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Non vivo più senza te<br/>Intervista ad Andrea Dessì

Non vivo più senza te
Intervista ad Andrea Dessì

15 dicembre 2018

Non Vivo Più Senza Te è il titolo del quinto album solista di Andrea Dessì, prodotto da Irma Records. L’abbiamo intervistato.

Di Eugenio Mirti

Perché la versione strumentale di “Non vivo più senza te”?
La versione strumentale ha un senso intimo per me. Il brano era nato così, proprio strumentale, poi arrivato a Biagio Antonacci ed è divenuto come tutti lo conoscono. Una versione che ovviamente è fedele nella musica, con in più testo e inciso, versione che ho apprezzato. Biagio  ha fatto un grande lavoro da musicista pop, da divulgatore, a mio parere con stile, fantasia e professionalità e quella personalità che lo hanno reso quello che è. Però dietro a quel brano c’è anche un altro lavoro da artigiano, da musicista jazz che cerca di incanalare le proprie influenze e i propri stili con umiltà e amore per quello che fa. In quel brano ci sono influenze jazz, gli accordi ricordano la progressione di “Autumn leaves”, le frasi del tema sono ‘spanish’, il riff iniziale si rifà al fado portoghese, poi c’è un secondo riff che è a metà fra il rock e sempre il flamenco… c’è un vero lavoro di contaminazione mantenendo la giusta originalità. A quei tempi pensavo solo di scrivere un brano come l’ho inciso ora, che mi piacesse e che fosse nelle direzioni che mi incuriosivano allora, jazz, flamenco e musica mediterranea in generale. Se fossimo in tv si direbbe che è un prequel.

Come lavori a composizioni e arrangiamenti?
I brani mi vengono così devo dire, di getto, o sulla chitarra oppure in mente, me li registro sul telefono poi li sistemo con la chitarra. È un buon sistema. Fino a poco tempo fa mi sentivo un po’ strano… come dire poco organizzato;  poi ad un seminario di Steve Vai ho sentito che anche lui faceva così. Il punto è non perdere l’idea, ognuno si arrangia come meglio crede. Invece dopo, per arrangiare e sistemare il brano, mi metto al computer con programmi professionali e finché non ho dato una forma precisa al tutto ci lavoro arrangiando il brano generalmente per quartetto… poi dipende dalle situazioni. In generale la direzione su tutto è di non fare le stesse cose e le stesse scelte, ma scelte nuove. Bisogna rischiare nella musica.

Quanto conta il jazz nella tua musica? E l’improvvisazione? E il sound latin?
Il jazz lo considero il contenitore musicale nel quale vivo, ma devo dire che spesso mi rendo conto di avere un’idea di jazz molto ma molto ampia. Il jazz non è solo la musica afroamericana degli anni 50 e‘60, c’è davvero molto altro, tanta roba da sentire, tanta roba studiare, capire… quindi da lì parte tutto. L’improvvisazione come concetto è ancora più ampio perché trasversale. Si improvvisa in vari generi musicali, non solo nel jazz, e in generale questo aspetto per me è ossigeno puro. Non riesco a pensare di suonare un brano senza improvvisare o senza che il modo di pensare jazzistico non influenzino la mia esecuzione. Anche il mio modo di scrivere nasce così. Talvolta a tavolino, per necessità o richieste di lavoro, posso semplificare se scrivo per il pop o per generi dove jazz e improvvisazione non c’entrano. Il punto di partenza nella mia testa è sempre quello, ma mi adeguo e vado incontro senza problemi ad altri generi. A mio avviso fa parte dell’apertura mentale di un musicista jazz, che dovrebbe essere curioso e aperto. Il sound ‘latin’ sicuramente è parte fondamentale del mio suono e del mio percorso e sempre lo sarà. Questo dovuto principalmente al fatto che suono tantissimo gli strumenti acustici; essendo diplomato in chitarra classica mi porto dietro da sempre tutto un modo di sonorità spanish, brasiliane, latino americane ma non solo, in generale un mondo di musica colta e popolare da cui non posso prescindere e che cerco di rielaborare attraverso il jazz.

Come hai scelto i musicisti con cui hai collaborato?
Diciamo che è stata una selezione naturale. All’inizio suonavo, come tutti, il repertorio classico del jazz, i famosi standard. Poi questo repertorio ha iniziato a starmi stretto e ho sentito l’esigenza di evadere, pur continuando a suonare jazz. Di conseguenza invece che suonare con tutti i musicisti disponibili ho iniziato a scegliere e mirare musicisti che avevano progetti affini, che avevano certe caratteristiche. Anche per quelli diciamo famosi o molto conosciuti come Frank Marocco, Javier Girotto, Fabrizio Bosso, ecc. Poi con qualcuno nasce un’intesa artistica duratura, con altri è stato solo un bel momento.

Descrivi il disco con tre aggettivi.
Caldo, intimo, nostalgico.

A quali nuovi progetti stai lavorando?
A varie cose. La cosa forse a più breve termine è quella di finire un disco iniziato con Fabrizio Bosso alla tromba e con i Marea. È un progetto che unisce il blues e il soul, ma vuole mantenere la matrice mediterranea. Abbiamo quattro brani già registrati col bravissimo Bosso, vedremo. Poi un disco da solista con sola chitarra acustica, un disco in featuring con vari cantanti, un disco in duo di tango chitarra-fisarmonica con Massimo Tagliata, un disco di blues tradizionale dove canto, ecc.
Ho mille progetti nel cassetto, mi fermo qui.