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Layers Of The City</br>Intervista a Ben Allison
Photo Credit To Leonardo Schiavone

Layers Of The City
Intervista a Ben Allison

16 marzo 2018

Abbiamo intervistato Ben Allison dopo l’uscita di Layers Of The City, il suo ultimo disco.

Di Eugenio Mirti

Come hai scelto i musicisti di Layers Of The City?
Ci sono legami con ognuno dei musicisti coinvolti: Frank Kimbrough il pianista, è probabilmente uno dei miei amici di più vecchia data, lo conosco da quasi trent’anni; ho scritto la musica del disco al pianoforte e quando ho pensato alla persona perfetta per suonarla mi è subito venuto in mente lui. Abbiamo suonato molto insieme, ma negli ultimi due anni non troppo, e così è stato anche un modo per ritrovarsi. Ho suonato in uno degli ultimi dischi di Jeremy Pelt e da allora è entrato nei miei gruppi, di conseguenza quando scrivo penso a lui. Allan Mednard è un po’ più giovane, ha una sensibilità e anche una tecnica incredibili, mi piace perché è sempre molto musicale, non si lascia mai prendere la mano dalla tecnica: sta comunque suonando delle canzoni.

Come scrivi?
Come molti musicisti non ho un sistema organizzato; ho un’idea, magari un semplice spunto in testa e quindi cerco di documentarlo, registro con il telefono o scrivo sulla carta o uso Logic; poi cerco di sviluppare il materiale in modo che abbia senso e lo porto ai miei musicisti. Questa fase per me è la più importante: portare le idee e insieme realizzare qualcosa, lascio sempre degli spazi in maniera tale che tutti possano esprimere delle idee, e di conseguenza diventa un processo collaborativo.

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Sembra che eviti le forme più note, prediligendo quelle più complesse.
Le forme semplici fanno parte della storia,ma anche le forme complesse, e in effetti ascolto così tanta musica diversa… mi piacciono le forme più semplici, le uso a volte, ma anche quelle più articolate, lascio che sia la mia estetica a guidarmi. Non ho una missione, non c’è una struttura che mi impongo di usare. Solo estetica: dipende dall’idea, dal frammento melodico, magari un suono speciale, poi lo metto in una certa forma, penso cosa abbiamo appena suonato e cosa dovremo suonare e così via, lascio che sia questo a guidarmi, non l’essere agganciato a una forma particolare.

Cosa vorresti realizzare nei prossimi anni?
Continua a interessarmi collaborare con musicisti che hanno un diverso sound e background dal mio; non ho mai fatto un disco live, e mi piacerebbe molto; inoltre gli ultimi due dischi che ho inciso, The Stars Look Very Different Today e Layers Of The City, sono i primi che ho realizzato con la mia etichetta Sonic Camera, progetto che vorrei sviluppare ulteriormente; poi insegno alla New school di New York… insomma, tanti progetti.

Il web: un dono o una maledizione?
Bisogna partire dal presupposto che lo streaming esiste e rimarrà. La domanda da porsi è questa: come creare un modello di business sostenibile, perché i musicisti sono in difficoltà. Parlare di questi temi in USA vuol dire parlare del legislatore e delle leggi che riguardano il diritto d’autore; io sono molto attivo attraverso la Recording Academy, la compagnia che assegna i Grammy Awards che lavora molto dietro le quinte per per sostenere la musica registrata. Credo che lo streaming rimarrà molto popolare, ma penso che CD e vinili non scompariranno, la gente li comprerà ancora. Nei prossimi dieci anni sarà importante avere una strategia per ognuno di questi formati.

Che consiglio daresti a un giovane studente che vuole diventare professionista?
Qualsiasi cosa fai, suona sempre la musica migliore, quella su cui hai lavorato tanto, di cui sei orgoglioso; la nuova tecnologia ha permesso di essere indipendenti ma ha reso troppo facile creare: prenditi il tempo per essere sicuro che qualsiasi cosa produci sia perfetta, il meglio possibile. Questo detto, prenditi anche il tempo per sviluppare qualcosa di personale, cerca la tua voce, e ricordati che questo richiede tempo, passione e lavoro.

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