Torino Jazz Festival<br/> Intervista a Giorgio Li Calzi

Torino Jazz Festival
Intervista a Giorgio Li Calzi

27 aprile 2019

L’intervista al direttore artistico

Proprio ieri è iniziato con il concerto dei Night Dreamers (Simone Garino, Emanuele Sartoris, Dario Scopesi e Antonio Stizzoli) alla Piazza dei Mestieri il Torino Jazz Festival; abbiamo intervistato il Direttore Artistico, Giorgio Li Calzi.

Di Luigi Motta

Quali saranno le novità dell’edizione di quest’anno per il Torino Jazz Festival ?
Il Torino Jazz Festival si svolgerà dal 26 aprile al 4 maggio 2019, nelle sedi già sperimentate durante la scorsa edizione: Officine Grandi Riparazioni, Conservatorio Giuseppe Verdi, Piccolo Regio, Politecnico (l’aula magna del Politecnico è una new entry), Circolo dei Lettori, Edit e 15 jazz club cittadini che già lavorano indipendentemente per tutto il corso dell’anno producendo concerti jazz.

Più che cercare novità, Torino Jazz Festival 2019 intende consolidare e rafforzare quanto è stato fatto durante l’edizione del 2018, che per me e per il mio collega Diego Borotti ha rappresentato un vero e proprio anno zero. Dallo scorso anno l’amministrazione comunale ci chiede di fare un festival dotato di appeal internazionale e che nello stesso tempo si rivolga al proprio territorio. La cosa più semplice a cui potevamo pensare era quella di creare produzioni originali tra musicisti torinesi e musicisti internazionali. Cioè quello che avrei sempre voluto che un jazz festival della mia città mi chiedesse.

Ma effettivamente c’è stata una novità nell’edizione 2019: Torino Jazz Festival Piemonte (da metà marzo a metà aprile 2019), una sorta di anteprima del TJF diffusa sul territorio piemontese, che da una parte promuoverà alcune produzioni originali del TJF e dall’altra appoggerà alcuni concerti in programmazione presso gli operatori piemontesi. Questa attività, promossa grazie all’appoggio di Piemonte dal Vivo e Piemonte Jazz, sancisce un’importante collaborazione in ambito culturale tra la Città di Torino e la Regione Piemonte.

Quali sensazioni dopo l’edizione del 2018? Siete soddisfatti dei riscontri di pubblico e critica?
Certamente siamo molto soddisfatti: tutti i concerti a pagamento hanno registrato sold out, il pubblico ha scommesso con noi, e questa è la cosa più importante per una comunità che parte dal pubblico, passa per gli operatori e finisce con il musicista. si può anche invertire l’ordine, ma il processo è lo stesso e i risultati i medesimi: per questo motivo parlo di comunità.

La critica ha riconosciuto che il programma del TJF era composto da artisti meno prevedibili rispetto al solito mainstream del jazz, formazioni prevalentemente legate al presente e al futuro del jazz contemporaneo.

Ma siamo anche particolarmente grati all’amministrazione e agli sponsor per avere fatto crescere il budget del festival: visto il grosso successo dell’edizione 2018, poteva sembrare un passo scontato, ma nulla è mai scontato specie nella politica e in Italia.

Il lavoro di Direttore Artistico: con che taglio vengono scelti gli artisti partecipanti?
Sono tante le componenti che portano a definire le scelte del programma e la definizione artistica globale dell’intero festival. Nonostante io sia un musicista, mi metto sempre dalla parte del pubblico, che non vedo come il fruitore finale della musica ma come l’elemento che crea le prime condizioni di un’esigenza socio-culturale.

Personalmente mi interessava creare un programma diverso da tutti i jazz festival che trovi in qualsiasi città italiana e del mondo. Ad esempio, non sono molto interessato a scegliere musicisti internazionali che sono in tour. Costano sicuramente poco, ma i soldi risparmiati non è detto che siano direttamente proporzionali all’appeal mediatico che dovrebbe avere un evento culturale.

Un altro rischio può essere quello di vederli programmati nei giorni e nei mesi immediatamente precedenti o successivi nelle città adiacenti, cioè in un unico festival diffuso. A mio giudizio, questa modalità è poco creativa e rischia poco, senza offrire le alternative che possono in realtà creare l’identità di un festival.

Un’altra nostra esigenza è quella di capire quale può essere per lo spettatore la necessità di ascoltare una musica che non è più quella afro-americana di 50, 70 o anche solo 40 anni fa, che si rivolge a un pubblico che oggi è molto diverso e molto più disattento alla musica in generale (pensiamo solo a come si ascolta musica sulle piccole casse di un computer, tra uno skip e l’altro). Anche se troverei riduttivo definire il pubblico disattento o superficiale: in 10 anni di organizzazione del festival CHAMOISic, ho sperimentato che il pubblico è molto più interessato ad ascoltare musiche fuori dagli schemi  più di quanto si possa immaginare. Ovviamente non basta solo un buon bilanciamento del programma, ma anche una giusta comunicazione: proprio per questo abbiamo pensato di uscire dalla classica comunicazione del jazz rivolta quasi esclusivamente ai musicisti e di svecchiare la vecchia immagine del Torino Jazz Festival con qualcosa di più contemporaneo, immediato, pur cercando di puntare sull’essenza (infatti il claim della comunicazione del festival è “in sostanza, jazz”).

Per finire, un buon bilanciamento tra produzioni originali, musicisti internazionali chiamati apposta per un un progetto possibilmente specifico, e musicisti in tour che comunque costano poco, creano un buon compromesso tra scelte artistiche e economie, e questo mix  dovrebbe decretare (almeno, lo speriamo) il successo di un festival specie se innestato in  un territorio favorevole e stimolato.

 Come pensi di coinvolgere anche quest’anno la città di Torino?
Come anticipato, lavoriamo a stretto contatto con l’amministrazione che è molto sensibile nella scelta del dialogo con la città.  Ci saranno 15 jazz club che ospiteranno formazioni torinesi/piemontesi, con eventuali ospitate nazionali e internazionali.  Siamo sicuri che entro il prossimo anno avremo esaurito i musicisti professionisti di jazz, per cui potremmo essere anche più liberi nelle scelte artistiche, concerti principali a parte che hanno l’esigenza di portare dalle 750 alle 1250 persone paganti per nove giorni di festival.

La città è anche coinvolta grazie ai Jazz Blitz, cioè concerti dei musicisti delle principali scuole di musica jazz torinesi, nei luoghi rivolti al sociale, dai centri di accoglienza alle carceri, dalle cooperative che lavorano con la disabilità agli ospedali.  I Jazz Blitz sono stati ideati da Claudio Merlo (già con MiTo per la Città), coordinati da Sergio Bonino e le scuole di jazz coordinate da Diego Borotti.

Siamo molto sicuri che anche quest’anno il pubblico sarà con noi, semplicemente perchè noi siamo il pubblico.

 

 

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