il morbido suono della tromba di Giampaolo Casati ha incantato nei brani Poco Distante e In a Muzz.

Il tutto sorretto alla perfezione da una ritmica molto sinergica e perfettamente rodata formata alternativamente dal pianista Antonio Faraò, sempre impeccabile nei suoi interventi armonici quanto trascinante nei soli accattivanti e funambolici, dal chitarrista Lorenzo Herrnhut Girola accurato cesellatore di spunti contrappuntistici negli accompagnamenti quanto lirico negli interventi solistici come nel brano For Ali o In to My Arms, ed in fine dal bassista Francesco Bertone e dal batterista Enzo Cioffi, vero cuore pulsate del gruppo. Precisissimi e rigorosi nei loro interventi hanno affrontato i brani con interazione paritetica ed un beat a cavallo tra ritmicità e leggerezza jazz con alcuni sconfinamenti nel funk.

Il tutto all’insegna di un divertito entusiasmo e di una grande maestria, peraltro mai ostentata da nessuno dei componenti.

De Martini, dal canto suo, è riuscito a condurre una narrazione inventiva, complice e intimista. Con un evidente senso dialettico ed espressivo ha creato un serrato dialogo di voci, ora animose ora sommesse, amalgamando e dirigendo la polifonia dell’organico alla perfezione. Ha sviscerato le peculiari risorse del suo strumento appellandosi a stilemi del jazz e non solo, provenienti dai vari periodi storici, intrecciandoli, rigenerandoli ed ottenendo un approccio immaginifico che non ha escluso toni malinconici e nostalgici che hanno bilanciato momenti maggiormente aggressivi ed impetuosi.

 

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Al termine del concerto siamo riusciti ad intrecciare una breve conversazione con De Martini che ci ha descritto il suo progetto e la sua esperienza musicale:

Andrea, hai realizzato un bellissimo cd, fuori dagli schemi e ricco di spunti, parlaci di questo lavoro ad iniziare dal titolo.
Le parole Tella Tingia Te indubbiamente hanno suscitato una certa curiosità. In realtà è un nonsense, un po’ alla Edward Lear, nato mentre mia moglie sperimentava una filastrocca per la nostra gatta Otella. Da quel riff ho preso spunto per creare Tella Tingia Te versione strumentale. Questo lavoro nasce dalla mia esigenza di testimoniare con una registrazione il lavoro svolto in questi ultimi anni dall’attuale formazione degli Ottimo Massimo. Finalmente, dopo vari cambi ho trovato un organico definitivo, compatto ed in sintonia con la mia idea del progetto.

Ti accompagna un super gruppo formato da artisti dai nomi roboanti quali Antonio Faraò, Luigi di Nunzio, Giampaolo Casati. Come nasce questo progetto? Come hai scelto i tuoi compagni di viaggio?
Il progetto Ottimo Massimo (liberamente tratto dal nome del cane del Barone Rampante di Italo Calvino) nasce una decina di anni fa da una mia idea di dare forma a quei temi, spunti compositivi, riff, pigramente annotati negli anni. Per restare nell’ambito di questo ultimo lavoro, ad esempio For Ail (dedicata a mia moglie, Lia) risale ad una quindicina di anni fa, A Muzz circa una decina. Dal 2014, anno di pubblicazione del mio lavoro For Ail, sono seguiti vari cambi di organico fino alla costituzione, tre anni fa, dell’attuale Ottimo Massimo. Ai membri originari (ovvero il sottoscritto, Enzo Cioffi, alla batteria, Lorenzo Hernnhut alla chitarra, Cristiano Callegari al piano e Francesco Bertone al contrabbasso) si sono aggiunti Antonio Faraò, a cui sono legato per amicizia e stima e con il quale da anni collaboro non solo musicalmente essendo lui anche cofondatore della Dem’Art, società da me diretta. Giampaolo Casati, ottimo trombettista con alle spalle importantissime collaborazioni è stato il mio insegnante di musica d’insieme e devo a lui se in qualche modo sono arrivato ad appassionarmi alla composizione. Luigi Di Nunzio, l’ho voluto perché è un sassofonista incredibile, con un linguaggio originalissimo, sintesi della lezione di Parker e Coltrane con le innovazioni e particolarità di Steve Coleman. Uno dei maggiori talenti attualmente in circolazione.

Sei l’autore di quasi la totalità dei brani. Quali sono gli spunti per le tue composizioni? E i tuoi riferimenti in ambito compositivo?
Generalmente quando suono mi registro sempre con un portatile, sia mentre mi esercito ai sax o in concerto o quando giocherello sul piano. I brani spesso nascono da spunti tratti in questi momenti. A volte prendono subito forma, come per La Scopertà del Panachè , A Muzz, A Night At The Cave o For Ail altre volte vengono sviluppati e trasformati a più riprese nel tempo , come Colle Muse Ceneri, Otellik, Tella Tingia Te.
Ogni brano per me ha il suo significato e mi trasmette emozioni e sensazioni diverse che io sintetizzo nel titolo. Devo dirti con tutta sincerità che
consciamente non ho dei riferimenti veri e propri. Non ho svolto un percorso di studi specifici in ambito compositivo né di tipo accademico né jazzistico studiando determinati stili o approfondendo un autore piuttosto che un altro. Direi che tutto è nato quasi per gioco. Però, inconsciamente, non posso negare che nei miei brani emerge ciò che ha fatto e fa parte della mia cultura musicale e del mio percorso di musicista. Dal bebop al free jazz rock, ma anche il rock, il reggae, il soul, salsa, bossa nova. Tutto ciò che ascolto e che mi trasmette una emozione per me è musica, indipendentemente dal genere. Come diceva Ellington “esistono solo due tipi di generi di musica: quella bella e quella brutta”.

Come hai lavorato sugli arrangiamenti? Ascoltando la tua musica si nota una grande ariosità e lasci grande libertà ai tuoi musicisti.
Nel definire un brano cerco anche di pensarlo a come dovrà essere suonato. Il ritmo, le dinamiche , le sonorità, gli strumenti stessi. In Tella Tingia Te ci sono ad esempio brani dove il sax, mio strumento, non è previsto, non ce lo sentivo. Subson l’ho lasciato alla sola esecuzione del contrabbasso, Vera del solo piano. Li ho sentiti perfetti così. Ottimo Massimo è un mio progetto, ma pur sempre formato da un gruppo di persone che negli anni ha suonato e collaborato insieme tante volte. I consigli, le idee, i suggerimenti dei miei compagni di viaggio sono parte degli arrangiamenti stessi. L’ariosità e libertà di cui parli nasce e si affina da ore e ore passate in sala prova a suonare e risuonare i brani.

La tua musica è ricca di contaminazioni, dal free jazz all’hard bop fino a raggiungere colorazioni funk, quale è il tuo concetto di musica.
Per me la musica è uno strumento per veicolare emozioni. Ciascuno che ne vuol far uso utilizza le forme che sente più vicine e quelle che ritiene più utili al suo obiettivo o anche semplicemente quelle che gli piacciono di più o addirittura che gli permettono di raggiungere più persone possibili. Ogni suono, composizione, canzone, brano, prodotto con “sincerità”, per me è musica, che sia Antony Braxton o Franco Califano.

La musica è un percorso, come la vita, a che punto sei di questo percorso, cosa hai accumulato nel tempo e quali sono i tuoi obbiettivi?
Dove sono non lo so. Scrivendo brani penso di aver iniziato un percorso tutto nuovo, ma dove mi porterà non posso saperlo. La musica mi ha sempre accompagnato e fatto parte integrante della mia vita. Non ho mai avuto l’esigenza di dimostrare qualcosa a qualcuno. Ho sempre cercato di suonare e di scrivere perché mi piace farlo e perché ritengo sia per me il modo migliore per trasmettere le mie emozioni e fino a quando sarà così continuerò su questa strada.

Quali problemi hai riscontrato nel corso della tua carriera? E cosa ti piace di più del tuo lavoro? E cosa, di meno?
La storiella che alla domanda “che lavoro fai” rispondendo “il musicista”, il proponente continui con “si ma che lavoro fai”, non è una barzelletta, capita spesso ad ogni musicista. Il problema principale è il riconoscimento ed il rispetto della professione. Come organizzatore, invece, non poche volte mi sono confrontato con referenti non solo privi di ogni competenza musicale o artistica ma soprattutto completamente ignari delle dinamiche tecniche e burocratiche che regolano il settore.

In che stato economico versa il jazz italiano, dal tuo punto di vista? Cosa funziona, e cosa non funziona?
Non è semplice risponderti. Indubbiamente il jazz italiano gode di ottima salute. Abbiamo grandi artisti riconosciuti ormai da anni a livello internazionale. Però a me sembra che tolti questi pochi, ci sia tutta una schiera di formidabili jazzisti italiani che fanno fatica a trovare un loro spazio. Concorrono tanti fattori diversi certo. C’è da considerare come negli anni il jazz in Italia sia stato sempre più relegato ai margini. Fino agli anni settanta il jazz era presente in Tv e Radio. L’arrivo delle TV commerciali ed il conseguente livellamento verso il basso dei programmi, anche della Rai, ha cancellato il jazz ed altre forme di cultura e spettacolo salvo relegarli in canali dedicati (Rai 5 ad esempio). Quello che mi delude è che in Italia non si riesca a capire che la Cultura può anche essere un richiamo turistico e commerciale in cui investire. Probabilmente i frutti non sono immediati ma nel tempo arrivano. In altri Paesi come la Germania, Svezia, Danimarca, Norvegia, Francia c’è una sensibilità e rispetto ben maggiore per le forme d’arte e per la professione del musicista stesso.

Cosa ne pensi di ciò che sta accadendo nella discografia? Ha ancora senso parlare di CD?
Qualunque supporto discografico ormai è un prodotto di nicchia, legato alle vecchie generazioni come la mia. La tecnologia e l’avvento di siti come Itune o Spotify hanno prodotto altre dinamiche nei fruitori più giovani. Acquisto on line o ancor meglio scarico gratuito di file. Ci sono artisti diventati famosissimi senza aver mai pubblicato un CD ma che invece hanno milioni di visualizzazioni su Youtube. Non c’è più la concezione del prodotto discografico che c’era fino a pochi anni fa. Per me il CD ha ancora senso perché rappresenta una testimonianza tangibile del mio lavoro. È un prodotto fisico, reale, non un semplice file che viaggia nell’Etere, è una sorta di biglietto da visita ed uno strumento di promozione.

Quale è la tua prossima sfida?
In questo momento la principale sfida è far conoscere Tella Tingia Te e gli Ottimo Massimo. Credo in questo lavoro e mi lusingano i giudizi positivi che ricevo da coloro che l’hanno ascoltato dai semplici amici ai giornalisti o ai colleghi come Zegna, Bonafede e altri. Continuo a dilettarmi nello scrivere brani sia per gli Ottimo Massimo che per altri ensemble e a breve vorrei realizzare un progetto in trio (sassofono, contrabbasso e batteria) per cui sto già scrivendo del materiale.