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The Silken Kirtle: intervista ad Antonella Santoro
Photo Credit To Silken Kirtle, Antonella Santoro, Intervista, Eugenio Mirti

The Silken Kirtle: intervista ad Antonella Santoro

27 novembre 2019

L’intervista ad Antonella Santoro in occasione dell’uscita di “The Silken Kirtle”

Si intitola “The Silken Kirtle” l’album di esordio di Antonella Sartoro, pubblicato dalla Jazzy Records. L’abbiamo intervistata.

Di Eugenio Mirti

Ci spieghi il curioso titolo del disco?
Parte tutto dalla ricerca di un un titolo che rappresentasse la foto scelta per la copertina, alla quale sono affettivamente molto legata, e che al tempo stesso portasse in sé il fascino di parole inglesi desuete, come appunto “kirtle”. Mi piaceva l’idea che queste potessero stimolare la curiosità di un ascoltatore-lettore che volesse andare oltre la traduzione letterale! La parola kirtle si trova spesso, ad esempio, nelle poesie di Emily Dickinson.

Come hai scelto i brani?
A dire il vero, senza ragionarci su troppo a lungo e pensando solo a come mi avrebbe fatto piacere cantare in un album brani con cui sono cresciuta. Le sfide mi piacciono molto. Soprattutto quelle con me stessa, ancor più se portate avanti in periodi della vita particolarmente difficili da affrontare a livello personale. Incidere un disco di standard è sempre un rischio, considerando le caratteristiche del mercato musicale jazz di oggi ma ho voluto provare a riproporre brani della tradizione cercando di regalare un ascolto morbido, senza sovrastrutture e che semplicemente rispecchiasse il mio modo di sentire e affrontare una parte del repertorio jazz.

E i musicisti?
Le scelte dei brani e dei musicisti sono in un certo senso legate tra loro. In entrambi i casi ho usato il cuore più che la testa. L’idea di incidere un progetto musicale insieme al pianista Laurent Marode mi accarezzava da tempo, sin da quando ci siamo incontrati anni fa a Roma per un seminario. Il feeling musicale e umano che si è da subito instaurato tra di noi mi ha portato a chiedere la sua collaborazione nel momento in cui sapevo che avrei potuto dedicarmi all’album. E il mio amore per Parigi ha reso inevitabile anche la scelta dei musicisti francesi, con i quali è stato davvero piacevole e stimolante confrontarsi.

Quale legame ti ha portata alla scena jazz francese?
Le mie continue incursioni in territorio francese, per ragioni che non sono solo musicali, mi hanno permesso di frequentare, nel corso degli anni, i locali più cool di Parigi in cui il jazz che si respira ha per me un fascino molto particolare, direi quasi “rétro”.
Ho sempre la romantica sensazione, quando mi trovo a Parigi, di vivere in uno di quei film in bianco e nero che ti trasportano dalla musica di Miles a quella di Boris Vian.

Perché hai scelto di fare “Le plus beau tango du monde”?
Perché ho sempre amato la canzone tradizionale francese e perché volevo fare un omaggio ai miei straordinari compagni di viaggio Laurent Marode, Laurent Fradelizi, Stéphane Chandelier e Fabien Mary che appartengono tutti alla scena musicale jazz parigina.

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Tante idee naturalmente! Tra queste un progetto molto ardito per quanto riguarda i contenuti, al quale sto già lavorando sia per la musica che per i testi. È un omaggio a Oliver Sacks che ha esplorato con pazienza e dedizione gli infiniti universi interiori dell’essere umano, studiando anche gli effetti della musica su coloro, musicisti e non, che hanno perso la memoria.
È un tema che mi tocca da vicino e mi piacerebbe poter veicolare, proprio attraverso la musica jazz, queste problematiche che riguardano ambiti, solo apparentemente, lontani dalla musica.

Per dirla come va di moda: “Stay tuned!”

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