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MBM Management: intervista a Marco Bisconti

MBM Management: intervista a Marco Bisconti

3 novembre 2019

Abbiamo intervistato il manager Marco Bisconti, titolare dell’agenzia MBM Management, che ci racconta il suo vivere di musica e l’impegno da sempre profuso per portare con i suoi progetti e gli artisti del suo roster, cultura, arte e bellezza in tutto il mondo.

Raccontaci la tua storia: come nasce la tua passione per la musica jazz? E quando hai deciso di fondare un’agenzia di booking?
Tra le mie passioni, la musica ha sempre ricoperto una posizione predominante. Ho avuto la fortuna di avere un nonno cantante lirico, appassionato di opera, e uno zio sassofonista, che negli anni Quaranta fondò una delle prime orchestre di jazz nelle Marche. Entrambi hanno influenzato la mia curiosità e la mia predisposizione all’ascolto, a cui ha fatto seguito l’acquisto dei miei primi LP. Per la sua eterna modernità, per la sua capacità di evolversi, influenzando e lasciandosi influenzare da tutta la musica “che gira intorno”, il jazz prese il sopravvento sulla “granitica” opera lirica, che mi ha trasmesso però la passione per le voci. Fondare un’agenzia di booking invece è stata un’esigenza: per vivere di musica mi dedico da sempre e a tempo pieno ai progetti artistici in cui credo, per realizzare tour e concerti durante tutto l’anno in vari paesi del mondo.

Il manager musicale è una figura molto importante nella carriera di un musicista: quali sono le doti che bisogna possedere e le azioni da intraprendere per svolgere al meglio questo lavoro?
Bisogna essere dei romantici visionari, ma al tempo stesso essere sempre pronti a decidere, insistere, chiedere, investire. Bisogna saper ascoltare, avere tatto, sensibilità, spirito di collaborazione, con la consapevolezza che proponiamo musica, ovvero arte e bellezza.

E quali sono invece gli errori da evitare in questo mestiere?
Arroganza e mancanza di umiltà.

Come selezioni i musicisti del tuo roster?
Ho la straordinaria fortuna di dedicarmi da anni a due grandi artisti, Mafalda Minnozzi e Paul Ricci, e ai loro molteplici progetti, che coinvolgono sempre altri grandi artisti. Questa è stata una decisione strategica, e al tempo stesso una filosofia di lavoro, che ha reso possibile internazionalizzare le loro carriere, ottenendo rispetto e ammirazione da parte dei professionisti della musica di tutto il mondo, e soprattutto l’applauso delle platee di molti diversi paesi, in festival, jazz club, teatri e grandi auditorium.

In Italia secondo te la figura del manager viene valorizzata in modo adeguato? In caso contrario cosa si dovrebbe fare per esaltarla maggiormente?
Il manager è un professionista che con talento e capacità organizzative e imprenditoriali si occupa e si preoccupa di altri professionisti di talento. In Italia i manager sono pochi e hanno giustamente conquistato i loro spazi facendo valere le loro competenze. Sono professionisti della musica. Finché la musica non tornerà ad essere considerata anche in Italia un’industria a tutti gli effetti, in cui le figure e i ruoli che la compongono vengano regolarmente inquadrati dal punto di vista professionale, non vedo possibilità di miglioramento.

Che tipo di rapporto instauri con gli artisti del tuo roster? Condividete ogni tipo di scelta oppure cerchi di mantenere il controllo delle diverse situazioni?
Condivisione e confronto continuo in totale trasparenza, anche nei minimi dettagli, che spesso fanno la differenza e mantengono saldi i rapporti. Cerco ovviamente di spiegare e far valere il mio punto di vista quando si parla di progetti a medio e lungo termine.

Quali differenze riscontri tra il mercato del jazz italiano e quello internazionale? E per quanto riguarda il pubblico? Quali sono le diversità tra quello nostrano e quello estero?
Difficilissimo rispondere: mercato internazionale significa New York, che ha fatto del jazz un’attrattiva turistica e una risorsa economica, ma anche Miami, New Orleans, Chicago e San Francisco, con realtà diversissime tra loro; significa anche realtà musicali importanti come Finlandia, Norvegia, Svezia, diverse da Germania, Austria e Polonia ma anche da Portogallo e Spagna, Brasile e Argentina; insomma, ogni mercato ha sue peculiari caratteristiche che dipendono dall’educazione musicale, dagli spazi disponibili, dalle politiche statali di investimento, che comportano differenti risposte del pubblico ai generi proposti. Cambia persino il significato stesso dato alla parola jazz. In Italia bisogna ripartire dall’educazione alla bellezza della musica, per imparare a riconoscerla e ad apprezzarla. Ben vengano iniziative come “Il Jazz va a Scuola”, per esempio, con la speranza che riescano a creare nuovo interesse e nuovi stimoli.

Quali sono gli aspetti che ti piacciono di più del tuo lavoro? E quelli che ti piacciono di meno?
Mi piace la sfida che mi propone ogni volta e la bellissima sensazione di averla vinta ascoltando l’entusiasmo degli applausi del pubblico. Non mi piace incontrare ignoranza e incompetenza, perché mi sento disarmato nell’affrontarle.

Ora che tipo di progetti stai realizzando?
Un album straordinario inciso a New York, nato da un progetto di Mafalda Minnozzi e Paul Ricci, con arrangiamenti originali e la partecipazione di alcune stelle della scena jazzistica mondiale come Harvie Swartz e Will Calhoun, tra gli altri.

E per quanto riguarda i progetti futuri?
Far conoscere il progetto di cui sopra, accompagnandone la pubblicazione con un tour di concerti in vari paesi del mondo.

INFO

www.empathiajazz.com