Ultime News
Voce e improvvisazione: intervista a Giorgio Pinardi

Voce e improvvisazione: intervista a Giorgio Pinardi

29 luglio 2019

A proposito del nuovo disco del bravo cantante italiano

Da qualche mese è uscito “Mictlan”, il nuovo album di Giorgio Pinardi. L’abbiamo intervistato.

Di Eugenio Mirti

Quanta componente di improvvisazione c’è nei tuoi brani?
L’improvvisazione è il vincolo su cui l’intero progetto è basato. Per quanto esista una rielaborazione in studio, grazie all’impagabile e maniacale lavoro di co-arrangiamento, produzione, mixaggio e mastering realizzato da Paolo Novelli dei Panidea Studios di Alessandria, i brani per precisa scelta programmatica nascono da improvvisazioni senza niente di predefinito o deciso, esattamente come mi propongo nei miei Live. L’idea alla base del mio modo di lavorare sull’improvvisazione come materia compositiva è proprio quella di sciogliere tutte le barriere, limiti, blocchi e schemi predefiniti che la mente razionale ci impone davanti all’autentica creazione estemporanea, quando la intendiamo come un reale attingere a tutta la musica che il nostro subconscio immagazina e conserva senza averne coscienza.

 

Come hai lavorato agli strati sonori di “Mitclan”?
“Mictlan” ha avuto una  gestazione piuttosto complessa, coincidente con fasi delicate di vita personale, che hanno portato ad una lavorazione durata più di un anno.
Il modus operandi è  sempre lo stesso: traccia dopo traccia, da zero, comincio a improvvisare creando un loop di ritmo, una linea di basso o magari una melodia che mi sembra interessante, cercando di non adattarmi al primo risultato ottenuto ma provando ad esplorare le idee e provare diverse soluzioni per scavare un po’ piu’ a fondo dentro di me.
Una volta agganciata l’idea in quel momento per me “giusta”, comincio ad immaginare cosa potrebbe avere senso aggiungere, sviluppando il discorso a livello ritmico o armonico. Tendenzialmente arrivo all’idea di solo, svincolata quindi dal loop, quando l’ambiente è piuttosto ben definito: vedo il solo come una sorta di finale espressione e evoluzione di un ambiente sonoro che ha delle caratteristiche, da cui il solo si svincola volutamente oppure che lo stesso va ad enfatizzare con le sue modulazioni e direzioni espressive. Non è l’unico modo di lavorare ma è quello che nel disco ho usato più frequentemente.

Che cos’è la musica per te? E il jazz?


La domanda non è di semplice risposta in poche righe ma provo a condividere un pensiero. La Musica per me è un linguaggio (non l’unico) in grado di attingere al nostro io più profondo, facendo emergere in una chiave molto diversa dalla parola il nostro vissuto, le nostre emozioni più nascoste, la nostra complessità o semplicità, le nostre dinamiche interne e la nostra essenza piu’ autentica e vera.

Il jazz in questo discorso si incastra molto naturalmente, inteso più come un’attitudine che un genere musicale. Diversi critici o esperti mi hanno onorato definendo il mio lavoro come jazz proprio nel modo di intendere la composizione e la visione complessiva musicale, seppur del genere strettamente inteso io inserisca pochissimi elementi fusi con i generi tradizionali a cui via via mi ispiro.

È pur vero che questo non vale solo per il jazz: parlare, soprattutto oggigiorno, di “genere” è una follia, in quanto sostanzialmente niente di quello che sentiamo può dirsi completamente aderente alle caratteristiche stilistiche di un genere o l’altro, al contrario è proprio la commistione di generi a rendere intrigante un lavoro, oggi come in passato.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Ho da anni pianificato a grandissime linee (non nel contenuto specifico, quindi) una serie di dischi che vorrei realizzare, ognuno diverso dal precedente. Posso dire che il prossimo lavoro sarà molto più incentrato sulla fusione di musica occidentale e extra-europea, provando anche a sintetizzare maggiormente gli ambienti evocati in modo meno dilatato, con sperimentazione maggiore nell’accostare generi apparentemente lontani eppur così inaspettatamente vicini, a dimostrare che non ha senso catalogare la musica ma va abbraccita tutta, per arrivare ad una visione di musica globale che tanto mi piace inseguire.

In parallelo sto conducendo studi approfonditi a livello linguistico e neuroscientifico per future esplorazioni, ma non nell’immediato. Il senso di questo progetto è di imparare da esso, cosa abbastanza inconsueta se ci pensiamo. Voglio dire che a differenza di altre situazioni musicali, qui partire con le idee chiare significa spesso anche abbandonarsi a direzioni non previste a priori, approdando a soluzioni che forniscano stimoli inediti.

img

© Jazzit 2019