Love Unknown <br/>Intervista a Lorenzo De Finti

Love Unknown
Intervista a Lorenzo De Finti

19 settembre 2018

Uscirà il 12 ottobre per Losen records Love Unknown, il nuovo album di Lorenzo De Finti. L’abbiamo intervistato.

Di Eugenio Mirti

Come hai scelto i musicisti del tuo quartetto?
Conosco Stefano Dall’Ora da quando eravamo ragazzi e, a parte il fatto che è uno dei migliori contrabbassisti sulla scena europea, tra noi c’è una grande affinità a livello musicale e compositivo, per cui mi è stato spontaneo coinvolgerlo nel quartetto. Marco Castiglioni alla batteria ha quel tocco, quella musicalità che servivano a rendere l’atmosfera “cameristica” che cercavo come sonorità per il gruppo. Gendrickson Mena è stata una scommessa vincente: lui é un bravissimo trombettista cubano, ma, proprio per questo un po’ lontano dalle brume nord europee che abbiamo cercato di “evocare”; tuttavia ho sempre pensato che lui avesse il suono giusto per questo: si è dovuto impegnare molto per entrare nella nuova veste, ma il risultato è stato sorprendente.

Come lavori a composizioni e arrangiamenti?
Per questo progetto ho lavorato a quattro mani con Stefano Dall’Ora: io scrivo, butto giù le mie idee, poi gli mando tutto. Lui ci lavora, apporta le modifiche che ritiene necessarie, poi ci vediamo e facciamo il punto. È la grande sinergia che c’è tra noi di cui parlavo prima. La musica del quartetto è quasi tutta scritta (tranne ovviamente gli spazi per l’improvvisazione) per cui comunque l’arrangiamento finale è frutto di un lavoro comune in sede di prova.

 

Cos’è il jazz oggi?
È una forma musicale viva, com’era viva cento o cinquant’anni fa, una musica che ancora incontra la realtà del tempo in cui vive facendola propria e ricreandola, come avveniva ai tempi di Parker, Coltrane, Miles, Zawinul, Pat Metheny e via discorrendo. La difficoltà della nuova generazione (e che la nuova generazione di cinquanta anni fa non aveva) è la sparizione della discografia che rende quasi impossibile per i nuovi geniali ragazzi che suonano jazz emergere e trovare spazi adeguati. Ci vorrà più tempo, paradossalmente, come per i grandi compositori classici del passato.

Nell’era dello streaming qual è il significato di produrre un CD?
Innanzitutto c’è un discorso artistico: se per dire quello che voglio comunicare servono otto brani per un totale di 60 minuti, serve un album, e pazienza se non è più “ trendy”: non me ne può importare di meno! We Live Here ad esempio é una suite della durata di un’ora esatta: è chiaro che ci si rivolge a chi ha interesse, passione per il suono e per l’ascolto vero, non il surrogato un po’ farlocco basato su auricolari a frequenze sballate, magari in metro o mentre si inviano email…
Riallacciandomi poi a quello che dicevo prima devo notare come molte persone siano ancora affezionate al disco come medium di ascolto della musica, molti vogliono averlo tra le mani, guardarlo, aprirlo… e poi noi che abbiamo la fortuna di suonare molto dal vivo abbiamo la possibilità di venderne parecchi. Certo è ovviamente che non si possono chiudere gli occhi di fronte ai nuovi media, che impongono o prospettano altre scelte comunicative, diverse dal concetto di “album”.

Quali sono gli elementi di continuità e le differenze tra Love Unknown e We Live Here?
L’idea è sempre quella di creare un suono il più puro e vero possibile. Entrambi i lavori sono stati registrati negli studi della radio svizzera di Lugano, noti in tutto il mondo per la loro acustica “trascendentale”. Entrambi sono stati mixati da Stefano Dall’Ora che ha una percezione di questo obiettivo chiara ed assoluta.
In Love Unknown, pur non mantenendo la struttura di Suite, abbiamo portato le intuizioni che hanno generato We Live Here alle loro estreme conseguenze: ad esempio la mini suite Return to Quarakosh propone due tempi totalmente scritti, mentre quello centrale é pura improvvisazione libera. Se Liede ohne Worte esplora fino al loro confine le possibilità cameristica del jazz, The Vortex of the Angel propone suoni e spunti melodici vicini al rock (anche duro!), sempre però nell’ottica sonora della musica da camera.
Insomma, due sensibilità affini ma diverse tra loro in molti aspetti.

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