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James P. Johnson
Il maestro dei maestri

James P. Johnson</br>Il maestro dei maestri

Domanda da un milione di dollari: chi è il papà del pianoforte jazz?
Earl Hines, diranno i miei lettori. O magari: Jelly Roll Morton.
Senz’altro, senz’altro. Ma quanti mi risponderanno: James P. Johnson? Temo pochi, o pochissimi.
Eppure, se mai il pianoforte jazz dovesse vantare un padre (perché in realtà ne ha tanti, ma diciamo: se proprio dovessimo sceglierne uno), Johnson sarebbe tra i migliori candidati.
James Price Johnson nacque nel 1894 a Brunswick, nel New Jersey, da una famiglia originaria della Carolina. Fin da bambino ebbe modo di conoscere i canti religiosi, di veder ballare le danze tradizionali del Sud, di ascoltare il ragtime, e infine di frequentare i ticklers, i pianisti che nei locali di New York stavano trasformando il ragtime in qualcosa di diverso. Completò la sua formazione con quattro anni di studi classici presso un maestro italiano, Bruto Giannini. A quel punto, Johnson era padrone di una tecnica brillantissima, che gli permise di affermarsi nei cutting contests, le sfide all’ultima nota che servivano a decretare i migliori fra i ticklers di Harlem.
Divenne un prolifico autore di canzoni, lavorò per i teatri di Broadway, incise innumerevoli rulli per pianola meccanica e poi altrettanti dischi, accompagnando spesso cantanti di blues. Nelle sue mani, il ragtime si trasformò nello stride piano, lo stile spettacolare che avrebbe dominato il pianoforte jazz fino all’avvento del be bop. Nel 1923 inventò il charleston, il ballo che negli anni Venti avrebbe fatto impazzire l’America. Per anni venne ritenuto il più grande virtuoso della città (almeno fino a quando, nel 1933, non arrivò un ragazzo dell’Ohio di nome Art Tatum: ma questa è un’altra storia); fu l’incontrastato dominatore dei rent parties, le interminabili feste che animavano le notti di Harlem. Influenzò colleghi del calibro di Fats Waller, Duke Ellington, Thelonious Monk (il quale cominciò proprio come pianista stride: ma anche questa è un’altra storia). Johnson si cimentò addirittura con la composizione accademica, scrivendo lavori sinfonici e cameristici; fu amico, fra gli altri, di George Gershwin.
Negli anni Trenta, il suo stile cominciò ad essere considerato fuori moda. Quando morì, nel 1955, all’età di sessantatré anni, pochi si ricordavano di lui. E ancor oggi il suo nome raramente merita più di un paragrafo nelle storie del jazz. Eppure si tratta di un gigante.

Quello che vi propongo è uno dei suoi capolavori: Carolina Shout. Carolina come la terra d’origine dei suoi genitori e shout come il ring shout, l’antica danza degli schiavi.
Il pezzo, che ha la forma di un complesso rag multitematico, fu  una vera e propria scuola per generazioni di pianisti jazz. Su questo disco, si racconta, Duke Ellington imparò a suonare il pianoforte.  La versione che avete qui sotto, in piano solo, è del 1921 (ce ne sono almeno altre cinque o sei versioni, ad esempio quella, in trio, del 1944).
Buon ascolto.

 

P.S.: Per chi ha confidenza con l’inglese, c’è un bell’articolo su Johson nel sempre interessantissimo blog di Ethan Iverson (lo potete leggere qui).

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