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Waves</br> Intervista a Riccardo Chiarion

Waves
Intervista a Riccardo Chiarion

13 febbraio 2017

Si intitola “Waves” (Caligola, 2015) l’ultimo disco firmato da Riccardo Chiarion in compagnia di una formazione particolarmente interessante che vede John Taylor, Diana Torto, Julian Siegel, Luca Colussi e Alessandro Turchet. Ne abbiamo parlato con il chitarrista.

Di Eugenio Mirti

Come lavori alle composizioni?
Solitamente scrivo i brani alla chitarra, più raramente al piano. Inizio improvvisando molto lentamente, alla ricerca di una prima buona idea (adoro l’aspetto ludico della composizione e spero di comporre sempre con leggerezza e freschezza). Quando credo di aver trovato un buon punto di partenza melodico e armonico (per me le due cose generalmente nascono insieme), inizio a pensare come sia possibile sviluppare la melodia e spesso riesco a farlo grazie ad accostamenti armonici poco consueti. Come se l’armonia da me scelta (esclusivamente a orecchio), mi aiutasse a trovare delle soluzioni melodiche diverse. Quello che cerco comunque è un risultato piacevole, spero sempre che qualcuno possa ascoltare la mia musica con godimento; ovviamente però, da artista, il mio intento è di comporre del materiale che allo stesso tempo risulti interessante anche per chi volesse ascoltarlo con l’orecchio tecnico del musicista. Per me la coesistenza di questi due punti di vista è fondamentale: la musica nasce come momento ricreativo (soprattutto per chi non è musicista), e credo debba restarlo; invece chi la crea vuole appagare maggiormente un gusto estetico personale e sicuramente anche una parte di godimento intellettuale.
Tecnicamente prediligo l’armonizzazione di note melodiche lontane dall’accordo (none, undicesime e tredicesime) e lavoro molto sulla composizione melodica intervallare. Sul piano armonico utilizzo accordi con poca relazione tonale e spesso le dominanti sono alterate.
Le strutture non sono molto lunghe, preferisco la concretezza di una melodia che si sviluppa in un lasso di tempo abbastanza breve e che mantenga quindi una coerenza e incisività maggiori.

I Have Lost è un adattamento da Emily Dickinson: perchè questa scelta?
La scelta è il risultato di una fortunata coincidenza; la musica infatti è stata scritta liberamente, senza alcun riferimento, così come tutti gli altri brani del disco. Diana Torto in questo caso ha notato una relazione tra le atmosfere evocate in entrambi i testi: quello poetico e quello musicale. Il ritmo metrico delle parole, inoltre, si adatta perfettamente alla melodia. A mio parere questo è uno dei brani in cui il pianismo di John Taylor riesce ad avere il massimo risalto.

Come hai scelto la formazione? In particolare, rispetto a Sirene rimane solo Luca Colussi, che tipo di rapporto musicale c’è tra voi?
Volevo incidere un disco con molti colori, sfumature e timbri diversi; proprio per questo motivo ho deciso di aggiungere la voce e il pianoforte. Con John Taylor e Diana Torto avevo già suonato insieme anche a Kenny Wheeler a Bertinoro in occasione dell’ottantesimo compleanno del trombettista e, conoscendoli, ho voluto coinvolgerli nella registrazione. L’idea si è potuta poi concretizzare anche grazie alla intermediazione di Andrea Marini, manager di John Taylor e compagno di Diana Torto. Lo stesso Andrea Marini mi ha presentato il sassofonista inglese Julian Siegel, raffinato musicista che ho immediatamente apprezzato ascoltando i suoi cd e con il quale mi sono trovato in perfetta sintonia nelle giornate di prova e registrazione.
Con Luca Colussi e Alessandro Turchet suono ormai da molti anni. Ritengo siano due musicisti eccezionali, capaci di dare concretezza e spessore alla mia musica capendone profondamente l’intenzione. In “Waves” in particolare, la sezione ritmica, così come gli altri componenti del gruppo, dimostra un affiatamento particolare nell’eseguire le composizioni con un’intensa energia ricca di spontaneità.
A partire dall’album “Sirene”, i musicisti si sono alternati nei miei gruppi e questo è avvenuto direi in maniera naturale. Quando scrivo musica penso a chi potrebbe far risaltare maggiormente le mie idee: le composizioni di Sirene ad esempio, essendo più pungenti, vengono valorizzate dal sassofono di Michele Polga mentre il contrabbasso di Stefano Senni, dal suono caldo e rotondo, le arricchisce.
Nel disco “Mosaico” il sound è più melodico e quindi ho pensato al sassofono di Pietro Tonolo, un grande musicista italiano che musicalmente fa sembrare facile ciò che dal punto di vista tecnico è in realtà complesso; fortunatamente Pietro, nel quartetto del quale avevo avuto già l’opportunità e il piacere di suonare per qualche anno, ha accettato di far parte del progetto. Sempre in quel disco al contrabbasso suona Alessandro Turchet.

John Taylor ci ha lasciati poco dopo questa registrazione, vuoi condividere con noi una testimonianza, un ricordo del vostro lavoro insieme?
John Taylor è stato un grande musicista e una grande persona. Le giornate passate con lui si sono dimostrate molto interessanti. Osservare la serietà con cui ha affrontato il repertorio (cosa non sempre scontata anche in ambito professionale), l’attenzione con cui ha riascoltato i brani e il costante desiderio di volerli suonare con la massima cura: tutto questo mi ha fatto capire molte cose in maniera concreta, senza tante parole, al contrario, solo nei fatti. Ovviamente anche il suo grande apporto creativo ha arricchito il lavoro, nel suo complesso, con idee e spunti oltre che con la sua straordinaria musicalità allo strumento.
Purtroppo la sua prematura scomparsa è veramente una grande perdita per il mondo della musica e per tutti noi; fortunatamente restano le incisioni che ha realizzato nel corso della sua carriera che potremo sempre ascoltare con piacere e ammirazione.

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A tuo avviso quali sono le strade che prenderà la chitarra jazz nel futuro prossimo?
Domanda difficile. Ascolto sempre più spesso giovani chitarristi dimostrare grandi doti tecniche e musicali; devo dire, però, che talvolta non vengo affascinato dalla loro musica, sono fermamente convinto che il piano compositivo sia più importante di quello competitivo legato al virtuosismo strumentale. Un esempio significativo si potrebbe trovare in alcune composizioni le cui idee sembrano nascere da esercizi tecnici o progressioni più che da una ricerca estetica personale e originale.
Un chitarrista che senza dubbio spicca, a mio avviso, proprio per l’aspetto compositivo, è Julian Lage, musicista che dimostra grandi abilità strumentali accompagnate da una straordinaria sensibilità musicale.
Resto comunque un po’ nostalgico del periodo Scofield – Metheny – Frisell – Abercrombie che, a mio avviso, dimostravano grande sensibilità artistica.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Sta per uscire per l’etichetta Caligola Records un disco in duo con il chitarrista americano Russ Spiegel; abbiamo inciso (in una sola giornata di registrazione) alcuni brani originali, degli standard e qualche improvvisazione libera. Il risultato è molto spontaneo, spero possa interessare gli appassionati di chitarra e, in generale, gli ascoltatori di musica improvvisata.
Sto anche dedicandomi alla composizione di nuovi brani originali da registrare con Luca Colussi e Alessandro Turchet: spero presto di poterli incidere, sarebbe il primo disco in trio interamente a nome mio.

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