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First Name Oona<br/>Intervista a Oona Rea

First Name Oona
Intervista a Oona Rea

23 gennaio 2019

Jando Music/Via Veneto Jazz hanno di recente pubblicato First Name Oona, l’ultimo album di Oona Rea. L’abbiamo intervistata.

Di Eugenio Mirti 

Ci spieghi il significato del titolo, First Name Oona?
In generale mi piace giocare con le parole e rendere quello che dico relativo e assoluto al tempo stesso, e anche con il titolo ho voluto giocare, facendolo risuonare un po’ come un titolo in codice.
Comincio col dirti che questo disco parla innanzitutto di paradossi, che credo siano un concetto fondante della nostra realtà, realtà intesa in maniera oggettiva, svincolata da eventuali giudizi: accettare la vulnerabilità delle cose, dei concetti, delle nostre convinzioni, dei rapporti; tutto questo paradossalmente rende più forti, slegando il pensiero dalla necessità di avere sempre ragione.
Inoltre prendendo ad esempio come funziona la mente (basti pensare alle parole), per definire un concetto ed esprimerlo lo si fraziona (con tante parole esprimo un concetto più ampio e unico), e spesso ci frazioniamo anche noi, proprio come le parole, e ci definiamo e ci giudichiamo troppo spesso in base a ciò che ci viene detto che è giusto. Il tentativo di tenere insieme tutte queste parti non è cosa da poco se queste non sono in armonia, e io credo sia un problema primario di questi tempi, causato soprattutto dal bombardamento costante di informazioni che riceviamo abitualmente. Importante oggi è ricordarsi di chi si è per non farsi influenzare troppo da tutto, ed essere disobbedienti abbastanza per essere se stessi fino in fondo; per riuscirci è necessario aver accettato e trasgredito tutte le frazioni sopra citate, “reintegrandosi” continuamente, per “tenersi uniti” nel modo che preferiamo, accettando e trasgredendo se stessi perché cercando l’Unità si trasgredisce la molteplicità!
Tutti i brani parlano di dinamiche emotive interiori, viste sotto la luce del paradosso, in contrasto tra loro ma alla costante ricerca di un accordo. Il paradosso finale è che cercando L’Unità ci si accorge di essere in tanti; “First” è il mio primo disco che viene battezzato con il mio nome di battesimo e testimonia l’accettazione degli opposti, il rimembrarsi e il trasgredirsi, e visto che Oona significa Unione (almeno per me) : “First Name Oona”

Quando hai deciso di avvicinarti alla musica? E al jazz?
Ho cominciato a cantare per necessità, sono sempre stata molto timida e avevo spesso problemi di salute a causa del sistema immunitario “pigro”; ho fischiettato per tutta la mia infanzia e mi divertivo a fare i controcanti, ma mai avrei immaginato che un giorno avrei avuto l’esigenza di cantare anche le voci principali! Ho ascoltato moltissima musica, a casa e fuori: dapprima iniziai a cantare su Jeff Buckley, che ho amato profondamente per la voce, l’intensità, il tipo di presenza ed elasticità vocale, così naturale e particolare; a diciotto anni cominciai a prendere lezioni con Carla Marcotulli per poi a diciannove inscrivermi in conservatorio e studiare con Mariapia De Vito. Il jazz e il blues sono arrivati con lo studio, e sono due generi che ho amato da subito, per il modo in cui mi facevano sentire a casa. Le mie più grandi fonti di ispirazione sono state Ella Fitzgerald e Billie Holiday, alle quali sono profondamente grata.

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Come è nata la collaborazione con Luigi Masciari?
Essenzialmente da una forte amicizia e stima reciproca; ci siamo ritrovati a passare qualche notte insonne insieme, in un periodo particolare per entrambi, eravamo vicini di casa e ci facevamo compagnia; durante queste nottate un po’ pazze ci siamo accorti che il modo migliore per metterci l’anima in pace era quello di scrivere musica.
Abbiamo scritto il disco nel giro di un mese, ma abbiamo impiegato più tempo nel dare il giusto sound con gli arrangiamenti: è stato un lavoro nuovo per entrambi, un disco di canzoni originali poliedrico, e l’obiettivo era quello di rendere caratteristico il mutevole, dando un’accezione positiva al concetto di cambiamento che tanto ci spaventa, anche dal punto di vista musicale.

Come avete scelto i musicisti?
Volevamo realizzare un disco che aggirasse le aspettative di target di età e stilistici cercando di essere sinceri, e abbiamo scelto dei musicisti (bravissimi, naturalmente!) con quest’idea di musica: Alfredo Paixão è un grandissimo artsta, vanta una carriera lunga e di alto profilo, con un istinto musicale elegante e sensibile; Alessandro Marzi ha un talento e una musicalità innati, anche lui con una carriera poliedrica; sono davvero felice e appagata per aver potuto contare sui loro talenti unici e sul loro affetto verso questo progetto.

Cosa è il jazz oggi secondo te?
Il jazz oggi è soprattutto sperimentazione: se prima si sperimentava improvvisando, oggi questo avviene tramite la contaminazione con altri generi o idee sempre più strane. D’altra parte ci sono tali miti nella storia di questa musica che forse è meglio guardare avanti e cercare di vedere cosa è possibile oggi, con le nostre culture, personalità e possibilità; oltre al fatto che, piaccia o no, tutto è cambiamento.
Inoltre se l’arte è sincera e non una furba manovra per arricchirsi e basta, allora ha raggiunto il suo scopo, e io credo che certe cose il pubblico le capisca. Naturalmente esistono tanti artisti sinceri che possono non piacere: il mondo è tutto un paradosso perché siamo tutti unici.

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© Jazzit 2019

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