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Petra:</br>Intervista a Luca Aquino

Petra:
Intervista a Luca Aquino

Abbiamo intervistato Luca Aquino in occasione del nuovo album “Petra” (TAGI, 2016),  prodotto da Talal Abu-Ghazaleh (presidente e mecenate della Jordanian National Orchestra Association) e inserito all’interno della campagna UNESCO #Unite4Heritage.

di Antonio Gaudino

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“Petra” è il nuovo disco del trombettista e compositore Luca Aquino, 42 anni e nove album da leader all’attivo. Un progetto ambizioso che ritorna sulla passione del musicista di Benevento per i riverberi acustici e naturali:  lo abbiamo incontrato per  farci raccontare il lavoro nei dettagli.

Come nasce l’idea di “Petra”?
Petra è un sito fiabesco, incantevole, magico e inafferrabile; patrimonio dell’Unesco, con le sue facciate intagliate nella roccia è un monumento unico. Quando si arriva al Tesoro del Faraone, dopo un sentiero ricavato in una lunga e profonda fessura di imponenti rocce, manca il fiato tant’è la maestosità del monumento e la forte connessione della mano dell’uomo con la natura.
Registrare tra i riverberi e i colori del sito archeologico è stato cogliere un’occasione rara e resa ancor più magica dall’eterogeneità di un ampio e ambizioso progetto, condiviso con musicisti e operatori di diverse nazionalità: uno staff tecnico giordano, inglese e italiano, con musicisti provenienti dalla Siria, Romania, Armenia, Stati Uniti d’America, Germania, Polonia e Italia. Un melting pot di idee, esperienze, umori, stili musicali, arti e culture; un messaggio forte e senza veli.
Ad Amman un anno fa nacque inoltre la decisione di sposare la causa promossa dalla campagna dell’Unesco #UNITE4HERITAGE, iniziativa di sensibilizzazione internazionale per la salvaguardia del patrimonio culturale dai crimini di tipo terroristico. L’intero ricavato delle vendite di un anno del disco verrà devoluto al Petra Tourism Authority, e per un mese è possibile scaricare gratuitamente, dal mio sito, tre brani.

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Colpisce l’intesa con la Jordanian National Orchestra. Quanto tempo avete avuto per provare?
Prima di registrare abbiamo provato tre giorni consecutivi. Avevamo già suonato insieme e con il direttore Sergio Casale e la loro manager Sara Rella abbiamo deciso quali elementi coinvolgere. Sono musicisti provenienti da nazioni e culture differenti e nel sound dell’album si avverte questa eterogeneità.

Carmine Ioanna è musicista straordinario e ormai è integrato perfettamente nei suoi lavori recenti. Come nasce e prosegue questo sodalizio artistico?
Con il mio progetto “aQustico” abbiamo suonato quasi cento concerti insieme: è un musicista straordinario, tra i miei preferiti in assoluto, e suonare con lui è sempre una gran gioia; è giovane, imprevedibile e sempre ispirato. Tra qualche anno registreremo “aQustico Vol. 2”.

“aQustico” (TŬK, 2013), “Overdoors”(TŬK, 2015), e ora “Petra”. C’è un filo comune che li lega?
Penso non esista un vero e proprio legame, sono completamente diversi. Forse non ho un mio stile o un sound ben definito oppure ne ho tanti. Quel che è certo è che ho un suono tutto mio, mi diverto a cambiar rotta e a sperimentare; ora sto studiando la musica e i ritmi cubani.

Ascolto “Petra” e ritrovo anche “Icaro Solo” ma in una versione più “morbida”, soffice.
La mia passione per i riverberi e per i suoni dotati di suono proprio lega quasi tutti miei nove album. Avevo già registrato un album in solo nella chiesa di Sant’Agostino a Benevento e in una chiesa in Olanda, un altro in un bagno turco del XV secolo in Macedonia, a Skopje, e spesso gli organizzatori di festival mi invitano a suonare in contesti simili, in luoghi particolari, dotati di riverberi naturali e a impatto zero. “Petra” è sicuramente il prosieguo del viaggio intrapreso con “Icaro Solo”. Anch’esso era diretto, temerario e sfrontato, anche se meno ossessivo.

Perchè la scelta di “Smile” di Charlie Chaplin?
Jon Hassell e la sua eterna versione di “Nature Boy” hanno ispirato il mio piccolo omaggio.

Ha già in mente il prossimo viaggio o  attende l’idea giusta?
Sto lavorando su un ”AQ BiciTour”. Partirò da Benevento in bicicletta e arriverò ad Oslo, incontrando tanti amici musicisiti e suonando con loro ovunque. Un itinerario di tremila chilometri, costellato di musica e arte, che si snoda attraverso i comuni italiani della via francigena, prevedendo una tappa per ogni Comune del cammino; tappe da percorrere in bicicletta anche insieme con altri musicisti, artisti, sportivi, amanti della natura o chiunque voglia unirsi all’iniziativa, con strumentazione tecnica ed equipe d’ordinanza per le riprese video al seguito. Mi sto allenando.

Ha mai pensato di realizzare un album di jazz classico con  standard riletti a modo suo?
Ora mi trovo a New York: qui suonano i loro standard sempre alla grande. Anche in Europa sono ancora in tanti a suonare gli standard americani, ed anche bene; io per ora preferisco suonare musiche originali.

Cosa le hanno lasciato l’incontro con Manu Katché e il lungo tour insieme?
Avrei dovuto sostituire per soli quattro concerti Nils Petter Molvaer, ma poi Manu mi ha convocato in pianta stabile nel suo quartetto. Ormai sono passati quattro anni e abbiamo registrato due dischi, uno per ACT e uno per Anteprima. Siamo amici e ci divertiamo molto in tour. All’inizio non ero a mio agio: la sua musica è meno visionaria della mia, meno estrosa, più calibrata. Gli devo tanto, anche avermi dato la possibilità di condividere il palco con Sting.

Dopo “Petra” cosa dobbiamo attenderci?
Dopo aver registrato un album in un deserto necessito di una pausa discografica di almeno un anno, anche se le idee non mancano!

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