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Il ponte di Williamsburg al Teatro Olimpico di Vicenza<br/> Intervista a Riccardo Brazzale.

Il ponte di Williamsburg al Teatro Olimpico di Vicenza
Intervista a Riccardo Brazzale.

 7 maggio 2019

La XXIV edizione di Vicenza Jazz

In occasione della XXIV edizione del festival New Conversations – Vicenza Jazz, in programma dal 9 al 19 Maggio 2019 a Vicenza, abbiamo incontrato il direttore artistico Riccardo Brazzale.

Di Nicola Barin 

Ci puoi raccontare come è nato il festival?
Direi per una serie di circostanze favorevoli. Nel 1995, quando lavoravo già per l’assessorato alla cultura del Comune di Vicenza, divenne assessore Francesca Lazzari che era, fra l’altro, un’appassionata di jazz. Nello stesso periodo, un amico anch’egli appassionato, Matteo Quero, mi presentò un giovane imprenditore, Luca Trivellato, che stava trovando in questa nostra musica qualcosa di speciale su cui scommettere e investire. E, per la verità, me lo presentò in una situazione in cui io ero musicista: lo portò in uno studio di incisione dove stavo registrando con la Lydian Sound Orchestra. Ricordo bene: era la mia rivisitazione della Timon of Athens Suite, le musiche di scena scritte da Ellington per quell’opera minore di William Shakespeare. In realtà, negli anni precedenti avevo già proposto del jazz al Teatro Olimpico  (la prima di “Rava l’Opera Va”, poi un recital di Michel Petrucciani e un concerto di Galliano con l’orchestra d’archi del nostro teatro) ma a un vero festival non avevo mai pensato. L’idea di partenza fu che in quel teatro unico al mondo dovesse per forza prendere forma solo del jazz altrettanto unico e così pensai di rimettere in piedi per la prima volta le musiche del disco Conversations with Myself di Bill Evans. Servivano tre pianisti perché Evans le aveva sovraincise: pensai a Rita Marcotulli, John Taylor e Paul Bley. Da queste conversations nacque il titolo del festival: New Conversations.

 

La caratteristica del Vicenza Jazz, che è anche il segreto della sua longevità, oltre 20 anni, è sempre stata quella di saper coniugare la forte risposta del pubblico e la qualità delle proposte. Come è stato possibile unire entrambi gli aspetti?
Nel 2020 festeggeremo il 25° e credo che la forza sia stata quella di esser partiti senza fare passi troppo lunghi, pensando sempre alla qualità, migliorandola anno dopo anno, e soprattutto di coinvolgere la città. Perché, oggettivamente, di certo Vicenza non era una città del jazz. Credo che abbiamo lavorato bene, con spirito di gruppo e con rispetto per i ruoli, ascoltando i consigli di tutti ma senza sottrarci alle responsabilità. All’inizio la quantità di pubblico era decisamente minore e facevamo meno concerti ma la qualità mi pare non sia mai mancata. Però, a pensarci bene, non penso che si possa sottovalutare il contesto generale: un po’ alla volta la città ha risposto volendo fare autonomamente jazz ovunque, dai locali ai negozi, nei palazzi antichi e nelle chiese: alla fine, almeno una settimana all’anno, il jazz sembra una faccenda di casa, di tutti.

Il vantaggio di essere anche un musicista ti ha aiutato, in qualità di direttore artistico delle rassegna, a ricoprire in maniera più oculata e attenta questo ruolo? 
Posso sperare di sì. Per la verità, anche prima di iniziare con il festival organizzavo concerti, anche se in situazioni più piccole o non continuative. Contemporaneamente ho proseguito a fare il musicista e pure l’insegnante, così come, per molti anni, lo studioso e anche il cronista. L’essere di qua e di là degli steccati vuol dire porsi delle domande diverse, mettersi da una parte ma anche dall’altra: questo sì, ritengo, possa aiutare. Poi, tutto mi si potrà dire ma non di esser stato sovraesposto con la mia presenza come musicista all’interno del festival: in ventiquattro edizioni credo di averci suonato quattro o cinque volte. Quest’anno poi accade all’interno di una serata collettiva.

Ci racconti brevemente quali sono i nomi più importanti in cartellone quest’anno?
Come sempre ci sono nomi che non sono mai venuti (Chucho Valdès, Peter Erskine e Shai Maestro, per esempio) e altri che sono tornati spesso (Uri Caine e Paolo Fresu, o Fabrizio Bosso con Ottolini). Ma mi piace soffermarmi di più sulle produzioni. La più importante riguarda il quartetto “Free Connection” che mette insieme Enrico Rava, Michel Portal, Ernst Reijseger e Andrew Cyrille: si troveranno a Vicenza per la prima volta proprio il giorno del concerto e intendono improvvisare senza rete, senza temi, come si usava fare al tempo del free storico. Fra l’altro sia Rava che Cyrille sono entrambi nel loro ottantesimo anno: credo che sarà una bella testimonianza di longevità artistica. Poi avremo Ambrose Akinmusire che suonerà per la prima volta in duo con David Virelles e, il giorno dopo, sarà ospite della Lydian Sound Orchestra su un repertorio che proveremo insieme quel giorno.

Come sogno nel cassetto c’è un artista particolare che vorresti portare al festival?
Mi accontenterei di una solo sax performance di Sonny Rollins al Teatro Olimpico: se fosse vero, chiederei alle Belle Arti il permesso di ricostruire sulla scena palladiana una piccola campata di un ponte, per creargli la situazione giusta e riportarlo a quando si esercitava sotto il ponte di Williamsburg a New York. In ogni caso, sognare non costa nulla.

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