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Zirobop</br>Intervista a Enzo Zirilli
Photo Credit To Leonardo Schiavone

Zirobop
Intervista a Enzo Zirilli

29 giugno 2018

Enzo Zirilli è sicuramente nel gruppo dei migliori e più conosciuti batteristi italiani, in Italia e all’estero; l’abbiamo intervistato in occasione dell’uscita del suo nuovo disco con Zirobop, Ten To Late.

Di Eugenio Mirti; fotografie di Leonardo Schiavone.

Come nasce questo nuovo disco?
L’abbiamo registrato il gennaio 2017, è uscito da poco, c’è stata una lunga realizzazione grafica; è uscito come il primo per la UR, etichetta milanese di ragazzi che lavorano bene e che hanno una bella sensibilità artistica; mi piace l’idea di lavorare con una label costituita da musicisti.

Quali sono le novità?
La cosa bella di Zirobop è che è una band entusiasta; nel jazz mi pare che purtroppo ci sia un po’ di carenza progettuale rispetto ai gruppi che hanno fatto la storia, dove c’era il concetto della band. Penso per esempio agli Area, musicisti di grande personalità ma anche un gruppo vero e proprio. Ziroobop è un gruppo che racconta delle storie; quindi un disco che porta avanti il discorso emozionale, mi piace definirci una band emozionale, perché riguarda tutte le cose che mi hanno rappresentato e rappresentano i ragazzi.

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Che brani avete scelto?
Troviamo materiale originale di ciascuno, poi un omaggio a Jaco Pastorius, un altro omaggio a Monk, un brano di Zawinul, un brano di Charlie Mariano, uno di Pino Daniele… un repertorio variegato, che abbraccia un po’ tutto quello che mi appartiene.

Quanto conta la curiosità nell’essere musicisti?
Tanto; molti dicono che il jazz è morto, ma non è affatto morto, al massimo sono morti i musicisti che lo suonano o la loro attitudine; è una musica che traccia la strada, poi sta alla tua curiosità scoprire cose nuove e migliorarti.

Come gestite la formazione a due chitarre?
Non è facile ma Rob e Alessandro la vivono da fratelli, si scambiano informazioni e mi sembra funzioni benissimo.

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La differenza principale nell’industria musicale tra Londra e Torino, visto che vivi in entrambe le città?
La differenza forte è la quotidianità della musica; in UK è un fatto quotidiano, da noi c’è la tendenza a creare l’evento; questo vale in tutti i campi, nella musica come nella danza, e questa cosa ti fa sentire vivo, a Londra. In Italia ogni tanto hai questa strana sensazione di essere l’ultimo dei mohicani. La rassegna Radio Londra che organizzo con il Folk Club è nata proprio per portare nella mia città alcuni musicisti straordinari che non passerebbero mai da Torino.

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Un’idea che suggeriresti al Presidente del Consiglio per migliorare la vita culturale italiana.
Presidente, vogliamo fare qualcosa per tutti i ragazzi che sono obbligati ad andare via da questo paese? E poi fare una legge per cui almeno metà dei locali pubblici abbiano agevolazioni concrete e siano quasi obbligati a fare attività artistica.

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