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Sospesa: intervista a Chiara Raimondi

Sospesa: intervista a Chiara Raimondi

4 settembre 2019

L’intervista alla cantante italiana

Si intitola “Sospesa” il primo album di Chiara Raimondi: l’abbiamo intervistata.

Di Eugenio Mirti

Come ti sei avvicinata al canto?
A casa mia si è sempre ascoltato di tutto. I miei genitori sono grandi amanti della musica, e per questo essa ha accompagnato ogni momento della nostra vita. I miei ricordi sono sempre collegati a dischi, concerti e jam session tra amici di famiglia; tra i nostri vinili si trova di tutto, dal cantautorato italiano alla bossa brasiliana fino ad arrivare al rock dei Rolling Stones.
Io sin da piccola ho sempre cantato in modo molto naturale, era il mio hobby ed è quello che facevo ogni giorno per ore ed ore; non mi stancavo mai e con naturale ambizione volevo sempre riuscire a cantare tutto ciò che mi piaceva, senza pormi alcun limite. A 16 anni ho preso la mia prima lezione di canto e a 21 ho iniziato i miei studi in canto jazz al conservatorio di Adria, con la chiara idea che il mio hobby sarebbe dovuto diventare da lì a qualche anno il mio lavoro.

Quali sono i musicisti che ti hanno più ispirata?
Inizialmente ascoltando molto rock sono sempre stata affascinata da voci potenti; amavo ascoltare e cantare cantanti come Janis Joplin, Skin e Mina. Poi all’età di 19 anni circa mi sono avvicinata al jazz perché la mia insegnante di canto era/è jazzista: da lì ho iniziato ad ascoltare voci come Kurt Elling, Dee Dee Bridgewater e ovviamente la grande Ella Fitzgerald, che è sempre capace di impressionarmi per via della sua agilità vocale e la naturalezza con cui interpreta ogni standard jazz, come se fossero scritti appositamente per lei.

I miei ascolti attuali, sempre in evoluzione, sono indirizzati verso voci più sofisticate e raffinate; attualmente ascolto cantanti che uniscono jazz ad altri generi musicali e influenze provenienti dalla loro cultura, rendendo la loro musica unica ed estremamente personale come per esempio Elina Duni e Efrat Alony.

Parlando di musicisti in generale invece amo Wayne Shorter in modo assoluto. Sento un legame profondo con la sua musica e personalità; leggendo la sua biografia mi è stato anche chiaro capire il perché.In realtà è grazie a lui e al suo disco “Juju” che è nato il mio amore per il jazz e la voglia di scrivere musica mia.

Ci spieghi il significato del titolo, “Sospesa”?
Il titolo dell’album è il titolo del primo brano contenuto in esso; chi ha ascoltato il disco ha sicuramente compreso che il brano “Sospesa” parla di ricerca personale; tutto il disco è legato alla ricerca di me stessa come cantante, compositrice e artista, perché si tratta delle mie prime composizioni e arrangiamenti. Tutto questo è avvenuto in Germania, lontano da casa, e quando la propria vita professionale inizia in una altro paese ci si chiede continuamente se è stata la scelta giusta e se è in quel luogo che si rimanere (e chissà se un giorno sarà possibile tornare): un tema molto delicato, per quanto mi riguarda.

In questo momento allora decido di rimanere sospesa senza farmi troppe domande su questi pensieri, vivendo il presente e cercando di prendere tutto ciò che c’è di positivo da questa esperienza all’estero, allo stesso tempo cercando di rimanere sempre legata alle mie radici e alla mia terra, che è semplicemente meravigliosa.

Come hai scelto i musicisti?

I musicisti sono ragazzi che ho incontrato durante i miei studi alla Musikhochschule di Hannover, dove ho frequentato il biennio in canto jazz. Hannover è una città grande e ci sono tanti musicisti con cui avrei potuto iniziare il mio progetto. Ho scelto in base a due principi:

  1. Colui che arriva al cuore. Frase un po’ melensa, ma per me sta al centro di tutto. I virtuosismi non mi interessano e non mi sono mai interessati, quando ascolto un musicista o un cantante voglio che questi mi racconti qualcosa, mi trasmetta quello che sente e non che mi mostri in un assolo tutto quello che sa fare
  2. Non sopporto insieme l’atteggiamento da prima donna e il voler primeggiare sull’altro; ho cercato quindi dei colleghi con cui mi potessi sentire a mio agio. Lavoriamo per la maggior parte dei casi su composizione mie, per questo (ovviamente) ogni brano ha un collegamento diretto e stretto con la mia personalità, ogni composizione mi rispecchia. Per questo è importante potermi sentire libera di sbagliare e dimostrare i mie punti deboli, insieme a quelli forti.

Nel disco ci sono due brani non tuoi: perché Benny Golson e Michel Legrand? Come li hai arrangiati?
Quando decido di arrangiare un brano, lo faccio con brani di cui la melodia ha particolarmente rubato la mia attenzione, che in qualche modo sento possa trovare un nuovo colore attraverso la mia voce; spesso ho bisogno di un pattern, un’idea melodica e ritmica che si ripete, quasi come se cercassi un “effetto mantra” capace di farmi entrare in un particolare mood, che spero possa poi arrivare anche al pubblico ovviamente.

Cosa è il jazz oggi?
Domanda molto difficile. Amo il jazz e mi diverte tantissimo cantarlo, non salto mai il mio appuntamento settimanale il giovedì sera alle jam session del Kulturpalast ad Hannover, palco che mi ha fatto imparare tantissimo in questi ultimi cuinque anni e che mi fa crescere di settimana in settimana; ma nonostante questo faccio fatica a reputarmi una cantante jazz al 100%, la mia idea di jazz racchiude 1000 sfaccettature.

Tutto evolve, tutto si modifica: è ovvio che non ci si possa aspettare che nel 2019 la parola jazz descriva la stessa cosa che descriveva negli anni 30, 50 o 70, per esempio: credo che sia inevitabile ai giorni d’oggi contaminare il jazz con altre forme musicali inserendolo nel contesto storico in cui viviamo.

Come lavori alle composizioni tue?
Comporre per me è un atto creativo indispensabile, attraverso lo scrivere brani esprimo me stessa. Il fattore più importante è sicuramente la melodia; molto spesso quando compongo inizio quasi sempre con una melodia che nasce spontaneamente nella mia mente, successivamente poi cerco un’armonia che possa rendere questa melodia speciale, e infine il testo.

In altri casi invece, se sono ispirata da un particolare evento, tema o persona, la melodia nasce  insieme al testo. Negli ultimi anni il mio modo di comporre si è evoluto molto, all’inizio scrivevo il brano come se fosse uno standard jazz, quindi con melodia e armonia e tutta la band riceveva le stesse informazioni.Ora scrivo ogni singola parte per i miei musicisti, e mi piace moltissimo farlo avendo precisamente in mente la persona che poi la suonerà.

Quali progetti hai per il futuro?
Nel 2020 vorrei tornare in studio, e per questo sto già lavorando alla scrittura di nuovi brani; per il prossimo disco vorrei ampliare la formazione aggiungendo al quintetto un quartetto d’archi, mi piacerebbe trovare uno sponsor e invitare qualche special guest.  Per quanto riguarda il futuro più lontano il mio obiettivo è quello di essere musicalmente attiva in Germania tanto quanto in Itali, creando una rete di contatti tra queste due terre, le mie due case.

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