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Firenze Jazz festival: intervista a Enrico Romero e Francesco Astore

Firenze Jazz festival: intervista a Enrico Romero e Francesco Astore

5 settembre 2019

Dall’11 al 15 settembre andrà in scena il “Firenze Jazz Festival”, una cinque giorni tutta dedicata al jazz contemporaneo, con più di cinquanta concerti organizzati nei luoghi simbolo dell’Oltrarno: per l’occasione abbiamo intervistato il direttore artistico Enrico Romero e il direttore organizzativo Francesco Astore

di Luciano Vanni

Innanzitutto, benvenuto, caro Enrico: sei alla tua prima edizione da direttore artistico del “Firenze Jazz Festival”. Ci puoi raccontare del tuo passato, così da farti conoscere dai nostri lettori?

Enrico Romero: Ciao Luciano, non vorrei annoiare visto che non sono di primo pelo e lavoro in questo campo da diversi annetti. In sintesi, ho iniziato a lavorare nel mondo della musica alla fine degli anni Settanta, nello staff dell’organizzazione del “CAM Centro Attività Musicali di Firenze” (all’epoca diretta da Gianfranco Cascella e poi da Lorenzo Pallini), e, contemporaneamente, ho curato insieme a Lorenzo la direzione artistica del “Salt Peanuts Jazz Club”, spazio attivo a Firenze con una programmazione molto ricca, fino a sei concerti settimanali, in buona parte internazionali. Tra le centinaia di musicisti che sono passati dalle rassegne del CAM e del Salt Peanuts in quegli anni d’oro si annoverano nomi come Chet Baker, Anthony Braxton, Sam Rivers, Gil Evans, Keith Jarrett, Nina Simone, Lee Konitz, Jack DeJohnette, Michael Brecker, Sun Ra, Jim Hall, e tantissimi altri ancora. E naturalmente un po’ tutti gli italiani, ma in particolare Enrico Rava, Franco D’Andrea, Luca Flores e Massimo Urbani, che al Salt Peanuts erano spesso di casa. Contemporaneamente ho fatto il fotografo e le mie foto sono state pubblicate su riviste (Musica Jazz, Cadence, Coda, Jazz Hot), quotidiani e dischi (Black Saint, Enja, Inner City, Ictus, Bead, Jaro, Splas(H). E sempre in quegli anni ho iniziato anche a lavorare in radio, curando le trasmissioni di jazz per Controradio Firenze, cosa che faccio ancora oggi. Dal 1991 dirigo l’Auditorium FLOG, in cui organizzo un’ottantina di concerti a stagione un po’ di tutti i generi musicali e nel quale abbiamo avuto il piacere di ospitare anche Art Ensemble of Chicago, Abdullah Ibrahim, Jan Garbarek, Elvin Jones, John Zorn, Paul Bley, Betty Carter, Bill Frisell, Paul Motian, Henry Threadgill, Joe Lovano, Steve Coleman, John McLaughlin e moltissimi altri. Poi ho fatto diverse altre cose, tra cui curare vari concerti e rassegne in altri comuni della Toscana e girare l’Europa con John Zorn in veste di tour manager. Recentemente sono tornato anche a dirigere “Musica dei Popoli” (uno dei primi festival ad occuparsi di folklore e di musica etnica), che quest’anno festeggia il suo quarantesimo compleanno.

Enrico Romero / Photo Credit: Benedetta Balloni

Rimaniamo al passato, o meglio, all’eredità dell’esperienza delle precedenti edizioni firmate da Furio Di Castri. Cosa significa porsi in continuità con quell’esperienza?

Francesco Astore: Significa innanzitutto ricordarsi che un festival non è una serie di concerti con grandi artisti, ma molto di più: è un momento importante per i musicisti emergenti del territorio, affinché possano farsi conoscere e apprezzare, è una palestra di comunità, in cui diversi organizzatori culturali collaborano tra di loro, al fine di costruire qualcosa di irrealizzabile nell’eventualità in cui si lavori da soli. Nel caso del Firenze Jazz Festival poi c’è anche la voglia di stupire attraverso l’uso di location inconsuete: circoli e locali che solitamente non ospitano concerti si trasformano in tanti jazz club, e poi c’è la zattera sull’Arno, la quale ospita degli incredibili assoli davanti a Ponte Vecchio, che è una preziosa testimonianza delle edizioni precedenti.

Francesco Astore

Veniamo al presente, o meglio al futuro. L’evento cambia titolo, puntando tutto sul nome della città. Ciò significa che il rapporto con la comunità e i suoi luoghi diventa centrale?

Francesco Astore: Il Fringe è stata un’esperienza preziosa, nata a Torino come sezione sperimentale del “Torino Jazz Festival”, crescendo anno dopo anno. A Firenze non c’era però un “Firenze Jazz Festival”: mancava quindi un evento “main” attorno a cui organizzare la sezione “off”. Oltre a ciò, tante realtà si sono aggregate intorno a questo progetto, festival internazionali e realtà di Firenze con decenni di storia alle spalle: chiamarsi “Firenze Jazz Festival” è anche un modo per unire tutti, perché ci si identifica nell’essere parte di questa meravigliosa città.

Leggo dal primo comunicato stampa, che si parla di ’next generation’. A cosa fai riferimento?

Enrico Romero: Uno degli obiettivi del FJF è quello di dare spazio e valorizzare le nuove proposte e i nuovi musicisti emergenti. Quest’anno ospiteremo ad esempio quattro diverse formazioni dalla Gran Bretagna, tutte in esclusiva italiana: avremo gli Exodus del pluripremiato batterista Moses Boyd. Poi i Kinkajous, presentati in collaborazione con Jazz:Re:Found, uno tra i nuovi festival italiani più interessanti, dinamici e attenti alle nuove tendenze. E ancora due gruppi molto interessanti dalla Scozia, che arrivano grazie alla collaborazione con il Fringe Jazz Festival di Edimburgo: gli Strata, giovanissimo sestetto capitanato dal percussionista Graham Costello e il power trio degli Aku. Dagli Stati Uniti poi arriverà il combo di Mark Lettieri, da più di dieci anni chitarrista degli Snarky Puppy (e sarà interessante al FJF il confronto a distanza sullo stesso palco con il più maturo fuoriclasse Marc Ribot, che presenterà dal vivo il suo nuovo album, dove la sua musica, un jazz ibridato da folk e country, si colora di attivismo sociale, antifascismo ed ecologia). E sicuramente Next Generation sono i C’mon Tigre, che saranno protagonisti della serata finale alla Manifattura Tabacchi con il loro post rock virato in jazz grazie alla presenza sul palco insieme a loro di Pasquale Mirra, Marco Frattini e Beppe Scardino, così come diversi altri gruppi italiani che si potranno ascoltare ogni sera sui vari palchi del Firenze Jazz Festival.

Moses Boyd

Mark Lettieri

C’mon Tigre

Come pensi sia possibile, o auspicabile, affascinare e coinvolgere i giovani attraverso il jazz?

Francesco Astore: Il jazz ha una vitalità straordinaria, che avvicina moltissimi giovani artisti di grande talento. L’errore è pensare che la sperimentazione andasse bene solo agli albori, e che fare jazz significhi ripercorrere i sentieri dei grandi padri di questo genere. Se Coltrane fosse vissuto oggi credo proprio che avrebbe usato strumentazione e melodie che neppure ci immaginiamo, perché i grandi artisti interpretano i loro tempi proiettandoli nel futuro, e ciò che è stato fatto precedentemente va a costruire le fondamenta su cui erigere qualcosa di nuovo.

Rimaniamo sul futuro. Pensi che per parlare di futuro nel jazz si debba ricorrere esclusivamente a DJ set e a musica elettronica? C’è qualcosa di più o di diverso?

Francesco Astore: Anche su questo tema l’importante è la capacità creativa, quello che ha da dirci l’artista. Ci sono producer elettronici anche di grande successo assolutamente banali, e contemporaneamente musicisti “analogici” che riescono a sbalordire tutti. Usare strumenti nuovi non significa necessariamente essere moderni, anzi spesso è vero il contrario.

Enrico Romero: Penso sia importante, come al solito, non usare i paraocchi e tenere le orecchie ben aperte e senza preconcetti. Non credo ci sia una formula matematica o tantomeno che l’uso dell’elettronica equivalga a qualcosa di necessariamente positivo: c’è chi fa ricerca seria e chi ne fa un uso quasi esclusivamente di colore e decisamente datato. Ed è ovvio che i gusti di ascolto di un ventenne saranno quasi sempre decisamente differenti da quelli di altri ascoltatori di età più matura. Ma magari però in un festival come il nostro si può avere la possibilità di ascoltare, anche nel corso della stessa serata, proposte differenti, un’occasione per cominciare magari a conoscere e ad apprezzare anche cose molto diverse tra loro, allargando i propri orizzonti musicali.

Quanto conta la comunicazione innovativa, e nello specifico il video e le info grafiche (oltreché i social), per coinvolgere le nuove generazioni? Come avete stabilito di comunicare, prima-durante-dopo il Firenze Jazz Festival?

Francesco Astore: La comunicazione innovativa conta molto. Quella del Firenze Jazz Festival si regge su un gruppo di under trenta di grande talento, grafici, street artist nativi digitali, ma con una grande attenzione all’arte figurativa. Detto ciò, uno dei punti di forza del festival è lo strumento più vecchio del mondo, il passaparola. In un mondo in cui si è costantemente bombardati da informazioni il sistema più efficace torna ad essere l’esperienza del tuo amico, del tuo collega, del tuo parente. Non è semplice: per far sì che persone disinteressate conoscano e comunichino il festival all’interno della propria rete devi offrire una proposta sempre eccellente, in piazza come nel locale più piccolo.

Hai in mente un’edizione su più palchi e più fasce orarie? Come si vivrà l’esperienza dell’evento?

Francesco Astore: Eccome! Il festival ha ben dieci location, tra main stage, palchi e concerti in Oltrarno, che è una zona straordinaria di Firenze, molto vissuta dai fiorentini. Gli orari dei concerti sono molto importanti: per far sì che chi lo desidera possa seguire anche tre o quattro concerti al giorno prestiamo molta attenzione alla costruzione del programma, calcolando anche i tempi di percorrenza tra una location e l’altra. Sarà una grande festa, per il pubblico e per i musicisti. Più di cinquanta concerti gratuiti in cinque giorni, street food ed approfondimenti uniti dall’amore per la musica e la cultura, con alcune incursioni anche in altri campi: visto che quest’anno si celebra il cinquecentenario dalla morte di Leonardo Da Vinci, con il nostro main sponsor Ruffino abbiamo deciso di omaggiare il grande artista a modo nostro, con un progetto inedito. Non tutti sanno infatti che Leonardo Da Vinci aprì una taverna assieme a Sandro Botticelli chiamata “Le Tre Rane” proprio a Firenze. Per l’occasione abbiamo deciso di aprire un temporary restaurant dove chi vorrà potrà assaporare un menu “leonardiano” preparato da un grande chef, ascoltare musica live e scoprire tante cose poco conosciute del grande genio.

Enrico Romero: La musica dal vivo partirà nel tardo pomeriggio e dalle ore 19.00 in poi sarà un susseguirsi di musica, animazione e concerti (fino a dieci diversi ogni sera), tutti raggiungibili facilmente a piedi con pochi minuti di passeggiata per passare dall’uno all’altro, tutti in quel quartiere straordinario che è l’Oltrarno fiorentino, epicentro del festival. E poi si andrà avanti fino a notte fonda con le jam sessions, tutte le notti. E la domenica ci sarà anche un evento speciale mattutino, con il chitarrista Paolo Angeli che presenterà il nuovo album ispirato all’universo sonoro dei Radiohead, e un jazz brunch con concerto dal vivo. E di sera la festa finale nella bellissima cornice della Manifattura Tabacchi.