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Jazz voice<br/>Intervista a Chiara Stroia

Jazz voice
Intervista a Chiara Stroia

14 gennaio 2019

I lettori più attenti si ricorderanno di Chiara Stroia per il meraviglioso saggio che scrisse a proposito di Wayne Shorter. Chiara è una cantante promettente che sa il fatto suo, e l’abbiamo intervistata.

Di Eugenio Mirti

Come ti sei avvicinata alla musica? E al jazz? E al canto jazz?
Sono stata sempre affascinata dalla musica fin da bambina, adoravo cantare le canzoni dei cartoni animati. Ho iniziato a studiare canto all’età di 8 anni, al jazz mi sono avvicinata verso i 16 anni dopo aver ascoltato “Gentle Rain”, un brano bossa nova meraviglioso, ne sono rimasta letteralmente sedotta ed ho deciso di approfondire gli studi. Mi sono quindi iscritta in Conservatorio dopo il liceo ed oggi sto concludendo la laurea specialistica di canto jazz.

Quali sono i musicisti che ti hanno ispirata maggiormente?
Sono moltissimi! Quello che più ha influenzato il mio modo di cantare è stato sicuramente Chet Baker, ma anche Sarah Vaughan ed Ella Fitzgerald. Principalmente però ascolto più strumentisti, quindi aggiungerei anche Bill Evans, Wayne Shorter, Sonny Rollins… e, di recente, Robert Glasper, José James, Moonchild. 

Che cosa è il jazz oggi secondo te?
Non è semplice definire oggi il “jazz”. A mio avviso resta un termine molto indefinito, contiene un mondo di colori e tessiture diverse che convergono, ed il bello è proprio questo! 

Quali sono le sfide di un giovane che vuole diventare musicista professionista nel 2019?
Per quanto mi riguarda, resta difficile, il più delle volte, far capire che la musica oltre che passione può essere e deve essere concepita anche come un lavoro di tutto rispetto. Viene spesso sottovalutato tutto ciò che c’è dietro ad un semplice concerto, ed è questa la cosa che spesso mi lascia con l’amaro in bocca. Fortunatamente la passione è il motore della vita, rende tutto più semplice e dà sempre la carica giusta per vivere al meglio la vita dell’artista. La sfida più grande secondo me, per tornare alla domanda principale, è sapersi “vendere” bene, essere manager di se stessi.

 

Il tuo primo album è un omaggio a Mina; come l’hai progettato?
Il mio primo album, uscito nell’estate 2017 si intitola “ContaMINAta”. Ho sempre considerato Mina una delle più belle voci della musica italiana e fu questa una buona occasione per renderle omaggio. Il disco contiene arrangiamenti originali che ho curato insieme ai miei musicisti. L’album è stato registrato in presa diretta perché volevo per mantenere lo spirito tipico dei miei concerti, basati sull’improvvisazione. Ho avuto il piacere di presentare il disco all’Eddie Lang Jazz Festival 2017 ed è stata una bellissima esperienza. L’ultima traccia dell’album si intitola “Fragile” ed è un mio brano, scritto in un momento particolare della mia vita.

Quali sono i tuoi prossimi progetti? 
Al momento mi sto dedicando alla scrittura di brani originali e continuo a portare il giro il mio progetto “ContaMINAta”, in attesa di un nuovo album da registrare. 

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