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JazzDaniels: intervista a Daniela Crevena e Daniela Floris

JazzDaniels: intervista a Daniela Crevena e Daniela Floris

11 settembre 2019

Eugenio Mirti intervista le due “Daniele” del jazz

Inguaribile curioso, mi piace confrontarmi con tutti, ma in particolare con le personalità che stimo. Nel corso degli anni ho spesso dialogato con Daniela Floris, che essendo gentile, professionale e preparata è una delle persone che più ammiro della comunità del jazz italiano. Insieme a Daniela Crevena (che non ho ancora conosciuto, ma spero di porre rimedio a breve!) Daniela F. ha fatto nascere le JazzDaniels, un blog che racconta il jazz, italiano e non, con parole e immagini. Le ho intervistate.

Di Eugenio Mirti; fotografie di Daniela Crevena

Come nascono e con quali obiettivi le “Jazz Daniels”?
Daniela Crevena / Le JazzDaniels nascono da un incontro casuale; vedevo sempre il sorriso di Daniela Floris su MySpace e ad un certo punto ho deciso di scriverle, abbiamo cominciato a chiacchierare e abbiamo capito che lei seguiva gli stessi concerti che io fotografavo.

È nata prima una sorellanza e poi un sodalizio professionale, con obiettivi completamente ludici.

Daniela Floris / Le JazzDaniels nascono casualmente; io scrivevo già di jazz e avevo una pagina su My Space, e in quel luogo virtuale incrociavo Daniela, che fotografava il jazz. Un giorno lei mi ha contattata, abbiamo cominciato a interagire, a chiacchierare, fino a quando non ci siamo incontrate a Roma, dal vivo: lei stava esponendo dei suoi lavori al Festival estivo di Villa Cellimontana. Da quel momento è nata prima di tutto un’amicizia… anzi, a dire il vero siamo diventate sorelle! Abbiamo pianto, riso, parlato, ci siamo scambiate pareri. Ci siamo anche abbracciate! E poi abbiamo iniziato a fare i nostri reportage, scoprendo che anche dal punto di vista lavorativo eravamo molto in sintonia. Lei prendendo in giro me per il mio accento romanesco, io prendendo in giro lei per il suo accento bergamasco. Questo è accaduto dieci anni fa circa.

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Trovare il giusto equilibrio tra parole e immagini non è facile, come ci siete riuscite? Fortuna? Sensibilità? Rispetto?
DC / Fortuna, sensibilità molto simile, sensibilità e attenzione e rispetto per la musica, rispetto reciproco. Viviamo le stesse emozioni ai concerti e di conseguenza le mie immagini tendono a sottolineare quello che sta succedendo nella musica. Guarda caso capita che siano cose che la Floris sta già scrivendo sul suo quadernetto! Quando poi a fine concerto lavoriamo e sbobiniamo foto e riordiniamo appunti sul quadernetto, succede che i momenti che lei ha descritto sono presenti nelle immagini. E quindi è un connubio magico!

DF / Il giusto equilibrio tra parole e immagini più che cercarlo lo abbiamo trovato, e credo sia una questione di sensibilità. Ci siamo incontrate e abbiamo iniziato a vedere che quando lei fotografa io scrivo; durante il concerto ci guardiamo negli stessi istanti e notiamo le stesse cose: passaggi musicali, sguardi, momenti. E poi alla fine della serata, di notte, quando iniziamo a lavorare su quel che abbiamo sentito e fotografato (e io scritto perché durante i concerti uso un taccuino e scrivo quello che provo, quello che sento, quello che accade) capiamo, non senza stupore, che notiamo le stesse cose. Eccolo,  l’equilibrio.

Il nostro fine è spiegare perché un concerto è bello, o non è molto convincente, o entusiasmante o interessante. Daniela dà immagine a ciò che scrivo e tutto questo avviene spontaneamente. Abbiamo sicuramente delle competenze, che utilizziamo per spiegare l’impatto emotivo che ha la musica su di noi.

Qual è il più grande pregio del jazz italiano secondo il vostro punto di vista? E il peggior difetto?
DC / Il più grande pregio del jazz italiano è forse la produttività e il proliferare di talenti. Il più grande difetto, forse, l’autoreferenzialità e la poca voglia di rischiare. Pochi sono i festival che danno spazio ai giovani; Le serate principali tendono a essere dedicate al nome famoso, forse per esigenze di pubblico o di cassetto, anche se ormai è abbastanza consolidata la tendenza a creare all’interno dei festival più strutturati un circuito di Big e uno di giovani emergenti (o ormai più che affermati per le loro qualità ma non ancora ben conosciuti da un pubblico meno esperto). Difficile che un festival faccia salire sul palco principale artisti meno universalmente conosciuti, anche se ci sono realtà che lo fanno.

DF / Il jazz italiano ha il pregio di essere in continuo fermento, anche se la parte del fermento è meno conosciuta della parte più nota. Non saprei dare una spiegazione esatta e nemmeno plausibile a questo fenomeno; ci sono molti giovani talentuosi, anche se solitamente non credo al parametro anagrafico come metro di misura della novità o della creatività. È  un fermento intellettuale che non sempre viene valorizzato: non è facile uscire dai circuiti noti e ascoltare cose nuove. Spesso me ne vado qui a Roma in club nascosti, fuori dal circuito, e mi accorgo di progetti notevoli, interessanti, belli, che provengono da musicisti giovani ma anche da musicisti molto affermati che stentano a far passare cose “meno canoniche” nei circuiti ufficiali. Mi diverto moltissimo.

Il più grave difetto è un po’ di autoreferenzialità. E anche uno scarso interesse reciproco tra musicisti: raramente li noto in mezzo al pubblico ad ascoltare i colleghi. Si percepisce se non vera e propria invidia un po’ di disinteresse, ed è una cosa che disamora, toglie entusiasmo. Non è una tendenza generalizzata, ma esiste, come esiste, beninteso, in tutti gli ambienti lavorativi. È che all’inizio, quando ancora non sei addentro a questo mondo, ti aspetti dagli artisti un qualcosa di diverso, e non sempre è così.

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Prendete l’ascensore con il Presidente del Consiglio dei Ministri e avete due minuti per esporgli la vostra idea che rivoluzionerà il mondo della musica in Italia. Qual è?
DC / Se avessi due minuti con il Presidente del Consiglio gli direi “andate a casa” (da notare che la risposta è stata data prima che il Governo cambiasse davvero!). Diciamo che il mio consiglio è un consiglio da mamma di una bambina di tre anni: si parte dall’educazione all’ascolto. I bambini imparano ad ascoltare quel che gli si propone e io proporrei l’ascolto della musica classica, dell’opera, del jazz nelle classi da subito. Forse così si allenerebbe l’orecchio e si creerebbe il pubblico di domani. Entusiasta, competente, desideroso di alzarsi dal divano per uscire a sentire della bella musica. Siamo fortunati, abbiamo tantissimi talenti casalinghi e molti festival da cui transitano artisti internazionali.

DF / Non so se riuscirei a parlargli del mondo della musica in Italia. Avrei talmente tante cose da dire al Presidente del Consiglio dei Ministri che non so se inizierei proprio dal jazz e dalla musica. L’idea che rivoluzionerebbe la musica forse è l’uovo di colombo, e cioè abbattere tutti i pregiudizi reciproci che esistono tra i vari mondi musicali. Il jazz verso il rock, il rock verso il jazz, la musica etnica verso il rock, Il jazz verso la musica classica e il trap e viceversa. Abbattere i pregiudizi. Partendo da quando si è piccoli, da un’educazione musicale mai disgiunta dall’educazione alla cultura e dalla contestualizzazione della musica nel tempo in cui è nata.

L’intervista/reportage che vi ha più gratificato fare?
DC / L’intervista che mi è piaciuta di più… sono state tutte molto belle a dire la verità. Ad un certo punto è nata la rubrica “Una birra con…” e per me la birra più emozionante è stata la birra con Ron Carter. Il mio sogno è “una birra con con…” Brad Mehldau ma è un po’ un sogno proibito, forse perché non l’ho mai fotografato e anche perché mi affascina molto. Diciamo che è la mia passione.

DF / Probabilmente quella che mi ha più gratificato è quella che ancora sogno. Certo però, aver fotografato Ron Carter, e poi parlato con lui e averne scritto è stata una bella esperienza. Ma mi ricordo tante interviste e reportage che mi sono piaciuti da morire; amo molto le mie interviste ai musicisti che hanno spiegato il loro strumento, nel sito in cui scrivo, A proposito di Jazz di e con Gerlando Gatto, il mio direttore, che mi ha concesso lo spazio della rubrica “Vi spiego…”
Ho intervistato Lorenzo Tucci, Daniele Scannapieco, Gabriele Mirabassi, Enzo Pietropaoli, Fabrizio Bosso, e l’anno scorso, dopo una pausa un po’ lunga, Danilo Gallo. Credo siano state interviste belle e utili. Ho imparato. Ho capito molte cose, mi hanno dato una grande soddisfazione. Due pianisti sarebbero il mio sogno: Gonzalo Rubalcaba e Brad Mehldau ma in realtà forse ancora devo ancora sognarla quella da sognare.

A mio avviso, il mondo della musica (e di conseguenza quello del jazz), è generalmente sessista e vive di stereotipi (quando va bene). Qual è la vostra esperienza sul tema? Un consiglio che dareste alle amiche musiciste e giornaliste e uno ai maschietti in buona fede?
DC / La nostra esperienza col mondo sessista del jazz è stata un’esperienza piuttosto dura; per qualche tempo ci ha paralizzate e per un attimo ci ha fatto pensare di smettere. Alcune persone ci hanno mosso accuse assurde, Qualcuno sosteneva che riuscissimo ad entrare in contatto con i musicisti in quanto donne e in quanto donne “piacione” che facevano “le simpatiche” con i musicisti.
Il consiglio alle colleghe? Non mollare, non mollare e far diventare questi momenti di crisi dei momenti di rinascita. Per noi, da questo inciampo è nata la rubrica “Una birra con…” che è stata molto carina e molto letta. Ai maschi in buona fede il consiglio che si può dare è di prescindere da tutto e di valutare il lavoro. Non fatevi distrarre da cose che non hanno a che vedere con la professionalità.

Noi speriamo di riuscire a continuare ad essere JazzDaniels e di continuare i nostri appuntamenti; probabilmente i tempi saranno diversi perché alcune cose sono cambiate nelle nostre vite: io ho avuto uno stop abbastanza lungo perché ho avuto una bambina ed è stato difficile allontanarsi da casa. Abbiamo un po’ ripreso e abbiamo visto che il divertimento per noi è lo stesso di sempre e cercheremo di farlo ogni volta che potremo.

DF / Diciamo che il mondo è un po’ sessista. Quello del jazz molto sessista. Adesso un po’ meno. Quando abbiamo cominciato noi eravamo in pochissime a scrivere e fotografare il jazz. Abbiamo avuto diversi problemi, uno piuttosto pesante; ci hanno attribuito comportamenti e storie totalmente inventati, si è parlato di noi come coppia di amanti, persino.
Per quanto mi riguarda, ormai sono grande, di età, e finalmente mi è più facile tirarmi fuori da queste dinamiche: Daniela, avendo dieci anni meno di me, avrà da lottare ancora un po’.
In queste circostanze è capitato anche che ci siamo bloccate per diversi mesi, confessandoci che forse non sarebbe più valsa la pena. Poi abbiamo trovato le motivazioni per ricominciare partendo proprio da questa ferita, e dando vita alla nostra rubrica “Una birra con…”, allora molto seguita, e che siamo intenzionate a ripristinare.
Per carattere presuppongo la buona fede di chiunque, ma di contro analizzo sempre ciò che mi capita, e ne faccio tesoro. Per questo suggerisco a uomini (e donne) di pensare bene prima di lanciare battute o frasi che possono essere dannose.

Alle amiche musiciste, giornaliste, fotografe (io non sono giornalista, sono una che parla di musica) dico: siate molto ironiche. Se il momento di stizza, ovvero l’energia negativa, lo tramutate in ironia e in forza per andare avanti, non potrà che scaturirne qualcosa di bello.

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