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Paul Bley
Il gigante invisibile

Paul Bley</br>Il gigante invisibile

Difficile dire in breve qualcosa su Paul Bley, che ci ha lasciati il 3 gennaio scorso (ma la notizia è trapelata solo oggi). Perché Bley è stato un gigante, ma un gigante che – strano a dirsi – per molti è rimasto più o meno invisibile.
Si potrebbe parlare della sua complicata storia familiare (figlio adottivo di una coppia canadese, solo da adulto scoprì che la donna che credeva la sua tata era in realtà sua madre, mentre l’uomo che credeva suo padre adottivo era il suo vero padre biologico; di tutto ciò, la sua madre adottiva era all’oscuro).
O dei suoi esordi nella natìa Montreal, da dove si spostò a New York introducendosi nella scena bebop e hardbop ed esordendo ventunenne, in trio con Mingus e Blakey (“Introducing Paul Bley”, Debut, 1953).
O del suo geniale duo di pianoforti con Bill Evans per “Jazz in the Spage Age” (Decca, 1960) di George Russell.
Della sua militanza, insieme a Steve Swallow, nel trio di Jimmy Giuffre.
Del suo celebre ingaggio del 1958 all’Hillcrest di Los Angeles, per il quale reclutò nientemeno che il quartetto di un ancora sconosciuto Ornette Coleman.
Della sua personale via al pianoforte free, melodica e spaziosa, in netto contrasto con l’approccio fisicamente pervasivo di un Cecil Taylor.
Del suo meraviglioso assolo su All the Things You Are in “Sonny Meets Hawk!” (RCA, 1963).
Delle sue precoci sperimentazioni con i sintetizzatori e i Moog.
Delle due sue muse: Carla Bley, che ha mantenuto il suo cognome anche dopo il divorzio e delle cui composizioni è stato interprete privilegiato; e Annette Peacock, che trovò in lui il partner musicale ideale.
Mi limito a far notare una cosa ben nota agli specialisti, ma forse non altrettanto al grande pubblico. I suoi trii degli anni Sessanta furono i primi modelli per un giovanotto di Allentown, Pennsylvania, che si apprestava a fondare una formazione analoga insieme a Charlie Haden e Paul Motian. Il giovanotto, ovviamente, si chiamava Keith Jarrett e aveva consumato i solchi della sua copia di “Footloose” (Savoy, 1963) a forza di ascoltarli. E si sente, eccome.
Date un’occhiata ai due brani qui sotto, poi mi saprete dire.

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