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JAZZ:RE:FOUND 2016</br>Intervista a Denis Longhi
Photo Credit To Lenardo Schiavone

JAZZ:RE:FOUND 2016
Intervista a Denis Longhi

Si svolgerà a Torino dal 7 all’11 dicembre il JAZZ:RE:FOUND festival. GoGo Penguin, Sadar Bahar, Yussek Kamaal, De La Soul sono alcuni degli artisti in cartellone. Abbiamo intervistato il direttore artistico, Denis Longhi.

Di Eugenio Mirti

Come nasce il nome Jazz:Re:Found?
Siamo nati da  un movimento vicino alla house e al clubbing anni 90, generi che sono sempre stati vicino alla black music e al jazz,  quindi anche da ragazzi eravamo vicini a questo fenomeno. Poi purtroppo in Italia è finito e si è convertito in elettronica e techno; noi abbiamo continuato le nostre investigazioni in questo mondo e a Londra c’era un appuntamento settimanale al Mau Mau di Portobello,  con la comunità giamaicana protagonista, che si chiamava “Jazz Refreshed”: proponeva dei contenuti molto vicini a quel mondo del clubbing, con una matrice live jazz molto più evidente. Loro avevano un contenuto forte ma una comunicazione debole e così abbiamo pensato di riproporre quel modello, sviluppato intorno a un festival, con il nome Re Found: “ritrovato” nel senso più intimo del termine, la musica povera che destabilizza l’establishment e riporta la danza e la felicità.

Il festival è nato a Vercelli ma si è spostato a Torino: perché?
Il festival è nato nel 2008 a Vercelli, dal basso, con una quota di forza lavoro volontaria e un impegno simile a quello di una sagra. I risultati già dal primo anno furono enormi, dalla seconda edizione i numeri e gli investimenti furono premianti. Dopo cinque anni a Vercelli avemmo la sensazione che, complice l’impossibilità della pubblica amministrazione di tenere il passo, e soprattutto dato uno sviluppo che anagraficamente e professionalmente era arrivato al termine, dovevamo immaginare un percorso tra Vercelli, Torino e Milano; quindi nel 2013 il festival diventò indoor (per evitare i rischi dell’aria aperta), fu il primo festival ad andare in attivo, e sviluppammo il modello su tre appuntamenti. Per una serie di motivi l’anno scorso provammo a immaginare il festival solo su Torino ed è andato molto bene.

Quali sono gli elementi di continuità e di discontinuità nella proposta di quest’anno?
Quest’anno è forse l’edizione più omogenea; troviamo delle proposte para jazz come James Holden, oppure Yussef Kamaal che diventa un jazz quasi “bianco”… l’immaginario è quello di raccontare la black music senza fanatismi, e tutte le tangenti rispetto a questo genere; per esempio nei De La Soul c’è il funk, l’hip hop, il jazz e l’estetica propositiva.

Siete quasi arrivati alla decima edizione: un sogno per la ventesima?
Stevie Wonder sarebbe il sogno! Il nome nuovo che mi piacerebbe molto è Anderson Paak: c’è acid jazz, tanto soul, rap, una band hip hop… Mi piacerebbe anche portare avanti la collaborazione con AFROPUNK, un movimento nato negli USA e che ora si sta diffondendo in tutto il mondo (Parigi, Londra, ecc.). In occasione della mostra su John Coltrane ospitiamo il caporedattore dell’omonima rivista e referente europeo di AFROPUNK,  Lou Constant-Desportes, che vive a Parigi.

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