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Ove il vostro blogger si presenta

Ove il vostro blogger si presenta
Photo Credit To Leonardo Schiavone

Sono estremamente felice di poter iniziare il nuovo anno scolastico con un nuovissimo blog sulla ancora più nuova versione del sito di Jazzit. Come sempre l’amico Sergio Pasquandrea mi ha preceduto e avendo lui scelto come tema la citazione di My Favourite Things, vale a dire le sue robe preferite, ossia un blog basato su una quantità infinita di aneddoti e storie di jazz che Sergio conosce e racconta in maniera sublime (basti leggere il suo recentissimo pamphlet Volevo essere Bill Evans uscito per le edizioni Fara), a me non è rimasto che titolare il mio “Lupo ululì, jazz ululà” e concentrarmi nell’ambito del contemporary jazz. In sostanza per qualsiasi rimostranza la colpa è di Sergio e lamentatevi con lui.
Naturalmente questa mia obbligata scelta tematica porrebbe un problema assai arduo, cioè definire il concetto di contemporary jazz, impresa immane che mi guardo bene dal voler anche solo iniziare e che lascio a esegeti molto più bravi di me. Posso però con piacere pavoneggiarmi nel mio ego piramidale e raccontarvi un po’ come la vedo io, senza impegno, che di solito è anche l’oggetto di un blog, spesso più informale e soggettivo di un articolo. Poiché capita che suono la chitarra, mi/vi pongo la domanda introduttiva e propedeutica alla riflessione odierna: chi è il chitarrista di jazz? Nell’immaginario collettivo questo personaggio suona una chitarra a cassa larga e vuota (hollowbody) con un timbro pulito e i controlli di toni chiusi; siamo in un club fumoso stiloso ed elegante, si jamma tra famosi standard degli anni Trenta, ammiccando alle signorine presenti: più sono formose e più si ammicca. Questa scena non fa solo parte dell’immaginario collettivo: se partecipate davvero a una jam session nove volte su dieci la situazione descritta poco fa è quella che vedrete realmente; si tratta (per proporvi un parallelo cinematografico) di una scelta di genere. Al cinema ci sono il western, il poliziesco, l’erotico, e così via. Nella musica troviamo il Gods of Metal, lo Sziget Festival, il Lollapalooza e la jam session jazz. Ogni evento con le sue regole codificate, precise, una sorta di rappresentazione eterna e immutabile di un cliché. Provate ad andare al Gods of Metal vestiti da jam session jazz e capirete dopo un secondo il concetto di tradizione e conformismo. Provate ad andare a suonare il vostro Les Paul a una jam vestiti con chiodo, jeans e scarpe da basket bianche, e penseranno che volete rapinare il locale e vi cederanno il posto in prima fila, scusandosi come Archie in Un pesce di nome Wanda. Devo anche dire che questo è un sistema che mi diverte moltissimo: vedere gli Iron Maiden che giocano a fare i metallari a sessant’anni così come ascoltare Stella By Starlight a una jam per la millesima volta. Si tratta di una rappresentazione teatrale-­musicale in cui tutti sappiamo come va a finire, Angus Young sull’assolo di The Jack farà vedere il sedere, e il bello è proprio lì, come quando rivediamo per la centesima volta la settima puntata dei Jefferson. Nessuna novità e ruoli già conosciuti, in un eterno quanto godibile déjà-vu senza innovazioni.
Quello che invece considero contemporary jazz, quindi non necessariamente quello prodotto oggi – mi aiuta nel definire questo concetto la scritta che staziona da anni sulla GAM di Torino: «All Art Has Been Contemporary»: in effetti, se vogliamo, tutto il jazz interessante «has been contemporary»­ – è quello nel quale questi déjà-vu cristallizzati non esistono; quello nel quale i suoi epigoni, pur conoscendo e frequentando la tradizione di questa musica e dei suoi molti stili, se ne sono sostanzialmente fregati e hanno aggiunto tutto quello che gli è passato per la mente, di conseguenza cambiandone ed evolvendone storia e paradigmi.
Sono insomma caduto nella trappola esegetica che mi ero ripromesso di evitare! E vi confesso allora che contemporary jazz per me vuol dire, in sintesi, essere curiosi senza preclusioni o prevenzioni: è questo che da sempre mi appassiona ed è questa l’attitudine di cui vi parlerò da questa pagina, a prescindere che si tratti di musicisti, fotografi, produttori, giornalisti, direttori artistici. Parlo di quei momenti insomma nei quali il jazz non è chiuso in una bandiera stilistica e formale da imparare a memoria e ripetere come scimmiette ma in cui diventa una meravigliosa inclinazione alla novità e alla scoperta, sviluppata secondo la propria sensibilità ed esperienza.
Vi lascio con una citazione:
Patrick Spurling: «Who has something to say among the younger players?».
Jim Hall: «People like Bill Frisell get my attention because I never know what the hell is going to come out».

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