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Alessandro Carabelli e Roberto Cifarelli
Pat Metheny in concerto
Reportage

Alessandro Carabelli e Roberto Cifarelli</br> Pat Metheny in concerto </br>Reportage
Photo Credit To Roberto Cifarelli

8 novembre 2017

An Evening with Pat Metheny “ a Bergamo Scienza 2017.

di Alessandro Carabelli; fotografie di Roberto Cifarelli

Inserito in un contesto alquanto insolito, sabato 14 ottobre 2017, nell’ambito della XV edizione del festival Bergamo Scienza, si è tenuta presso il Teatro Creberg di Bergamo una delle due date italiane del tour europeo “An Evening with Pat Metheny”. Il concerto, organizzato dall’Associazione Verbo Essere con Bergamo Scienza è stato senza dubbio l’appuntamento più atteso e il sold out del teatro lo ha ampiamente dimostrato. Un pubblico attento quanto caloroso ha accolto il suo idolo che si è presentato alla testa di un quartetto composto dal pianista britannico Gwilym Simcock, dalla contrabbassista malesiana Linda May Han Oh e da Antonio Sanchez alla batteria.

Pat Metheny ha saputo regalare magia a piene mani nelle oltre due ore di concerto, ripercorrendo gran parte della sua lunga discografica. Dal brano d’apertura “Into The Dream” che lo ha visto disegnare oniriche armonie con la sua futuristica chitarra Pikasso disegnata per lui dalla liutaia canadese Linda Manzer fino a “Bright size life” tratta dal suo album d’esordio nel lontano 1976, da “Lone Jack” del 1978 fino a “Offramp” del 1981 è stato un continuo susseguirsi di momenti altamente ispirati, poetici, intervallati da virtuosismi ed incursioni tra jazz, rock e sonorità latine.

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Gli ascoltatori sono stati accompagnati in un viaggio fantastico all’interno di un mondo fatto di emozioni, di colori, ricco di sfumature, continue invenzioni e riletture, dove nulla è scontato o ridondante.
Del resto la sua musica è così, non ha confini ed ogni etichetta sarebbe troppo banale e riduttiva per un artista, come Metheny, curioso e che ama cimentarsi con ogni possibile stile e contaminazione, dando solamente voce alla creatività e alle intuizioni. Il chitarrista non si preoccupa che si tratti di pop, di rock, di jazz o di chissà che altro: suona, fa musica e i risultati gli danno ragione.

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Suo il merito dell’aver cambiato il linguaggio della chitarra, nell’aver creato un suono che fosse decisamente unico e riconoscibile. Le sue note sono lunghe, modulate, cantano come se fossero prodotte da uno strumento a fiato e più la tecnica offre incentivi più lui ne approfitta per diventare egli stesso un’orchestra. Con le sue chitarre può inventare ogni suono possibile e offre un’incredibile gamma di sonorità, rimanendo pure sempre nei canoni di un’estetica precisa.

Discorso diverso per la formazione che lo ha accompagnato. Monumentale Sanchez, che ha regalato a piene mani perle di straordinaria tecnica e sensibilità musicale, mentre Simcock e May Han Oh hanno svolto un lavoro onesto ma decisamente al di sotto alle aspettative: sebbene bravissimi ed armati di un’ottima tecnica strumentale, spesso hanno ricoperto un ruolo marginale, quasi da comprimari, forse incapaci d’arginare la straripante irruenza di Metheny e Sanchez.

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Anche quando Metheny ha eseguito brani “in duo” con i suoi giovani talenti, cercando di metterli in risalto e regalandogli ampi spazi, il risultato non è stato pienamente convincente. Ed è forse questo l’anello debole di un concerto comunque splendido: il non aver proposto un progetto del tutto nuovo, facilmente caratterizzabile, con una propria identità e personalità.

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