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Inside The Score</br>Intervista ad Alberto Borio
Photo Credit To Leonardo Schiavone

Inside The Score
Intervista ad Alberto Borio

30 aprile 2018

Conosco Alberto Borio da anni, e insieme a Simone Garino teniamo le fila della Notaband, il progetto didattico simil big band dell’Associazione Notabene di Torino; Alberto è uno degli arrangiatori e trombonisti più conosciuti – ed eclettici – della città e l’ho intervistato lo scorso marzo.

Di Eugenio Mirti

Perchè hai deciso di diventare arrangiatore e trombonista?
Da piccolo se ricordo bene mi sarebbe piaciuto fare il chirurgo biomeccanico, quelli che sostituiscono le parti: mio nonno era idraulico  e forse la passione per aggiustare le cose è nata proprio da lui, così come l’idea di fare l’idraulico sulle persone, insomma. Poi ho scoperto – per caso – la musica; il pomeriggio vivevo nell’ufficio di mio padre, nello schedario, che conteneva anche il suo pianoforte di quand’era bambino. Un bambino delle elementari nello schedario non si diverte molto, come puoi immaginare; avevo però trovato gli spartiti di mio papà e compitando lentamente una nota alla volta iniziò così la mia passione per lo strumento.
Verso il periodo della prima liceo decisi di suonare la chitarra; da autodidatta, con una mitica Ferrarotti 1N; all’inizio fu un trauma, ma poi mi appassionai. Il trombone invece è arrivato in maniera ancora più assurda: avevo un gruppo ska, e il mio più caro amico dell’epoca come regalo di compleanno mi diede il numero di telefono di un suo amico che mi avrebbe affittato il suo strumento a 10000 lire al mese; eravamo in cerca di un trombonista, io avevo 18 anni e 3 giorni, e questa cosa mi cambiò la vita. Fu amore al primo colpo e mi si aprì così il mondo dei fiati.

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E come hai finito per fare l’arrangiatore?
Tantissimi trombonisti famosi sono arrangiatori: J.J. Johnson, Kai Winding, Bob Brookmeyer, Sammy Nestico… credo che la motivazione sia che il fatto di non suonare nelle top voice ti fa sentire la bellezza di essere parte di un tutto, e stando sotto percepisci ancora di più il bello perché sei la parte che spinge e non quella che emerge, senti la bellezza nell’incastrarsi.
A me è capitato con i gruppi ska: si era in tre o quattro fiati, e avendo io suonato il pianoforte avevo la visione orizzontale e iniziai così a scrivere semplici armonizzazioni. La prima esperienza grossa fu la sostituzione di una orchestra di Faenza; non essendoci più direttore e parti, scrissi un repertorio in due settimane imparando parallelamente a usare Finale – uno dei software di scrittura musicale più conosciuti, NdR – e da lì mi innamorai del lavoro.

Quali sono le big band che ammiri? C’è ancora qualcosa da dire?
Se si parla di tradizione adoro la big band di Count Basie, specialmente il periodo di Sammy Nestico e Neal Hefti. Grazie a Gianni Branca scoprii invece la Gordon Goodwin Big Phat Band, che trovo modernissima e muscolare. A mio avviso c’è ancora molto da dire, l’orchestrazione è in continua evoluzione, i timbri si stanno evolvendo, ritmicamente non è più musica da ballo quindi non c’è solo più la scansione swing.

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Hai mai scritto musica per immagini?
Strano ma vero l’ho fatto: strano perché non mi piace molto comporre, preferisco arrangiare o eseguire; scrissi invece una colonna sonora per un cortometraggio della scuola Holden dal titolo Dejà vu; era un noir muto di cinque o sei minuti, e mi divertiva la sfida: avevo collegato ogni personaggio a uno strumento.

Sei anche didatta.
Mi chiedevo spesso che cosa posso avere da dire a qualcuno che studia, poi con gli anni ho maturato una certa esperienza; col tempo ho scoperto che mi piace molto, non tanto l’idea di insegnare tout court quanto l’idea di avere uno scambio. Per proporre un esercizio magari lo affronti da una visuale diversa e torna utile come esecutore; altre volte trovare una soluzione per un allievo in difficoltà aumenta le tue competenze.

Forse mi piace insegnare perché mi piace tuttora imparare.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Sono un po’ eremita nell’ambiente musicale, di solito lavoro dietro le quinte e non amo farmi vedere troppo; detto questo, c’è un ensemble che si chiama Velvet Mood, ed è formato da un quartetto d’archi con batteria, contrabbasso e trombone e a volte anche la voce; il sound è abbastanza tradizionale.  Un altro progetto che sta nascendo è una piccola band con quattro fiati e sezione ritmica; la parte che suoniamo è quella originale delle big band, che però io ho ridotto a quattro voci.

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