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Alessandro Fedrigo</br>Reportage da Saalfelden

Alessandro Fedrigo
Reportage da Saalfelden

Abbiamo chiesto ad Alessandro Fedrigo, bassista, compositore e didatta, leader insieme a Nicola Fazzini dell’XYQuartet, di realizzare in esclusiva per il lettori di Jazzit questo reportage dal festival di Saalfeden.

Di Alessandro Fedrigo
Fotografie di Maurizio Zorzi

Ho deciso di andare al Festival di Saalfelden da ascoltatore  perché trovo che sia un eccellente modo per rinfrescare le orecchie, ascoltare tanti gruppi che si muovono in quell’ampia area che potremmo definire “jazz contemporaneo” e scoprire nuovi musicisti, compositori, improvvisatori.

Questo festival, giunto oramai alla trentasettesima edizione, vanta un’organizzazione pressoché perfetta, si svolge in una bella cittadina tra le montagne e la selezione dei musicisti effettuata dai direttori artistici Mario Steidl e Michaela Mayer è molto accurata. Per un musicista poi questa è un eccellente occasione per incontrare colleghi, giornalisti e appassionati e tenere lunghe chiacchierate sulla musica, sui concerti appena ascoltati, sulle novità discografiche e sulle produzioni più innovative.

Il programma si è articolato principalmente su due location: il Nexus (con i cosidetti ShotCuts) più raccolto ed intimo, e la Congress Hall (Main Stage) che ospita gli eventi più affollati.
C’era un terzo palco in centro città dove si sono tenuti una serie di concerti ad ingresso gratuito,  sostanzialmente di musica etnica o folk, e di questi non farò menzione: non perché la qualità della musica non fosse buona, ma perché non si trattava di concerti jazz.

GIORNO #1:

Si inizia il giovedì sera al Nexus con il primo degli Shortcuts, e si inizia davvero bene con un trio austriaco: Namby Pamby Boy.

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I musicisti sono l’ottimo tastierista (fender Rhodes e sintetizzatori) e compositore Philipp Nykrin che con un trio affiatatissimo (suonano tutto a memoria) e potente suona una musica molto articolata ed efficace. La band mescola ricerca ritmica, formale, elettronica e una certa attitudine punk rock a elementi mutuati dalla musica contemporanea. Al sax alto un ottimo Fabian Rucker, preciso e tecnico, mentre alla batteria ed elettronica c’è Andreas Lettner. Un set ottimo per coerenza ed efficacia, accompagnato da una video proiezione forse non così interessante ma che è comunque riuscita a creare una buona suggestione.

A seguire Starlite Motel ovvero il nuovo quartetto europeo di Jamie Saft (naturalmente all’organo) con Rune Nergaard al basso elettrico, Kristoffer Alberts ai sassofoni e Gard Nilssen alla batteria. Un progetto che mescola improvvisazione free ed elementi hard core. Il loro set è sicuramente energico ma non mi coinvolge, mi sembra che la musica non decolli o comunque non riesca ad evolvere, peccato: la band, che ha da poco registrato un cd dedicato alle cascate Awosting che si trovano nello stato di New York, sulla carta sembrava più interessante.

GIORNO #2:

La giornata inizia di mattina col duo di Tim Berne e Marc Ducret,  che hanno sviluppato una lunga collaborazione e che condividono un linguaggio improvvisativo coerente e personale. Hanno presentato un bel set di composizioni originali equamente divise, musica brillante, efficace ed eseguita magnificamente. Ducret in particolare risulta sempre efficace e superbo sul piano esecutivo. 

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Poco più tardi il palco si affolla fino all’inverosimile per il Large Unit di Paal Nilssen Love, dodici elementi disposti tra l’altro in modo inconsueto: due batterie ai lati opposti del palco, poi due bassi a convergere e al centro la tuba dell’ottimo Per Ake Holmlander.

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Alle estremità laterali la chitarra elettrica di Ketil Gutvik e la cuica di Paulinho Bicolr, a testimonianza dell’interesse di Paal per la musica brasiliana. Una front line di ance ed ottoni agguerritissima nella quale spiccavano il sax baritono di Klaus Holm e la tromba di Thomas Johansson. Il concerto è molto coinvolgente e strutturato con intelligenza e rigore; la band presenta una sequenza di temi originali con situazioni improvvisative di grande varietà, dal free jazz furioso al riduzionismo più minimale, con le due sezioni ritmiche che dialogano, si scontrano, si sovrappongono e alle volte litigano. Un concerto ben congegnato e di grande efficacia.

Il pubblico si trasferisce alla Congress Hall per seguire il MainStage serale, la sala è molto bella e dopo i saluti delle istituzioni che supportano il Festival va in scena la produzione che ogni anno viene commissionata ad un jazzista austriaco. I direttori artistici scelgono un musicista e gli lasciano carta bianca per un progetto originale da presentare in anteprima sul palco principale, un modo intelligente e lungimirante per investire su un artista e permettergli di proporsi in una vetrina internazionale. Quest’anno la scelta è stato il giovane e valente contrabbassista e compositore Lukas Krantelbinder (classe 1988) che ha assemblato per l’occasione il settetto Shake Stew con due batteristi/percussionisti (Niki Dolp e Herbert Pirker), due ottimi sassofonisti (Clemens Salesny e Johannes Schleiemacher) e la tromba di Mario Rom che si conferma eccellente. Interessante l’inserimento del giovanissimo Manuel Mayr al contrabbasso e alla chitarra baritona. La musica che l’ensemble ha proposto è stata molto varia, con echi di free jazz, minimalismo, ritmi africani, momenti meditativi di sapore coltraniano. Alcune armonizzazioni mi hanno ricordato il mondo sonoro di Maria Schneider e una sorta di gospel per finire. Una musica densa di riferimenti, suggestiva ma quasi enciclopedica. L’esecuzione è stata ottima e i solisti sempre a loro agio, solo la mancanza di un focus mi sembrata la pecca di questa performance. Sicuramente un ottimo lavoro per competenza ed esecuzione di un giovane compositore da seguire in futuro.

A seguire il gruppo dal sapore cameristico portato dal violoncellista francese Vincent Courtois accompagnato da due sax tenori, il tedesco Daniel Erdmann e il conterraneo Robin Fincker; la musica è raffinata e ben eseguita, ma talvolta scivola su soluzioni banali, non mi convince completamente per quanto alcuni momenti siano pregevoli (soprattutto quelli legati ad una certa musica colta europea) e i musicisti molto capaci.

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Dopo questa performance acustica arrivano poi i Krokofant, trio norvegese affiatatissimo e con una energia e cattiveria veramente sorprendenti.

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Su tutti cito il giovane batterista Axel Skalstad, che riesce a mantenere la tensione (e la pressione sonora) altissima con una creatività inesauribile. Tom Hasslan alla chitarra risulta efficacissimo e il sassofonista/tastierista Jorgen Mathisen si fa notare per la semplice concretezza dei suoi interventi, algidi e contrastanti rispetto a un ambiente sonoro infuocato ed ossessivo. Un set brillante, una band affiatata che mescola prog e metal, free impro e ricerca timbrica in modo efficace. Per me sconosciuti sono stati una bella sorpresa, da seguire. Ma a Saalfelden la giornata di musica non è ancora finita!

A mezzanotte infatti entra in scena il sestetto di Marty Erlich con una formazione di solisti ben noti e un discreto assortimento stilistico: alla tromba Jack Walrath, al trombone Ray Anderson, al piano James Weidmann, al basso Brad Jones, alla batteria il sempre ottimo Ben Perowsky. Eseguono tutte composizioni originali del leader in un mix di influenze stilistiche che è tipico di Erlich. Musica ben congegnata ed eseguita con efficacia da una band che comunque mi è sembrata guardare indietro, ad una sorta di tradizione newyorkese del jazz. Un set piacevole  che ha alternato momenti modali ad altri più liberi, con il groove di una sezione ritmica solida e varia ed una scrittura tradizionale che forse mancava di personalità.

GIORNO #3:

La maratona è nel pieno e il terzo giorno di concerti inizia la mattina al Nexus con un solo di Michael Riessler al clarinetto basso dal titolo “Double Fond”. Riessler è un musicista notevole che ha frequentato parimenti il jazz e la contemporanea e il concept del concerto è assai stimolante: il musicista suonerà improvvisando sopra a una registrazione di un suo solo che è stato utilizzato per sonorizzare un film muto. Interagirà dunque in tempo reale con una sua opera. Il musicista è davvero notevolissimo e la padronanza del clarinetto basso è superba, sostanzialmente è una performance di continua respirazione circolare e di tecnica (convenzionale e non) applicata allo strumento. Il risultato forse non mi convince appieno, la realizzazione risulta un po’ monotona e appiattita sulla registrazione, per quanto il concetto sia interessante e l’esecuzione di alta qualità.

A seguire il nuovo quartetto di Jim Black dal nome Malamute.

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Per inciso questo titolo (lo racconta Black nella presentazione del concerto) è un tipo di razza di cani usato per trascinare le slitte sulla neve, cani austeri e leali, intelligenti e fieri. Il concerto è convincente, il sound è una evoluzione del quartetto Alas No Axis, ottimo l’inserimento del tastierista Elias Stemeseder che usa solo un paio di sinth (pur essendo un eccellente pianista) e contribuisce in modo significativo sia al supporto armonico con timbri sempre interessanti sia improvvisando nelle zone ambientali con scelte che mi hanno fatto pensare alla glitch music del nord Europa. Al basso elettrico Chris Tordini, che si conferma un sideman d’eccezione e riesce sempre a interpretare la situazione con creatività supportando la musica e i solisti in modo eccellente. Al sassofono tenore una delle voci più interessanti in questo momento storico, ovvero Oskar Gudjonsson, che distilla le note con un suono che sembra ispirato a Warne Marsh o a Stan Getz e caratterizza notevolmente il suono della band. Il leader suona da par suo, e le composizioni si muovono in quell’ambito di canzone rock, noise e free,  con ritmi ricercati e improvvise variazioni di direzione che da sempre caratterizzano la musica di Jim Black. Energetico, suggestivo, ben suonato, un set ottimo a mio modo di vedere.

La carovana degli ascoltatori si trasferisce rapidamente alla Congress Hall perché alle 15:30 si esibisce il trio austriaco Edi Nulz che sembra molto interessante: alle chitarre Adam Pajsz, al clarinetto basso Siegmar Brecher e alla batteria Valentin Schuster. Affiatati ed energici, presentano un repertorio di composizioni originali che risente di suggestioni zappiane, ma anche di tutto quell’avant jazz di cui il quartetto di Jim Black (appena ascoltato) mi sembra essere la versione originale. Ogni tanto scivolano nel trash con citazioni di folk tirolese, l’impatto è forte ma la loro schizofrenia diventa alla lunga stucchevole, almeno per me.

Nel pomeriggio invece arriva un trio che mi ha davvero lasciato di stucco: Chiri è lo strano incontro tra il cantante coreano Bae il Dong e due improvvisatori australiani, ovvero Scott Tinkler alla tromba e Simon Barker alla batteria.

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Il concerto inizia con un solo del trombettista (notevole per tecnica e fraseggio), ma è quando Bae il Dong inizia a cantare che si apre davvero un nuovo mondo sonoro: è il mondo del Pansori coreano, una sorta di narrazione cantata (dai significati ovviamente incomprensibili) ma di una notevolissima intensità espressiva. La voce di Dong è ruvida e cupa, alle volte stridente e drammatica come poche, la sua performance è notevole per espressività; il batterista Simon Barker mi è sembrato molto a suo agio nell’accompagnare la performance mentre la tromba di Tinkler sembrava un po’ scollegata. Un esperimento forse non perfettamente riuscito di incontro tra due universi musicali ma senza dubbio una delle cose più bizzarre che mi sia mai capitato di ascoltare: è anche per questo che si viene a Saalfelden!

Quasi senza interruzione lo spettacolo continua con il nuovo quartetto di Tomeka Reid; accanto alla violoncellista si esibiscono Mary Halvorson alla chitarra, Jason Robke al basso e Tomas Fujiwara alla batteria. Sulla carta un ensemble che ha molto da dire, ma per me ha rappresentato una delusione. Composizioni deboli di impianto per lo più tonale con melodie semplici e arrangiamenti minimi…la Halvorson strapazza le armonie ma resta sostanzialmente scollegata da una sezione ritmica (di valore assoluto) che in questo contesto risulta assai scolastica. La leader non convince anche come solista. Un vero peccato.

Il Festival ha ancora molta musica da proporre, e in prima serata salgono sul palco i Burning Ghosts di Daniel Rosenboom.

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Il leader è un trombettista e compositore molto interessante, il gruppo è sostanzialmente un ensemble di jazz metal, con chitarrista perfettamente allineato all’estetica (l’ottimo Jake Vossler), un bassista solido e propulsivo (Richard Giddens) e un batterista (Aaron McLendon) che picchia senza sosta eseguendo le composizioni complesse del leader con grande precisione. Il suono della band è poderoso e Ronsemboom con la sua tromba svetta sul magma sonoro che i tre producono con un suono di tromba potente e davvero curatissimo. Le composizioni hanno una certa varietà e interessanti incastri ritmici, la band suona tutto a memoria con un affiatamento perfetto: una macchina da guerra. Una proposta che non mi ha entusiasmato sotto il profilo delle scelte compositive, ma una performance di alto livello, energica e di grande compattezza.

Alle 23:00 è il momento di uno dei gruppi più attesi ed acclamati: la band dell’astro nascente del jazz francese, ovvero Emile Parisien (sax soprano), con ospiti Michel Portal e Joachim Kuhn. Il sestetto esegue una serie di composizioni dei tre musicisti citati con grande trasporto, divertendosi e divertendo. I virtuosismi si sono forse sprecati ma la formazione era davvero di ottimo livello spaziando tra jazz modale, ritmi africani, up tempo e free jazz con temi accattivanti e soluzioni ritmiche d’effetto. In evidenza il chitarrista Manu Codija, a suo agio in qualsiasi situazione con un suono (l’unico elettrico) che mi ha ricordato Scofield in alcuni passaggi ed Holdsworth in altri. Un concerto godibile che è stato molto apprezzato dal pubblico.

Dopo la mezzanotte arriva l’omaggio a Sun Ra dei francesi Supersonic, un sestetto che ha riproposto una originale rilettura dell’autore di “Space is the place”, mescolando con disinvoltura ed ironia funk, electro, rock, noise. I tre sassofonisti hanno anche spesso cantato e il set è risultato molto gradevole e la performance (che prevedeva anche dei gustosi balletti perfettamente sincronizzati) è risultata molto convincente.

GIORNO #4:

La maratona sonica sta giungendo alla fine e la carovana degli ascoltatori è quasi stremata, ma l’aria fresca di Saalfelden e il tasso alcolico (piuttosto elevato) aiutano il numeroso pubblico a resistere! Si inizia alle nell’immediato dopo pranzo con il quintetto della giovane trombettista portoghese Susana Santos Silva, che ha assemblato un ensemble di improvvisatori provenienti dalla Danimarca e dalla Svezia. Presentano un set di musica completamente improvvisata: il quintetto è molto affiatato ed elegante, l’interplay è ottimo e il suono della leader caldo ed avvolgente; spicca ai sassofoni la brava Lotte Anker, creativa e mai invadente. I pezzi si sviluppano in modo coerente e condiviso, le atmosfere sono ricercate; un gruppo che ha imparato alla perfezione la lezione della free improvvisation di stampo europeo e la ripropone con competenza e naturalezza; niente di nuovo sotto il sole, ma sicuramente un buon concerto.

Di seguito va in scena il trio di Erlend Apneseth, l’ennesima formazione nordeuropea (in questo ensemble i musicisti sono tutti norvegesi) con un progetto e una strumentazione che sulla carta sembra interessante: un mix di folk e rock che mescola suono acustico ed elettronica.. Il leader suona un particolare violino tradizionale (hardanger fiddle) con corde risonanti e tastiera piatta, alla chitarra acustica c’è il giovane Stefan Meidell che processa il tutto con  laptop e vari effetti.  I materiali musicali che vengono usati sono molto poveri (pentatoniche) e gli ambienti sonori evolvono con lentezza, un set che non mi convince: mi pare che l’uso dell’elettronica appesantisca l’esecuzione che risulta stucchevole e ripetitiva.

Alle 17:30 è il momento di una delle band più attese, ovvero Human Feel. La line up è stellare: Chris Speed e Andrew D’Angelo ai sassofoni, Kurt Rosenwinkel alla chitarra e Jim Black alla batteria. Un gruppo che negli anni ’90 ha scritto delle pagine di musica molto importanti e dopo un periodo di inattività nel 2007 ha fatto uscire un magnifico cd per la Skirl Records dal titolo “Galore”. Il valore dei musicisti è indiscutibile, le composizioni interessanti ed eseguite perfettamente, Speed come sempre distilla le note con parsimonia e intelligenza, mentre D’Angelo è abrasivo e infuocato, Rosenwinkel regge le fila dei pezzi e spesso ricopre il ruolo del bassista, con il suono della chitarra è fortemente processato. La musica non presenta elementi di novità rispetto a quello che si conosce del gruppo, un impasto di rock, noise, avant jazz. I sassofoni sono un po’ sommersi dalla furia di Jim Black (ma questo è un problema più legato all’amplificazione e ai fonici che ai musicisti) e questo rende la performance un po’ confusa e meno godibile. Comunque un ottimo concerto, vario, energico, a tratti ballabile. Il pubblico gradisce ed è questo uno dei momenti migliori del festival, anche siamo di fronte a una reunion e le prospettive di sviluppo della musica non si vedono, o meglio non si sentono.

Rinvigoriti da questo concerto ecco che arriva il quartetto trans europeo composto da Andrea Schaerer (svizzero) alla voce, Luciano Biondini alla fisarmonica (unico italiano in tutto il festival), Kalle Kalima (finlandese) alla chitarra elettrica e Lucas Niggli (che è nato in Camerun ma vive in Svizzera)alla batteria. Il concerto è realizzato con una miscela di musiche provenienti da luoghi diversi, con suggestioni molto contrastanti. Schaerer è un autentico virtuoso, la sua vocalità enciclopedica mi ha fatto venire in mente non solo Demetrio Stratos, Mike Patton e Bobby McFerrin ma a tratti anche Milton Nascimento. Il suo canto è pregevole e coinvolgente ma forse senza (ancora) un’identità precisa; gli altri musicisti lo seguono in un percorso musicale di composizioni molto varie ispirate al Brasile, all’Africa, al rock d’avanguardia, al jazz europeo senza trovare un filo conduttore preciso. Incantano per il loro virtuosismo ma l’effetto circense alla fine (almeno per me) prevale e trovo la musica un po’ banale. D’altronde mi rendo conto che al termine di una maratona musicale come quella che ho vissuto le orecchie (e il cervello) sono davvero stanchi.

Arriva ora il gran finale, ovvero Steven Bernstein con i suoi Hot 9 che ospitano il pianista e cantante Henry Butler, uno dei più importanti esponenti dello stile jazz/blues di New Orleans (un epigono di Dr. John e Professor Longhair per capirci). Butler, non vedente, dopo l’Uragano Katrina si è stabilito a New York, dove ha incontrato Bernstein e il suo Large Ensemble. Una conclusione che ha tutto il sapore della festa, un set all’insegna del divertimento, del groove, del blues e dell’ironia. Bernstein guida i suoi attraverso pezzi più o meno classici con piglio sicuro e si diverte a farli improvvisare, la musica non è mai ingessata e anzi le sbavature fanno parte del gioco, gli arrangiamenti sono semplici ma di grande impatto. In evidenza l’ottima sezione ritmica (Brad Jones al basso e Donald Edwards alla batteria), il clarinetto di Doug Wiselman e ovviamente la tromba del leader. Butler improvvisa torrenzialmente al piano, canta e ci porta al suono di New Orleans intriso di blues e stride piano. Insomma un finale festoso e piacevolmente dissonante rispetto ad una rassegna volontariamente di matrice avant-garde nella quale il blues e lo swing non avevano ancora fatto capolino.

Alcune riflessioni al termine di questa maratona intensa e piacevole mi paiono d’obbligo: sicuramente Saalfelden si conferma un appuntamento importante per gli appassionati e per gli addetti ai lavori interessati a ciò che succede nell’area dell’avant jazz o jazz contemporaneo che dir si voglia. L’organizzazione è impeccabile, le location ottime, c’è tutto ciò che serve per rendere un festival pressoché perfetto. La direzione artistica ha dei gusti molto focalizzati: sicuramente il suono con impatto con matrice rock punk piace, e a questo si affianca il sound cameristico ambientale.

La partecipazione di artisti statunitensi è molto ricca, inoltre si segnala un numero davvero elevato di progetti provenienti dal nord Europa (norvegesi, danesi e svedesi in quantità). Questo è sicuramente dovuto all’alta qualità delle produzioni di quei paesi ma anche al fatto che i musicisti di quei luoghi sono sovvenzionati e aiutati ad esportare la loro musica.

Ho trovato molto interessante che il Festival continui a commissionare produzioni ad artisti austriaci: questo ha prodotto una generazione di musicisti di grande qualità  che partecipa al Festival, che si confronta con la realtà internazionale e produce musica di sempre più alto livello.

Brilla l’assenza di musicisti italiani, eccezion fatta per l’ottimo Luciano Biondini. Il perché questo accada credo sia ascrivibile a molti fattori: in Italia non ci sono attualmente etichette discografiche in grado di promuovere i propri artisti a livello internazionale, sicuramente non ci sono dei management di jazz contemporaneo in grado di promuovere gli italiani a livello europeo/internazionale e d’altra parte gli unici musicisti che girano il mondo producono di fatto un jazz molto più mainstream o popolare. L’Italia è vista (almeno questo mi è sembrato di capire parlando con alcuni addetti ai lavori) come un paese dove ci sono tanti musicisti validi ma che non fa sistema, non ci sono musicisti con produzioni forti che incidono per etichette che si promuovono internazionalmente con manager conosciuti nel circuito dei festival.

Musicalmente il festival ha presentato un programma pregevole, con alcune sorprese e alcune delusioni (com’è ovvio e giusto che sia), sicuramente si sono ascoltate band di grande impatto con ampi riferimenti al mondo del rock e dell’elettronica ed in alcune formazioni ha prevalso la tendenza ad usare tanti (forse troppi) materiali musicali diversi. La mia riflessione personale è che oggi come non mai è assai complicato per un artista realizzare  una sintesi e riuscire ad esprimere la propria personalità musicale in modo compiuto.

Detto questo penso di poter dire che il jazz gode di ottima salute: questo per me è certo e in tanti paesi del mondo i musicisti continuano ad esprimersi e a ricercare con grande passione e capacità.