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Pierluigi Balducci
Libertà e creatività
Jazz Life

Pierluigi Balducci</br>Libertà e creatività</br>Jazz Life

Pierluigi Balducci ci parla della sua attività di musicista, a partire dallo stretto rapporto instaurato con l’etichetta discografica pugliese Dodicilune, in seno alla quale sono nate le sue formazioni più durature.

di Luciano Vanni

Nome e Cognome Pierluigi Balducci
Data e luogo di nascita Bari, 3 ottobre 1971
Strumento basso elettrico e acustico
Web www.pierluigibalducci.it

Com’è cambiato il tuo mestiere, davanti ai tuoi occhi, nel corso degli anni?
Da musicista di jazz, ho visto la comunità del jazz sottoposta ad alcuni attacchi e logoramenti che pare lo stiano cacciando dai grandi festival e per farlo tornare in una dimensione più raccolta e intima che, forse, gli si addice maggiormente. Parlo di un triplice attacco. Alcuni, i puristi del “jazz storico”, per intenderci i difensori di un jazz la cui evoluzione si sarebbe fermata agli anni Sessanta, e che va venerato quindi come musica classica, più o meno cristallizzata, con la complicità di musicisti manieristi, hanno dato un importante contributo alla percezione del jazz come musica difficile o morta o per pochi eletti. Altri, quelli del fronte del “tutto è jazz”, sono quelli che portano sul palco di un festival jazz gruppi che non hanno nella loro performance nemmeno uno solo dei possibili addentellati con la prassi jazzistica del fare musica: niente improvvisazione, niente interplay o nessuna derivazione dalla fantastica civiltà musicale afroamericana e afroeuropea nella quale il jazz si iscrive. Gli ultimi invece sono i nemici più insidiosi: parlo di quegli organizzatori che per seguire esclusivamente l’odore dei soldi, hanno iniziato a sfruttare il valore di “marchio nobilitante” della parola jazz, privandolo però della sua sostanza. Ascoltare jazz è di per sé ritenuto nobilitante da una grossa fetta di pubblico che viene dal pop. Così molti grandi festival hanno preso a utilizzare il jazz come un marchio di successo, capace di attrarre fasce di pubblico proprie di altri generi musicali, indirizzandole verso progetti e artisti che hanno col jazz lo stesso rapporto che io ho con l’ingegneria spaziale. È evidente che da un po’ di anni nel cartellone dei più grandi festival jazz del mondo, la fanno da padrone pop star, rock star, e soprattutto esponenti del pop che presentano repertori in chiave jazz, locuzione che al solo pronunciarla mi fa venire la pelle d’oca. Costoro cercano così quello spazio e quella visibilità di cui i nuovi astri dei talent show o dell’hip hop li hanno privati, o cercano anche la soddisfazione di avere un pubblico dal profilo più elevato rispetto a quello medio delle piazze paesane. A mio avviso, però, qualcosa di positivo in questa spiacevole vicenda accade, se ci pensiamo bene. Coloro che fanno jazz nell’ampia, fertile e vivace zona di mezzo, consapevoli della tradizione e aperti all’innovazione, consapevoli delle origini afroamericane ma sensibili al proprio background musicale di origine, tenendosi più o meno alla larga da questi tre atteggiamenti tossici, dimostrano giorno dopo giorno che il jazz è vivo e vegeto, e forse, esso trova la sua dimensione ideale nelle piccole rassegne, magari organizzate da volenterose associazioni culturali, nei bei jazz club, nei piccoli teatri, nelle librerie.

Quali obiettivi sociali, culturali e artistici ti sei posto?
Un musicista sul palco riesce a creare un piccolo miracolo: quel che lo rende immensamente felice e appagato, è proprio ciò che rende felice e appagato il suo pubblico. Il transfert che si crea è una delle cose più altruistiche e egoistiche insieme. Il vero Amore è così. Se a ciò si aggiunge che il jazz è musica insieme colta e popolare, e il punto di incontro tra colto e popolare è il miracoloso equilibrio che io cerco, ritengo che un jazzista sia una persona incredibilmente fortunata: suoni per te e per il pubblico insieme, sei egoista e altruista in un solo momento, ti ispiri a una musica di origine popolare che è anche incredibilmente colta e contribuisci così a rendere questo mondo un po’ più bello. Il mio obiettivo è quindi quello di continuare su questa strada, ovviamente migliorando la qualità della mia musica, e trovare spazi sempre migliori in cui suonarla. L’importante è tenersi sempre alla larga da scorciatoie studiate a tavolino per allargare il pubblico e nello stesso tempo arrivare, con onestà artistica e intellettuale, a un pubblico sempre più ampio, non costituito esclusivamente da intenditori o specialisti. La differenza è nel metodo: un vero artista non può che fare della musica “onesta” nell’accezione che dava Umberto Saba alla sua poesia. E se egli allarga il suo pubblico con un’arte “onesta”, la sua funzione sociale è indiscutibile: egli si fa così portatore di cultura nel senso più autentico del termine, non si piega alle richieste che vengono dal basso, ma va incontro al suo pubblico, romanticamente inteso come un pubblico non elitario, ampliandone gli orizzonti culturali e musicali.

Come gestisci la tua carriera? Hai un team che ti affianca o sei da solo?
Come molti musicisti che – rubo la metafora calcistica a un mio amico batterista – non sono in Champions League, ma sono pur sempre dignitosi calciatori di serie A o di serie B, io faccio team con i musicisti con cui lavoro e con l’etichetta discografica che ha investito su di me. Per alcuni anni e in alcuni gruppi in cui ho suonato, ho potuto contare su manager che promuovessero e procurassero concerti, e questa cosa capita tuttora, ma per una percentuale minoritaria del mio lavoro. Per il resto, la sinergia con i miei compagni di musica, taluni dei quali sono più bravi di molti manager, porta buoni frutti. Stessa cosa ha prodotto la mia collaborazione con l’etichetta pugliese Dodicilune: affinità estetica, profonda stima reciproca, hanno fatto sì che loro producessero e investissero danaro e amore nella realizzazione di lavori discografici che io ho concepito e che non avrei potuto produrre con i miei mezzi. Parimenti, io ho l’orgoglio di aver portato nel loro catalogo insigni esponenti del jazz italiano e internazionale, come Luciano Biondini, Paul McCandless, Michele Rabbia, Gabriele Mirabassi, John Taylor. Il loro sostegno mi ha aiutato a far nascere non solo dischi, ma formazioni durature, come il trio con Gabriele Mirabassi e Nando Di Modugno, o il quartetto a mio nome, che però questa estate ha perso, con John Taylor, il suo musicista più prestigioso. La mia attività ha dal canto suo impreziosito il catalogo dell’etichetta, sempre più stimata a livello internazionale. Il tutto, all’insegna di un grande orgoglio per la comune “pugliesità”, che anima da sempre la mia attività.

Cosa ti piace di più del tuo mestiere? E cosa, di meno?
La libertà e la creatività, che andrebbero perseguite in qualunque professione, sono ovviamente gli aspetti più affascinanti della professione del musicista di jazz. Chi è libero e creativo nel lavoro, può essere felice di vivere per lavorare, cioè fa del suo lavoro anche un fine, oltre che un mezzo di sussistenza. La precarietà economica è l’aspetto più duro, e non sono il solo a dirlo. Io ho ovviato allo spauracchio della precarietà con l’insegnamento, per il quale sono portato, e che mi ha consentito di mantenere energia e libertà nel fare musica.

Come ti poni davanti al mercato internazionale? Lo consideri un’opportunità rilevante? Come ti stai muovendo? Hai già avuto esperienze positive? Quanto incide, nella tua economia, il mercato internazionale?
Negli ultimi anni, specie con il trio Nuevo Tango Ensamble (scritto intenzionalmente con la “a”, all’argentina), sono andato più volte in Estremo Oriente. È un’area che ha una fame quasi bulimica della nostra arte, della nostra cultura, della nostra professionalità. Trattandosi di un’ampia area economicamente in crescita (si pensi alla Corea del Sud, a Taiwan, e così via), offre ovviamente sbocchi considerevoli ai musicisti europei, stretti tra crisi e contrazione degli spazi. In Nordeuropa ho avuto anche esperienze significative, e, a differenza dell’Estremo Oriente, vi trovi un pubblico mediamente più competente e smaliziato, oltre che culturalmente più vicino a noi. Entrambi i mercati possono riservare enormi soddisfazioni al musicista italiano; lì a mio avviso noi italiani abbiamo modo, da un lato, di comprendere con un po’ di invidia quanto la musica e il musicista siano enormemente più rispettati all’estero, quasi fino alle soglie della venerazione sociale; dall’altro lato, confrontandoci con le realtà musicali di questi paesi, possiamo realizzare a tutto vantaggio della nostra autostima quanto siamo talentuosi e creativi e ricchi di un’eredità culturale secolare, che è enormemente apprezzata all’estero. Scopriamo anche di essere un popolo, per caratteristiche storiche di secolare “meticciato”, con un approccio facile e spontaneo e ben caratterizzato al jazz, che è musica che viene di là dal mare.

A fianco della tua attività artistica ne affianchi anche altre (promoter, direttore artistico, booking agency, didatta, autore di libri-metodi)?
Oltre che musicista sono docente, da molti anni, e amo l’insegnamento: se hai l’accortezza di voler sempre imparare, ogni giorno, e mantenere la tua curiosità di ragazzo, insegnare è davvero una professione creativa. Il rapporto coi giovani è appagante, ti dà energia e voglia di andare avanti. È importante non “salire in cattedra” e non incartapecorirsi: se si è ben consapevoli del rischio che nasce dall’eccessiva cristallizzazione accademica degli insegnamenti, si riesce forse a conservare il piacere di insegnare imparando. Circa la produzione di metodi didattici, invece, non sono mai riuscito a portare a termine i progetti che in tal senso avevo ideato: temo sia proprio perché la stesura di un manuale didattico tende ad “annegare” nell’accademia la tua azione didattica proprio nel momento in cui fissi in maniera troppo schematica le tappe dell’apprendimento. Non è un caso che l’unico libro che a oggi ho pubblicato, è un adattamento/trascrizione per basso elettrico della Prima suite per violoncello solo di Bach. Nulla a che fare con la didattica del jazz in senso stretto (anche se Bach è per me uno dei massimi maestri di improvvisazione). Come direttore artistico ho un’esperienza molto bella, in una piccola rassegna all’interno di un piccolo club da sessanta posti, a Bisceglie. Anche questa è un’esperienza utile per un musicista: ti proietta dall’altra parte, da quella di chi riceve le proposte dei musicisti, spesso amici e colleghi, e nello stesso tempo deve mediare con chi finanzia la rassegna. Si cresce anche così, cercando di tradurre in un piccolo cartellone la propria visione del fare musica e di rendere compatibili scelte puramente artistiche con le esigenze di chi mette il proprio danaro e non vuole rimetterci, ma semmai guadagnarci. È stata un’esperienza molto formativa, anche se penso rimarrà marginale.

Dedichi tempo, professionalmente, ai social network? Se sì, quanto tempo e su quali social? Quanto pensi siano rilevanti ai fini della tua notorietà? Hai una pagina personale/privata e una artistica/pubblica? Come gestisci la tua comunicazione all’esterno? Fai attenzione a non parlare di politica, calcio, vita privata, e così via, oppure ti senti libero di scegliere linguaggi e argomenti?
Beh, Wayne Shorter si promuove, ovviamente per mezzo dei suoi collaboratori, su Facebook. Non vedo perché non dovrei farlo io. Ho due distinte pagine Facebook. Una è personale, e, pur rispettando un mio principio di non mostrare la mia vita privata e familiare, la utilizzo sia per promuovere i miei concerti e i miei dischi, sia per esprimere le mie convinzioni politiche e sociali: a mio avviso la credibilità di un artista va spesa anche sui temi sociali o politici che gli stanno a cuore. Inoltre, la utilizzo per condividere i miei ascolti musicali, per diffondere ciò che ritengo bello, da un quadro visto in un museo, a un libro letto da poco, a un paesaggio che ho davanti agli occhi. Le gioie non sono tali se non vengono condivise. Ho poi un’altra pagina ufficiale, sulla quale spesso pubblico in inglese, e che è esclusivamente artistica. Credo che paradossalmente per la mia promozione artistica funzioni più la prima che la seconda. Spesso la rete sociale è di fatto attratta da ciò che è extra musicale, da una semplice foto scattata con un bicchiere di birra in mano a una foto di gruppo mentre si scherza e si ride.

Che strategia adotti per promuovere la tua attività? Cerchi di instaurare rapporti diretti con giornalisti, promoter, discografici, manager?
Con i giornalisti solitamente non instauro più un rapporto diretto. Da quando si è consolidato un rapporto di amichevole collaborazione con la Dodicilune e pubblico per e con loro, i rapporti con la carta stampata non sono più io a gestirli, anche se ovviamente con alcuni giornalisti, pochi, continuo a relazionarmi direttamente. Circa i rapporti con i festival e le rassegne, svolgo in parte un’attività diretta, senza mediazioni, raccordandola e integrandola con quella di alcuni manager o altri musicisti che con me collaborano. Credo che, se non ti chiami Bollani o Fresu, sia una sorta di strategia imposta. In realtà, ambisco a potermi liberare del tutto di questa attività che sottrae energie e vitalità alla parte più musicale, ma un musicista come me, che non è nel novero di quella decina di grandi artisti serviti esclusivamente da manager, deve accettare lo stato delle cose e sapervisi adattare. Dall’accettazione realistica dello stato delle cose e delle proprie possibilità, può scaturire una progettualità che porta a migliorarsi.

Cosa ne pensi della promozione artistica applicata ai video? Investi risorse nella realizzazione di teaser, videoclip, riprese live? Hai un tuo canale YouTube?
Sono utili, senza alcun dubbio. L’era di Internet, di Facebook e Youtube, è così veloce e frenetica, che la comunicazione testuale classica sta pericolosamente arretrando. Anche l’ascolto del solo audio, che i veri appassionati di musica prediligono ancora, può incontrare e scontrarsi talvolta con la pigrizia o la diffidenza di direttori artistici, promoter, manager, subissati di proposte, spesso tutte di alto livello. Il video, lo sappiamo, ha una via di “penetrazione” privilegiata, benché solo una percentuale di utenti arrivi a visualizzarlo fino all’ultimo secondo. Fra questi utenti possono esserci anche appassionati che verranno in futuro a un tuo concerto o acquisteranno un tuo disco. Per gli ultimi dischi realizzati, io e la Dodicilune abbiamo voluto promuovere la pubblicazione attraverso YouTube, o comunque attraverso videoclip da pubblicare online. Sia per il recente “Amori sospesi” (realizzato dal trio con Nando Di Modugno e Gabriele Mirabassi), sia per “Blue From Heaven”, ultimo disco a mio nome del 2012 con Michele Rabbia, Paul McCanldess e il compianto John Taylor, ho chiesto e ottenuto che venissero realizzati dei video, che valorizzassero alcune tracce dei cd o che testimoniassero le fasi di ripresa in studio di registrazione. Bravissimo, in entrambi i casi, il videomaker Lorenzo Scaraggi. Da poco ho compreso anche l’utilità della diffusione online, su un mio canale YouTube, di video che hanno una valenza più legata alla didattica del basso elettrico, video che si rivolgono a un pubblico di giovani appassionati dello strumento, anche al di là dei confini del jazz. Con il contributo della mia liuteria veneta, dell’azienda che costruisce gli amplificatori per basso e dell’artigiano che produce le corde (tutti italianissimi!), ho messo online alcuni video, realizzati in concerto oppure appositamente realizzati. Questo però è un ambito abbastanza pericoloso, un terreno sdrucciolevole dove bisogna muoversi con cautela: ho infatti quasi sempre realizzato video in cui fosse al centro la musica attraverso il mio strumento, resistendo alle insidie di un certo strumentismo iper-tecnico, che definire virtuosistico è un eufemismo in quanto il virtuosismo dovrebbe avere comunque una sua profonda utilità artistica. Ho cercato di tenermi alla larga da una tipologia di video tanto amati dai nerd dello strumento e troppo spesso supportati dai grandi costruttori di strumenti che espongono nelle fiere. In altre parole, ho diffuso online espressioni genuine e sincere del mio essere bassista elettrico, anziché cedere alla tentazione di mettere in primo piano la tecnica strumentale nella quale senza falsa modestia so di eccellere. Non so se ci sono sempre riuscito, ma ho fatto del mio meglio.

Quanto tempo dedichi all’aggiornamento del tuo web? Lo ritieni ancora uno strumento valido?
Un sito web secondo me serve ancora. Mette ordine nelle informazioni, nella discografia, nelle pubblicazioni e nei progetti di ogni musicista, laddove la rete sociale è casuale, occasionale, troppo sottoposta al contingente. Ma, una volta realizzato, non penso necessiti di aggiornamenti frequenti. Nel mio mi sono tolto lo sfizio di creare una sala d’ascolto, con una mia selezione delle composizioni che amo di più.

Cosa pensi di ciò che sta accadendo nella discografia? Ha ancora senso parlare di cd?
Il cd ha senso, eccome; a giudicare dalla facilità con cui io e molti miei colleghi vendiamo i nostri dischi ai concerti, chi è stato emozionato dal jazz suonato dal vivo, sul palco, spesso cerca di portarsi quell’emozione a casa. E avrà maggiormente senso il vinile, che sta tornando in auge fra i grandi appassionati della buona musica, e sa ancora di vera dedizione all’ascolto. Per tutto il resto degli usi, la musica “liquida” avrà ovviamente il sopravvento. Però, le case discografiche hanno il dovere, a mio avviso, di essere compatte e unite nel rinegoziare i contratti e le percentuali che oggi vengono riconosciute a loro e ai loro artisti da colossi quali Spotify, Deezer, iTunes. Le misere e ridicole percentuali spettanti ad artisti e etichette, soprattutto da chi lucra sulla musica in streaming, sono un insulto all’Arte, alla passione, al tempo, alle energie e alla statura artistica e professionale che è alla base della registrazione di un disco. È chiaro che questo è uno dei tanti aspetti di un problema più ampio: i colossi dell’economia digitale lucrano in modo spropositato approfittando delle risorse messe online da chi, noi utenti, artisti, case discografiche, e così via, teme di essere condannato a “non esistere” se non accetta le loro condizioni. In ogni caso, ricevere tre millesimi di euro per l’ascolto di un proprio brano, è inaccettabile.

Hai dei modelli che riconosci di qualità non tanto sul fronte artistico ma sul fronte del music business?
Io sono un musicista professionista che in parte è manager di se stesso, ma che resta principalmente un musicista. Quel poco che ho imparato, me lo ha insegnato l’esperienza e il buon senso. Conosco alcuni musicisti che sono soprattutto grandissimi manager, ma non li prendo ad esempio, perché sono dei mediocri musicisti.

Come ti poni davanti ai finanziamenti pubblici dirottati ai festival? Pensi siano utili? Pensi che siano un doping ai danni dei contribuenti oppure di fondamentale importanza sociale e culturale? Cosa significa secondo te “investimento pubblico in cultura”?
Sono sempre stato persuaso dell’importanza dello Stato nella diffusione della cultura e nella tutela delle arti e della musica. Sono perciò favorevolissimo all’erogazione di contributi pubblici ai festival, considerata l’importanza sociale e culturale di diffondere una musica non soggetta alle logiche puramente commerciali del pop o a quelle di mercato dell’artista che è ormai famoso. Il jazz è cultura, e va aiutato. Ciò che mi pare assurdo è che festival che recepiscono contributi pubblici alla loro programmazione, specie se degni di nota, poi pieghino la programmazione esclusivamente al mercato. È inaudito che io possa vedere nel cartellone di una rassegna jazzistica finanziata da soldi pubblici una star del pop, solo perché comunque attirerebbe più pubblico di un affermato esponente del jazz nazionale o internazionale. Né un festival finanziato con soldi pubblici può solo seguire la strategia dello “sbigliettamento” e del massimo profitto, e quindi riproporre solo una gamma ristrettissima di nomi, su cui andare sul sicuro. In questo senso, la figura di un direttore artistico competente e aperto al nuovo diventa determinante.

Ritieni che un musicista abbia anche un ruolo sociale, oltreché artistico? E se sì, in quale direzione?
Il musicista ha senza alcun dubbio un ruolo sociale. A me piace l’idea che egli dedichi le sue energie per avvicinare un pubblico sempre più ampio alla grande musica, perché ciò significa diffondere cultura, ampliare la sensibilità, amplificare emozioni profonde, generare curiosità verso mondi e linguaggi e epoche diverse e anche lontane, e favorire così un’accettazione o comprensione problematica e tollerante della realtà e delle altre culture. La musica non commerciale, e la grande musica in generale, eleva chi la suona e chi la ascolta. Sono davvero felice quando al termine dei miei concerti, specie nella dimensione raccolta delle piccole rassegne, dei club seri e degni di questo nome e nei piccoli teatri o auditorium, mi rendo conto di esser riuscito a trasmettere emozioni profonde a un pubblico trasversale, ampio, composto anche da persone che si ritenevano distanti o addirittura inadeguate al jazz. Questo pregiudizio crolla miracolosamente quando anche questo pubblico non composto da intenditori si ritrova a tu per tu con il musicista vero, che non è quello che se ne sta racchiuso nella sua torre d’avorio, ma colui che è animato dall’intensa voglia di toccare emotivamente il suo pubblico. Spesso la distanza ravvicinata con il musicista, tipica dei luoghi piccoli e raccolti, aiuta a innamorarsi di una musica tattile e fisica come il jazz. Allora, una musica considerata difficile e per pochi diventa linguaggio universale di immediato impatto. Ecco, chi davvero ama il jazz e soprattutto – e qui cito il mio amico, grande musicista e lucido intellettuale Gabriele Mirabassi – chi mette al primo posto la valenza affettiva della musica, che nulla ha a che fare con quella delle semplici competenze o dei tecnicismi, deve dare tutto se stesso per avvicinare e conquistare alla grande musica un pubblico sempre più ampio. A patto di restare sinceramente, autenticamente, se stesso.

Come ti vedi, professionalmente parlando, tra dieci anni?
Se sarò fra i vivi e manterrò la mia curiosità, spero di saper suonare e scrivere musica meglio di ora.