Nunzio Ferro & Casinò Babis
C’est la vie
Da Vinci, 2019

Nunzio Ferro & Casinò Babis<br/> C’est la vie <br/> Da Vinci, 2019

3 luglio 2019

Nove tracce autografe in stile manouche

Si chiama “C’est la Vie” e uscirà a luglio per la Da Vinci Publishing di Edmondo Filippini: nove tracce autografe in stile manouche, con strumenti a corda e fiati cari alla tradizione romanì che ha cavalcato il mito di Django e della sua chitarra. A firmarlo, un collega del leggendario artista nato in una roulotte agli inizi del secolo scorso: Nunzio Ferro. L’EP, infatti – ascoltato in anteprima da Jazzit –, porta il suo nome, insieme con quello dei Casinò Babis, l’ensemble che ha accompagnato le sedute di registrazione durante lo scorso inverno, tutte realizzate in terra pugliese presso i Clab Studios di Angelo de Cosimo.

Di Alessandro Galano

E pugliesi sono gli stessi musicisti che hanno preso parte al progetto al fianco del chitarrista di San Severo leader della formazione, arrangiatore e autore di tutti i pezzi del disco a eccezione di “Mouche”, quarto brano del lavoro firmato invece dal talentuoso ventenne Marco Cavaliere, chitarrista fresco di ammissione al corso di jazz del Conservatorio Santa Cecilia di Roma e già forte di una propria dosata consapevolezza stilistica, gradiente non da poco per un giovanissimo come lui. Merito anche del collega più esperto, Nunzio Ferro, da diversi anni in giro per l’Italia e l’Europa con il Gypsy Project (di cui è fondatore insieme con il chitarrista Vittorio Menga), e qui in veste di compositore fine e riguardoso nei confronti di una tradizione che ha in Francia le proprie cattedrali dorate, con tanto di sacerdoti del culto di Reinhardt e dei suoi discepoli a venire – tanti e alcuni grandi quasi quanto il mito. “Pousette en Paris”, ad esempio, è un sunto di questo modo di trattare il sacro con i guanti: l’arrangiamento è elegante, la chitarra è puntuale e lancia il clarinetto di Luigi Acquaro ma, soprattutto, sostenta al massimo la cultura di Gianni Iorio, tra i migliori al bandoneón in Italia e special guest di un brano che sembra nato sulla “rive gauche” della Senna.

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Oltre al batterista Antonio Cicoria poi, presente soltanto in “Woods”, piovosa ballata che chiude il disco, e all’esperto contrabbassista Giovanni Mastrangelo, parte stabile della band, compaiono altri due ospiti: il sax contralto del barese Gaetano Partipilo e il soprano del garganico Antonio Aucello. Il primo si insinua con mirabile attacco nel brano “Venerdì 13”, attenuando lo slancio clarinettistico del collega di sezione, poco prima innervato da una tessitura di chitarre virtuosa e calibrata, vivacemente alterata dal jazzismo dell’ospite. Il secondo corona il tema gagliardo di “Cinco de la Manhana”, esaltato dal clarino di Acquaro e trascinato ancora una volta dal duo Ferro-Cavaliere, fino all’irruzione del sassofono soprano: carte sparigliate, alterazioni giuste e variazioni su un tema ben congegnato.

Una menzione a parte, infine, per “Bolero”: a un primo ascolto, parrebbe il classico brano civetta realizzato a posta per instradare l’ascoltatore nelle profondità del lavoro ma poi, impiegando maggiore attenzione, si rivela essere un saliscendi di finissima fattura, agevolato dalla riconoscibilissima ritmica a sostegno di un lirismo tutt’altro che scontato, spartito su più suite, corale e di gran gusto. È la seconda traccia, questa, di un lavoro discografico ormai di imminente uscita e che gli appassionati del genere farebbero bene a non trascurare: anche al di qua delle alpi, persino a Sud, è possibile omaggiare Django in chiave moderna, con rispetto, eleganza e in forma inedita.

Sembra una banalità, non lo è.

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© Jazzit 2019

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