Jazz a New York</br>Intervista ad Antonio Ciacca
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Jazz a New York
Intervista ad Antonio Ciacca

1 luglio 2017

Antonio Ciacca vive a New York dal 2007: lo abbiamo intervistato per farci raccontare la sua esperienza professionale negli USA.

Di Eugenio Mirti

Come si è sviluppata la tua formazione musicale?
Ho cominciato gli studi musicali di pianoforte da bambino con un insegnante locale al quale sono molto affezionato. Quando mi iscrissi all’Università mi trasferii a Bologna, un città molto attiva e dinamica grazie a due personaggi come il leggendario Alberto Alberti e Lucio Dalla. Alberti faceva da catalizzatore di tanti eventi: il festival jazz di Bologna, quello di Ferrara, organizzava molte attività sul territorio e così attraeva tanti personaggi; potevi fare un concerto nel bar con i tuoi amici e arrivava lui con Tommy Flanagan, per esempio. Fu lui a portare a Bologna Steve Grossman, che fu la persona che mi indirizzò allo studio del jazz con l’impostazione di tipo americano. In una terza fase poi frequentai il conservatorio appena uscirono i trienni sperimentali.

Poi hai iniziato a suonare come sideman con una infiinta serie di nomi importanti.
Sì, fu una scelta dettata dall’influsso di Steve Grossman; mentre i miei coetanei italiani si concentravano su loro stessi e sulla loro musica a me sembrava non fosse ancora il momento; c’era bisogno – come avevano fatto tutti i miei eroi – di vivere una fase di apprendistato con i grandi maestri e dopo iniziare a produrre la mia musica, avendo metabolizzato una serie di esperienze con queste persone. Avevo individuato tre musicisti che erano e sono vicini alla mia sensibilità; il primo era Benny Golson, per la magia della sua scrittura, e poi perché poi è di Filadelfia, con tutto un modo di intendere l’armonia e la scrittura orchestrale. Poi Steve Lacy, dato il mio amore per Monk e infine Lee Konitz per la mia passione per Lenny Tristano.

Nel 2007 ti trasferisti in USA per lavorare al Jazz at Lincoln Center.
Dal 1993 ogni anno effettuavo il mio pellegrinaggio a New York per avere una idea da dentro del jazz; l’idea del jazz che si fanno le persone che vivono fuori dagli USA è mitologica, come l’idea che noi italoamericani abbiamo dell’Italia. A me questa cosa non piaceva, volevo informazioni di prima mano; quello che arrivava era il jazz o solo una parte infinitesimale? Soprattutto il jazz che arrivava in Europa era basato su quale retroterra culturale?
Poi sviluppai un rapporto di amicizia con Wynton Marsalis, che era tra l’altro molto curioso della mia passione per la musica religiosa afroamericana; quando il direttore della programmazione lasciò l’incarico feci l’application, Marsalis mi assunse e da allora vivo a New York.

Parallelamente sviluppavi l’aspetto compositivo jazz e classico.
In realtà c’è sempre stato; del resto sono nato con la musica classica e quindi l’ho sempre studiata; siccome trovai lavoro come direttore musicale in un grosso hotel di New York lasciai il posto al Lincoln center perché mi lasciava molto poco tempo per la musica. Tornai a fare quello che facevo in italia, solo che ora ero a New York.
Ho cominciato a scrivere per big band, poi ho ho iniziato a scrivere per quartetti d’archi, musica vocale, ora anche un’opera. Suono cinque sere a settimana ma di giorno compongo.

Quali sono le differenze principali tra la vita musicale newyorchese e quella europea?
Innanzitutto una concezione del lavoro diversa; in Europa suonare è un’arte qui è un lavoro. Qui suonare vuol dire essere inseriti in un mercato del lavoro, c’è un sindacato forte, tanti corsi di aggiornamento, possibilità infinite di suonare: chiese, teatri, club, Broadway, hotel.
Il lavoro artistico non è determinato dall’elemosina del politico, ma è un rapporto diretto con un privato che ha bisgono di qualcuno che, per esempio, suoni nel suo hotel. L’educazione musicale è completamente diversa, i college sono di altissimo livello. Lavoro molto per la Chiesa: un tipo di lavoro che in Italia non c’è. E poi il lavoro di musicista è considerato un lavoro come qualsiasi altro, integrato in un contesto economico. Tutti i ruoli sono molto chiari, mentre in Italia c’è molta confusione.

Quali sono i tuoi ultimi progetti?
Sto scrivendo un’opera sui briganti, un tema a me molto caro essendo foggiano, è un’epoca storica che mi tocca da vicino. Ho poi scritto un libro sulla didattica del jazz, finito ma da sistemare, e poi uscirà un disco che ho registrato con il Calagonone Jazz Ensemble, un ottetto di ragazzi di Nuoro.

Un consiglio che daresti a un giovane studente?
Frequentare un bel college, studiare con insegnanti capaci, rubare il più possibile, soprattutto andare in ambienti dove c’è entusiasmo e amore per la musica. A volte nei conservatori vedo molta depressione culturale e professionale, non è bene che venga trasfertita agli studenti,

Ritornerai in Italia?
Sono ormai cittadino americano; il problema è che mi piace l’Italia più da lontano che da vicino, perché quando vengo vedo solo quello che c’è di bello. Quindi preferisco avere questo tipo di rapporto, a distanza.

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Fotografia di Maurizio Magnetta

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