Ultime News

Pericopes+1
Il Tour in Cina

Pericopes+1<br/>Il Tour in Cina

7 febbraio 2019

Pericopes è un duo composto dal pianista Alessandro Sgobbio e dal sassofonista Emiliano Vernizzi, la cui identità musicale si basa sull’interplay e la composizione di stampo europeo, ed è inoltre ispirata dalle più svariate sonorità e diversi tipi di background. Nel 2012 i due musicisti incontrano il batterista americano Nick Wight, con il quale inaugurano il nuovo progetto Pericopes+1, che si concretizza nella realizzazione di due album e con la partecipazione a innumerevoli festival e rassegne internazionali, in Europa e negli Stati Uniti. E qui ci presentano il loro primo tour in Cina, che li ha portati a contatto con le tradizioni e la cultura dell’affascinante mondo orientale.

PRELUDIO
La lettera di invito da parte del Jazz Improvise Meeting Festival arriva in una calda giornata di settembre. Pericopes+1 saranno in tour in Cina per la prima volta! Il cartellone prevede altri artisti tedeschi e francesi, insomma siamo in ottima compagnia. Dopo sei tour europei e due americani, i tempi sono maturi per (es)portare Pericopes nel magico Oriente. Scatta subito lo Skype meeting tra di noi (Emi dall’Italia, Alex da Parigi e Nick da New York) per considerare tutte le cose da fare. Innanzitutto valutiamo come resistere tutto questo tempo senza le nostre connessioni Facebook, Whatsapp, Instagram, Gmail e Google Maps (tutte bloccate dal governo cinese). Dovremo usare dizionari offline, apps per smartphone ma soprattutto “WeChat”, il social cinese che racchiude tutte le precedenti. Ragioniamo sulla scaletta dei concerti. Essendo una prima assoluta in Cina, alla fine optiamo per una playlist di brani dell’ultimo album più alcuni nostri “classici”. Siamo curiosi di ricevere più feedback possibili riguardo alla nostra musica. Infine, il guardaroba da portare in valigia, dato che la Cina è enorme e il clima sarà variabile a seconda delle aree geografiche.

ARRIVO IN CINA
Ognuno di noi viaggia da città differenti (New York, Parigi, Milano) e il rendez-vous avviene a Pechino. Arrivati in hotel il jet lag è tosto. C’è chi dorme (Alessandro), chi regola il metabolismo con cibi locali (Emi), chi invece sfida le restrizioni di connessione wi-fi (Nick). Per contrastare il fuso orario decidiamo di esplorare la città. Ci servono contanti, poiché le nostre carte di credito occidentali sono poco popolari in alcune zone. Nick preleva qualche yuan dagli ATM locali, scoprendo poi che incredibilmente alcune banconote sono contraffatte. Emi invece, confuso dalla somiglianza fonetica delle valute yen e yuan, si presenta dall’Italia già con il portafogli colmo di banconote giapponesi anzichè cinesi. Superato l’inizio fantozziano, ci lanciamo dentro un taxi che ci scarrozza per il centro di Pechino.

Il livello di smog è abbastanza alto oggi e cerchiamo di coprire le vie respiratorie con delle mascherine, in pratica un effetto placebo, ma sembriamo molto local. Attraversiamo zone a grande densità popolare, ma notiamo subito come queste stiano scomparendo, lasciando sempre più spazio a immense voragini, pronte per accogliere l’ennesimo grattacielo in vetro e acciaio. Arriviamo nel vecchio quartiere di Hutong. Qui nessuno parla inglese e cerchiamo informazioni con gesti e traduttori automatici. Il traffico, gli odori, lo smog, auto ibride che si confondono tra motorini e biciclette colme di mercanzie, scooter elettrici che sbucano a sorpresa tra le vie pedonali, la stanchezza del viaggio… tutto ha un sapore onirico.

Visitiamo piazza Tienanmen. Atmosfera un po’ irreale, forse dovuta ai numerosi checkpoint di controllo e alle miriadi di telecamere piazzate ovunque. Di fronte ad essa si erge la “Città Proibita”, un chilometrico complesso di corti e pagode che ci colpisce più a livello concettuale e spirituale, come una sorta di percorso dell’anima verso la meditazione e la pace interiore. Immancabile la foto ricordo in abiti antichi, nella quale due fotografi immortalano il momento con una reflex e una stampante del mesozoico, ma forse è il tocco perfetto per rendere lo scatto ancora più immortale. Si riparte poi per la sala prove, dove verificare la scaletta per il concerto.

L’indomani incontriamo il direttore dell’Istituto di Cultura Italiano e tutto lo staff, super accogliente e gentilissimo. L’auditorium è gremito di gente e il concerto va benissimo. È la prima volta che suoniamo davanti a un pubblico non occidentale, e ci emoziona vedere così tante persone in fila per un autografo e una foto ricordo con la band.

A Pechino la qualità dello street food è impressionante ma comunicare è un’impresa, soprattutto per capire i menù. A fine pasto siamo di nuovo nel caos organizzato della città con taxi abusivi che ci prendono di mira, impazziti come mosche. Cerchiamo di accordarci sul prezzo con il tassista ma dalle sue urla – in cinese incomprensibile – deduciamo che le false banconote da 100 yuan di Nick non siano ben gradite. Tagliamo la corda e, sfiniti, chiudiamo la serata in un pub adiacente all’hotel dove incontriamo un gruppo di simpatici ragazzi locali con i quali brindiamo fino a tarda notte, aiutati dai traduttori degli smartphone: potere della tecnologia o delle birre?

SHENZHEN
Non facciamo in tempo ad abituarci al clima freddo pechinese che è già l’ora di volare per Shenzhen. Arrivati, ci troviamo immersi tra grattacieli e palme. Il nostro hotel è in una nuova zona OCT-LOFT, un villaggio in piena modernizzazione dove guarda caso riusciamo anche a recuperare un cappuccino da dieci e lode nel bar accanto. Nella hall incrociamo anche gli altri artisti del festival e scambiamo due parole con la band tedesca C.A.R. e il pianista Hans Lüdemann, tutti alle prese con il jet lag. Socializziamo con Jent – il nostro tour assistant del JIM Festival – che ci seguirà per i prossimi giorni. Tempo di riposarsi e l’indomani è già ora di partire in treno per Ruijin.

RUIJIN
Ruijin è stata nei primi anni Trenta capitale de facto della Repubblica Sovietica, e successivamente punto di partenza della “Lunga Marcia”. Arrivati in stazione, comprendiamo subito di essere in una Cina diversa, ben lontana nel tempo e nello spazio dalle città metropolitane. Veniamo letteralmente accerchiati da persone della zona, convinte di trovarsi di fronte a delle star europee…! Jent ci tranquillizza dicendoci che sono solo incuriosite. Peraltro abbiamo appena saputo che Pericopes+1 sarà il primo gruppo europeo in assoluto ad esibirsi a Ruijin.
Attendiamo il nostro autista, Linh – deus ex machina della zona – che non spiccica una parola né un numero in inglese, ma facciamo subito amicizia con i gesti e gli sguardi. Linh gestirà ogni nostro spostamento con la massima risolutezza, cosa che ci tranquillizza molto. Il promoter ci invita a cena. Il ristorante non ha luoghi comunitari, ma una serie di stanze private, ed è proprio in una di queste che veniamo serviti e riveriti. Al centro della tavola rotonda, una seconda tavola rotante accoglie le diverse pietanze, e le cameriere ci servono il tè con un’eleganza senza tempo.

Il nostro hotel è adiacente al Ruijin Revolutionary Memorial di Mao, dove il 7 novembre 1931 è nata la repubblica sovietica cinese – oggi meta di pellegrinaggio obbligatoria per tutti i maoisti. Contrattiamo un tris di cappelli di Mao con una signora anziana in una lingua non ancora inventata e ci precipitiamo al memorial guidati da Jent, trasformatosi per l’occasione nel nostro Virgilio. Incrociamo centinaia di giovani studenti in uniforme. Il nostro esotismo è una carta vincente e i ragazzi sono curiosi di scambiare quelle due-tre parole di inglese che conoscono. Il luogo è immerso in un enorme parco, silenzioso, che sembra rivelare frammenti di storia, rivoluzioni e contraddizioni.

Il centro di Ruijin invece è relativamente molto piccolo per gli standard cinesi, le epoche si fondono e confondono, tra gli onnipresenti grattacieli in costruzione e i negozi di quartiere che sembrano usciti da un romanzo verista degli anni Cinquanta. Ne approfittiamo per fare una passeggiata e gustarci un buon caffè al primo piano di un immobile dove il cappuccino – neanche a dirlo – è fatto a regola d’arte. Jent ci fa fare il giro di tutte le boutique, ma a noi interessa di più scoprire qualche angolo della Cina rurale, non ancora troppo contaminato dal progresso urbanistico e high tech. Ed è proprio prima di ripartire per l’hotel che lungo il fiume incrociamo il mercato di Ruijin. Per noi è subito come un tuffo nel passato, risucchiati in una scena di un film metafisico del dopoguerra. Accerchiato da nuovi cantieri e scheletri di edilizie popolari, il mercato si estende lungo strette vie affollate di motorini. I venditori, passato lo shock culturale, ritrovano la loro verve di businessmen e provano a venderci qualsiasi mercanzia, anche cibi che non riusciamo a identificare: è un miscuglio di polli, pesci, piccioni, pezzi di carcasse su assi di legno, frutta essiccata, abiti, articoli per la casa, bische di carte nei retrobottega, gente che lavora e gente che schiaccia un pisolino. Catturati dalla simpatia ammaliante dei mercanti, ne approfittiamo per salutare e scattare un paio di foto. Sembra quasi irreale trovarsi di fronte a una società che mescola tempi e culture, con le bancarelle di cinquant’anni fa e il personale che accetta (anzi predilige) pagamenti contactless via smartphone. Alcune bancarelle offrono anche la connessione Wi-Fi 5G!

Ormai ci sentiamo un po’ a casa e ci addentriamo nei vicoli al di fuori delle vie principali, affamati e alla ricerca di uno di questi ristoranti di strada dove i cani scorrazzano liberamente, rovistando per terra. Certi che – in termini di igiene – qualche nostro connazionale avrebbe probabilmente storto il naso, alla fine vince la semplicità e accettiamo la sfida: i noodles sono deliziosi, i prezzi irrisori, e Linh è talmente felice del nostro entusiasmo che con meno di quattro euro offre il pasto a tutta la band!

Scende la sera ed è il momento del nostro concerto al JIM Festival. Il palco è accerchiato da forze dell’ordine: speriamo che la musica verrà apprezzata – ci diciamo. Noi ce la mettiamo tutta e suoniamo da veri guerriglieri maoisti. A fine concerto, i gendarmi ci accerchiano: fortuna nostra, per una lunga serie di selfie!

GUANGZHOU
Salutiamo Jent, da adesso in poi siamo nelle mani e nel (non) inglese del nostro autista Linh, il quale ci guida a Guangzhou in quasi sei ore di macchina, con lo stereo dell’auto sintonizzato su una non meglio definita musica lirica cinese – se così si può chiamare – che alle nostre orecchie mitteleuropee sembra un mix cinematografico di minimalismo melancolico e trionfalismo musicale. Viaggio lungo ma gradevole, dove possiamo schiacciare anche un sonnellino, interrrotto da una breve pausa in autogrill dove – come volevasi dimostrare – siamo gli unici non cinesi nel raggio di svariati chilometri. Decidiamo di ricambiare il pranzo offerto dal nostro autista e ci addentriamo nel ristorante. Siamo ultra esotici per i bambini e gli anziani, i quali ci sorridono stupiti, con la solita calorosa cordialità. Peccato non poter comunicare, ma gli sguardi dicono tutto.

Arriviamo a Guangzhou giusto in tempo per il soundcheck. Stasera suoniamo al Times Museum e il concerto verrà filmato in multicamera. Prima della nostra esibizione ci uniamo a un set di improvvisazione con gli studenti del workshop organizzato dal festival. Molti tra il pubblico sembrano come ipnotizzati dalla musica. Tutti gli altri stanno filmando con il cellulare o muovono la testa a tempo sul groove. Serata indimenticabile, facciamo anche in tempo a firmare qualche autografo e a scattare un po’ di foto ricordo con il pubblico presente.

BEIJING
Alle 4:30 del mattino siamo già in aeroporto per volare nuovamente a Beijing: oggi abbiamo l’onore di aprire la lunga maratona di festeggiamenti per i trent’anni di presenza dell’Istituto di Cultura Tedesco Goethe in Cina. Ci troviamo nella 798 Art Zone di Pechino, un ex centro industriale – oggi il polo d’elezione delle gallerie d’arte, shop hipster, ristoranti vegetariani e wine bars. La sala è gremita di centinaia di persone tra cui molti giovanissimi studenti e frequentatori del quartiere artistico. Incontriamo tra il pubblico anche alcuni amici in visita a Pechino.

Prima di ripartire per Shenzehn proviamo il vero massaggio cinese: più che un’ora di piacere è decisamente un’ora di dolori tra stiramenti e chakra mai stimolati fino ad allora, rendendoci consapevoli del troppo tempo trascorso tra taxi ed aerei.

SHENZHEN
Atterriamo a Shenzhen, ultima tappa del tour. A pensarci bene abbiamo viaggiato moltissimo in pochi giorni, ma pare sia la prassi per molti cinesi. Il concerto serale è uno spasso. Sul palco ci divertiamo come mai e a fine serata ci interlacciamo con il pubblico, inclusi alcuni musicisti russi in visita al festival.

L’indomani arriva l’ora di salutarci. Il tempo di un ultimo delizioso noodles e ci precipitiamo all’aeroporto dove ognuno riparte con voli differenti verso tre diverse destinazioni. È la fine di un’avventura importante. Abbiamo esportato la nostra musica verso un pubblico nuovo, curioso, e decisamente con gusti diversi dai nostri ascolti occidentali. È stata un’esperienza che ci ha arricchito sia musicalmente che culturalmente – per quello che è stato possibile comprendere in poco più di due settimane – nonostante i ritmi frenetici del tour che ci hanno letteralmente fagocitato.
Rientriamo nelle rispettive patrie con uno spirito diverso, elevato, quasi convinti di aver raggiunto una saggezza cinese… o forse è solo lo stordimento dovuto al jet lag del rientro? Qualunque cosa sia, il viaggio è stato indimenticabile e siamo sicuri di ritornare in Cina per un altro Pericopes+1 tour. Xièxiè!