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Jazz Club Ferrara</br>Parla Francesco Bettini

Jazz Club Ferrara
Parla Francesco Bettini

Il direttore artistico del Jazz Club Ferrara ci racconta il lungo percorso che ha portato un’associazione culturale a gestire uno dei più brillanti e apprezzati jazz club d’Italia.

di Luciano Vanni

Partiamo da una presentazione del tuo club: data di nascita, caratteristiche (posti, tavoli, ristorazione, ingresso), programmazione (quante volte a settimana, che tipologia di artisti coinvolgi) e pubblico (che bacino di utenza hai in media).
L’Associazione Culturale Jazz Club Ferrara esiste dal 1977, ma è solamente dal 1998 che ha una sede fissa presso il Torrione San Giovanni, lo splendido bastione rinascimentale in cui, da diciassette anni, si svolge il prevalente dell’attività del circolo. Inizialmente il Jazz Club Ferrara promuoveva stagioni teatrali e rassegne estive, solo con l’avvento del torrione ha preso forma l’idea di lavorare con continuità nel medesimo luogo. Tutto ciò ha consentito di abbattere notevolmente i costi poiché, fatto fronte all’investimento iniziale, da diversi anni abbiamo tutto ciò che serve per realizzare un concerto direttamente in loco. Eccezion fatta per i compensi, l’ospitalità dei musicisti e la Siae, la produzione è quasi a costo zero.
La struttura ha un piano terreno adibito a wine-bar/ristorantino che può ospitare fino a un massimo di cinquanta persone. Qui si svolgono le cene, gli aperitivi a buffet e le jam session. Il primo piano, collegato sia dall’esterno sia dall’interno con il piano terreno è invece la sala da concerto dotata di angolo bar, platea con circa cinquanta posti a sedere e ballatoio con altri cinquanta posti circa attorno a una quindicina di tavolini.
Ogni anno, dai primi di ottobre a fine aprile, con una pausa nelle prime tre settimane di gennaio, si svolgono circa settanta serate con cadenza settimanale il lunedì, venerdì e sabato. Il programma spazia tra tradizione e avanguardia, star americane e giovani musicisti europei, proponendo ogni anno una notevole panoramica di ciò che è il jazz al giorno d’oggi. Il sabato sera ospitiamo i concerti principali del palinsesto, il venerdì è una serata jolly che alterna main concert, serate “musical-etno-gastronomiche”, workshop e altre svariate iniziative. Mentre il lunedì ci rivolgiamo a un pubblico più giovane e ai molti musicisti che raggiungono quelli on stage per animare la jam session.
Il pubblico è sempre numeroso al limite della capienza del club e ruota attorno a uno zoccolo duro di circa una cinquantina di soci abbonati, a cui si aggiungono, di volta in volta, non meno di altrettanti utenti estremamente differenti tra loro per età, formazione e provenienza. Basti pensare che la metà viene da circa 100 km di raggio dalle provincie di Bologna, Modena, Reggio Emilia, Mantova, Rovigo, Padova, Ravenna, talvolta da Roma o Milano e persino dall’estero. Ogni anno gli utenti complessivi superano le 3.000 unità.

JCFE-©-Davide-Simeoli-bassa

Che cosa significa essere promoter?
Significa avere sempre le antenne ben drizzate alla ricerca di nuovi e vecchi talenti da intercettare, ma anche e soprattutto essere capaci di coinvolgere ed educare i neofiti, offrendo varietà e alta qualità delle proposte per fidelizzarli.

Com’è cambiato il tuo mestiere nel corso degli anni?
Acquisita un’esperienza quasi ventennale, si diviene semplicemente più professionali. Se prima ero incosciente perché il salto avveniva verso l’ignoto, ora sono più consapevole di come funziona il lavoro. Nonostante ciò, le difficoltà non sono certo diminuite, anzi. Un po’ perché, avendo il quadro ben chiaro, sono più attento ai dettagli che non agli inizi. E un po’ perché le risorse un tempo disponibili si sono più che dimezzate nel corso degli anni e siamo riusciti a sopperire all’ammanco grazie all’autofinanziamento che per contrappunto è sostanzialmente raddoppiato. Ciò che un tempo veniva coperto in prevalenza da partner istituzionali e privati, ora è garantito perlopiù dalla biglietteria e dall’attività del wine-bar.
Immutato è invece il rimborso destinato ai pochi e volenterosi che lavorano con dedizione all’attività dell’associazione. Per fortuna l’impegno profuso sta offrendo pian piano a tutti noi altre prospettive professionali con le quali si riesce ad arrivare a fine mese e a mandare conseguentemente avanti la “baracca”.

Che ruolo riveste, all’interno del music business, il tuo lavoro?
Ho cominciato distribuendo volantini, poi sono passato alla biglietteria, a pratiche di segreteria, di comunicazione, di fonica. Ho fatto e continuo a fare – saltuariamente o con continuità – il road manager, il consulente e/o direttore artistico di festival, rassegne, manifestazioni legate al mondo del jazz. Posso dire di non essere mai stato veramente un booking agent, vendere non è la mia vocazione. Da tutto ciò si evince che solo strutture veramente solide dal punto di vista economico e finanziario possono avvalersi di un certo numero di professionalità e differenziare i ruoli. Quando le risorse sono così esigue, come quelle del Torrione, si diviene necessariamente multitasking.

In che stato economico versa il jazz italiano, dal tuo punto di vista? Che cosa funziona, e che cosa non funziona?
Non voglio entrare nei particolari, ma ci saranno pure delle ragioni per cui esistono così pochi luoghi che fanno jazz dal vivo?

Quali problemi hai riscontrato nella gestione di un jazz club?
Quante cartelle ho a disposizione?

Che cosa potrebbero fare di più le istituzioni pubbliche per sostenere la musica dal vivo nei club?
Per ciò che concerne l’attività in cui sono coinvolto, non posso certo lamentarmi del supporto istituzionale dei vari interlocutori. Il Jazz Club è nato quasi come una costola del Teatro Comunale e una volta resosi autonomo, ha continuato a essere percepito dalle istituzioni locali e regionali come un’entità da tutelare e proteggere. Certo, i finanziamenti a fronte della mole di lavoro che svolgiamo sono risibili ma, alla luce di rapporti di grande rispetto e degli obiettivi condivisi con l’amministrazione, è da diciassette anni che – in un modo o nell’altro – riusciamo a ottenere il minimo per la sopravvivenza del Torrione. Per certi versi siamo un modello esportabile e per questo ci possiamo ritenere molto fortunati.