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Voltage</br>Intervista a Bebo Ferra
Photo Credit To Leonardo Schiavone

Voltage
Intervista a Bebo Ferra

Abbiamo intervistato Bebo Ferra in occasione dell’uscita di “Voltage” (Abeat, 2016); accompagnato da Nicola Angelucci alla batteria e Gianluca Di Ienno all’organo Hammond, pianoforte e Fender Rhodes, in questo album  il chitarrista ribadisce la sua personale visione di questa particolare line-up e la sua cifra stilistica versata alla cantabilità melodica.

di Roberto Paviglianiti

Batteria, organo Hammond e chitarra. Avevi in mente un trio di riferimento?
Assolutamente no! Conosco la storia dell’organ trio, fino alla recente interpretazione di Peter Bernstein, ma volevo discostarmi dal suono di quei gruppi, anche se li trovo fantastici, semplicemente per il fatto che la mia musica muove verso un’altra direzione. Nel disco suono la chitarra classica con l’organo, combinazione che credo in pochi abbiano realizzato; Gianluca in alcuni brani suona anche il Fender Rhodes e il pianoforte acustico; insomma ho adattato la mia musica ai colori che avevamo a disposizione senza pensare alla “storia” o a quello che avevano realizzato i miei illustri predecessori.

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Perché hai scelto di inserire l’organo Hammond nei tuoi progetti?
È uno strumento fantastico! Per la registrazione di “Voltage” abbiamo noleggiato un vero organo Hammond degli anni Sessanta (con il Leslie degli stessi anni), e il suono è incredibile, ricco di armoniche e soprattutto di una profondità pazzesca. Poi con l’organo hai il pianoforte e il contrabbasso nello stesso strumento, cioè riesce ad assolvere le funzioni di entrambi gli strumenti. Inoltre trovo che si sposicon il suono della chitarra in maniera perfetta, e poi rimanda immediatamente con l’orecchio a un suono vintage.

I brani nella scaletta  sono quasi tutti firmati da te. Quali caratteristiche li accomunano?
Molti brani sono nati essenzialmente per questa formazione, li ho scritti a ridosso della registrazione. Sono nati come tutte le composizioni che ho scritto nella mia vita: penso sempre a una linea melodica e poi trovo gli accordi che la “colorano” in modo convincente. Qualche volta parto da una cellula ritmica, ma lo sviluppo è quasi sempre melodico, credo che sia la cosa che mi appartenga di più e che mi contraddistingua. Con la melodia non puoi fingere, la ritengo la parte più sincera della musica. L’armonia è altresì importante, ma con la finalità di essere cantabile anche quella, si deve muovere come quattro linee melodiche parallele, non penso a blocchi di accordi, e in questo il mio maestro è Bill Evans.

Nel booklet c’è un ringraziamento al liutaio Gabriele Ballabio. Qual è la caratteristica che più apprezzi nella tua chitarra?
La chitarra di Gabriele è la prima chitarra di liuteria che mi sono fatto costruire. È uno strumento bellissimo che ho dal 2002 e che con il tempo è migliorato come il buon vino. Ha un suono molto dolce ed elegante.

Cosa rappresenta questo tuo lavoro nel tuo percorso artistico?
È un punto importante della mia carriera artistica. Ho realizzato molti dischi in cui imbracciavo solo lo strumento acustico e spesso la mia musica veniva etichettata come “mediterranea” e sicuramente la vena folk veniva accentuata dalla scelta degli strumenti messi in gioco nel lavoro discografico. Non che la cosa mi desse particolarmente fastidio, ma non mi piace essere etichettato in un modo o in un altro. Ecco, non che la mia musica sia cambiata radicalmente, ma spero di avere trovato con questa formazione un modo di suonare in maniera più acustico e cameristico, con una formazione che può diventare di volta in volta o più aggressiva o più jazz nel senso classico del termine. Inoltre per il prossimo futuro ho in mente anche di realizzare un disco in solo.

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