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Pollock Project – Intervista a Marco Testoni

Pollock Project – Intervista a Marco Testoni

6 dicembre 2018

Abbiamo intervistato il musicista Marco Testoni, fondatore dell’ensemble “Pollock Project”, originalissimo progetto musicale basato sull’estetica dell’Art-Jazz che fonde sonorità world e jazz contemporaneo con altre forme di arte visuale, nel quale la tecnica del “dripping”, tipica dell’action painting di Jackson Pollock, viene tradotta in uno stile musicale unico e sorprendente.

Di Luciano Vanni

Iniziamo da una presentazione dei componenti del gruppo, i Pollock Project, e dell’estetica espressiva che sottintende la vostra unione.
Ho fondato questo gruppo nel 2011 e allora la formazione includeva anche Max Di Loreto e Nicola Alesini. Nel corso degli anni si sono avvicendati altri musicisti e attualmente siamo un quartetto che, oltre al sottoscritto Marco Testoni (pianoforte, handpan, live electronics), vede tre musicisti con una propria storia artistica importante: Elisabetta Antonini (voce e live electronics), Simone Salza (sax alto e soprano) e Mats Hedberg (chitarre). A partire dal nome del gruppo, un chiaro tributo a Jackson Pollock, l’idea è sempre stata quella di avvicinare il jazz all’arte contemporanea, in particolare lasciando interagire liberamente la nostra musica con le immagini, i mashup e i video originali realizzati in collaborazione con una serie di artisti visuali tra i quali Victor Enrich, István Horkay (già collaboratore di Peter Greenaway), Antonia Carmi, Mark Street e non ultimi Andrea Bigiarini e i fotografi del New Era Museum. Un lavoro di sperimentazione visionaria molto stimolante e divertente anche perché, lavorando come compositore e music supervisor di musica per cinema, il linguaggio delle immagini è un po’ una costante della mia vita artistica.

“Speak Slowly Please!” è il vostro quarto album: a tuo avviso cosa porta di nuovo?
La voglia di capire e contemporaneamente di farsi comprendere utilizzando testi e riferimenti artistici molto chiari. Dopo tre dischi piuttosto sperimentali abbiamo cercato di puntare all’essenza. In fondo il senso del nostro progetto musicale è proprio quello di misurarsi con il potere delle immagini che è poi la reale condizione universale che accomuna tutti noi, nessuno escluso. E da questa giungla di segnali in cui tutti viviamo abbiamo cercato di trarre un senso.

Speak Slowly Please - CD COVER Pollock Project

Di certo, ora siete un quartetto e oltre la musica strumentale, c’è un testo, quello di L As In A Gift: come nasce questa idea?
In questo album sono presenti due canzoni, un po’ perché dopo tanta musica strumentale ho pensato fosse la forma musicale più adatta per ricercare l’immediatezza, e un po’ perché avrebbe valorizzato la vocalità di Elisabetta Antonini. Infine perché trovo che l’utilizzo di un testo spalanchi una serie di soluzioni creative. Le liriche di L As In A Gift sono state scritte da Kay McCarthy mentre quelle di Speak Slowly Please da me e sono state ispirate da un romanzo di Julio Cortázar e Carol Dunlop (Gli autonauti della cosmostrada). Poi ci sono due pezzi, Unnecessary e Pe No Chao dove Elisabetta canta alcune frasi di Marcel Duchamp e spezzoni di poesie di Neruda.

Assai interessante anche la lettura di partiture di Miles Davis e Frank Zappa: cosa significa, per voi, interpretare dei classici?
Reinterpretare i classici del jazz, ma non solo, è una pratica che ci accompagna da sempre. Nei dischi precedenti lo abbiamo fatto suonando John Coltrane, Sun Ra, Joe Zawinul ma anche pescando altrove come nel caso dei Sigur Rós. Sono comunque tutti artisti con cui condividiamo l’attitudine visionaria e il desiderio di esplorare percorsi diversi. Quindi non rispettiamo molto la forma originaria ma proviamo a colorare la rilettura di un classico cercando connessioni con il nostro mondo, che non è fatto solo della nostra musica ma anche di inserti parlati, elettronica, immagini e animazioni digitali.

Quanto cambia, sul palco, la musica dei Pollock Project?
Cambia abbastanza. In primo luogo perché i nostri concerti sono sempre accompagnati da installazioni o schermi dove vengono proiettati in multivisione i video che accompagnano ogni momento del live. Nonostante poi l’interazione con le immagini ci costringa spesso all’utilizzo di parti scritte, una buona parte dei brani prevede comunque l’improvvisazione. Ultimamente la nostra collaborazione con i fotografi del New Era Museum si è spinta fino all’organizzazione di una vera e propria performance con allestimento di set fotografici negli spazi vicini al palco.

E per finire, un vostro desiderio realizzato e da compiersi.
Continuare a suonare anche in quegli spazi non deputati alla musica ma alle arti visuali. Ho avuto il piacere di suonare al Macro di Roma e al Louvre di Parigi e durante la mostra “Klimt Experience” a Firenze. Paradossalmente il grandissimo rispetto che ho verso gli artisti di strada mi ha spinto alla considerazione che l’emozione e l’efficacia della musica passi anche attraverso la scelta del posto nel quale decidi di suonarla.