Ultime News
Intervista a Leonardo De Lorenzo

Intervista a Leonardo De Lorenzo

20 ottobre 2019

Leonardo De Lorenzo è un batterista, ma anche compositore, insegnante e musicista impegnato nel sociale. Lo abbiamo intervistato per conoscere meglio la sua storia e i suoi progetti, presenti e futuri.

Partiamo dal principio: come ti sei avvicinato alla musica jazz? E quando e come hai deciso di diventare un batterista?
È successo nei primi anni Ottanta. Prima di quel periodo ascoltavo principalmente musica rock e progressive, che all’epoca era denominato anche “rock sinfonico”. Abitavo a Milano. In seguito alla morte di mia madre, ci trasferimmo in provincia di Napoli, dove vivo tuttora, e qui conobbi nuovi amici che ascoltavano jazz e affini. Cominciai con i Brand X, Chick Corea, John McLaughlin, per poi interessarmi, più in là, al jazz della tradizione. Ma ero già un giovane batterista. Ho cominciato a suonare a Milano a metà degli anni Settanta, quando avevo circa nove anni. Suonavo con un complessino che eseguiva pezzi dei Beatles, Rolling Stones, Deep Purple, Led Zeppelin. Facevamo le prove in una cantina di via Scarlatti. A fianco alla nostra cantina ce ne era una molto più grande in cui in passato provavano i Giganti! Lì c’erano ancora poster e tracce di allestimenti, fili della corrente staccati. In vero stile night! Se penso a quel periodo mi emoziono. Non lontano da noi, in via Eustachi, provavano i primi Decibel con Enrico Ruggeri. Noi, più piccoli, la domenica mattina andavamo a sentire le loro prove, sbavando per la strumentazione e per la sicurezza che esprimevano nell’eseguire i propri brani. Qualche tempo dopo, fui preso a suonare in un gruppo di rock-blues, i Playstars, e facevamo le prove al centro Leoncavallo, in via Mancinelli. Per via di questo imprinting e di altri stupendi ricordi, Milano rimane “la mia città”.

Quali sono i tuoi batteristi di riferimento? E che tipo di influenza hanno avuto sulla tua musica?
Ci sono tantissimi batteristi che mi hanno colpito, emozionato, influenzato. Sempre nel periodo milanese, appena potevo, andavo a sentire Tullio De Piscopo, ovunque suonasse. Poi c’era Walter Calloni, che consideravo un mito e che ascoltai la prima volta e con grande piacere in un concerto al Vigorelli, dove suonava con la PFM, affiancando il grande Franz Di Cioccio. Ho sempre amato Phil Collins, che non ho mai potuto ascoltare dal vivo, e la prima volta che ho assistito ad un concerto dei Police (Milano, Palalido, credo fosse il 1979) sono rimasto folgorato dall’energia e dallo stile di Stewart Copeland. Fu realizzato un bootleg di quel concerto, che ho trovato anche su Youtube qualche tempo fa. Diciamo che ho avuto due periodi di riferimento: quello rock e quello jazz. Nel periodo jazz, ascoltando un disco che ancora oggi trovo di grande riferimento, “The Mad Hatter” di Chick Corea, ho avuto la possibilità di conoscere Steve Gadd, che poi ho ammirato e amato definitivamente in “Three Quartets “. Da lì in poi, ho seguito ed emulato tanti batteristi. Oggi nella mia top five ci sono Antonio Sanchez, Brian Blade, Bill Stewart, Eric Harland e Jorge Rossy, che rimane il mio batterista preferito nei dischi in trio di Brad Mehldau. Sempre a Milano, ebbi la fortuna di assistere ad alcuni concerti storici come il primo progetto in trio di McLaughlin – Di Meola – De Lucia (ricordo che appena entrati nel solito Palalido, vidi il palco con tre sole sedie, tre monitor e le piante ornamentali ai lati. Rimasi deluso perché non c’era nemmeno una batteria! Ma avevo solo tredici anni) e poi ho visto i Weather Report nella formazione (anzi era proprio quel tour) di “8:30”. Rimasi sconvolto. Li ho rivisti almeno altre due volte in seguito, ma quel primo concerto con Jaco nel pieno dei suoi anni d’oro non lo dimenticherò mai.

Cosa ami del tuo mestiere e quali sono invece gli aspetti negativi?
Amo suonare, fare concerti, anche organizzarli se capita. Amo preparare i materiali sonori, progettare, comporre, arrangiare. Amo studiare lo strumento in base a quello che dovrò suonare. Amo tutto della musica e sono un privilegiato, perché anche se suono pochissimo rispetto a tanti colleghi, riesco a suonare soltanto quello che mi piace e posso dedicarmi molto intensamente ai miei progetti. Amo l’opportunità di viaggiare e conoscere luoghi e persone. Amo la possibilità di suonare sempre musica diversa, di registrare dischi. Quello che odio in generale, è l’approssimazione che si respira spesso anche in ambiti professionali e il poco rispetto per la musica che molti organizzatori (per fortuna non tutti) hanno,

Tu sei anche un insegnante: che tipo di approccio didattico adotti con i tuoi allievi?
Il programma didattico e la metodologia diventano nel tempo un unico grande format (ovviamente variabile in base ai tempi, cercando di mantenerlo “contemporaneo”) ma l’approccio rimane sempre personalizzato, perché ognuno di noi è unico, diverso, con le proprie attitudini e le proprie problematiche. Credo che un insegnante debba sempre tenere conto di questi parametri e cercare per prima cosa di stabilire una relazione positiva con l’allievo. Una relazione di vero scambio, dove io non sono solo insegnante ma al tempo stesso allievo. Mi piacciono gli studenti che fanno tante domande, che pensano, che mi mettono in difficoltà, perché grazie a loro imparo ancora, costringendomi a rivedere le mie strutture musicali e didattiche e a metterle in discussione. È così che si cresce. Senza questa “magia” non succede granché. Ovviamente si può insegnare tutto anche bypassando la sfera relazionale ed emotiva con un allievo, ma i risultati non saranno mai entusiasmanti. Sarà soltanto un semplice scambio di nozioni. E poi si deve essere un poco “psicologi”, proprio come mi ha detto Tullio De Piscopo al telefono qualche tempo fa parlando di insegnamento.

Che momento sta vivendo secondo te il mondo del jazz italiano? È in salute oppure andrebbero adottate nuove strategie per migliorare il suo stato?
Questa è una domandona! Sicuramente si potrebbero adottare tante strategie diverse da quelle attuali per provare a rivitalizzare la scena, quantomeno “lavorativamente” parlando. Io vedo che i musicisti ci sono, con tanti progetti interessanti, e ci sono anche le etichette che pubblicano, quindi l’offerta mi sembra più che consistente, nonostante il momento di grande crisi generale. Quello che manca è una controparte che accolga con la dovuta attenzione la quantità enorme di proposte che, troppo spesso, rimangono inascoltate, ignorate. C’è crisi, e questo lo sappiamo, ma si deve anche cominciare con coscienza a promuovere “altro”, altrimenti ci troveremo sempre allo stesso punto: suona chi propone ciò che incontra il gusto di un pubblico sempre meno acculturato, coccolato da organizzatori e manager che pensano a fare cassa. Un po’ più di coraggio e la promozione di musicisti meno conosciuti, per educare il pubblico ad ascolti più articolati, sarebbe un bel punto di partenza per spolverare il solito vecchio canovaccio che ogni santa estate ci viene riproposto da più parti.

Con quale tipo di ensemble ti senti maggiormente a tuo agio? E come scegli i componenti delle tue formazioni?
Amo suonare con piccoli gruppi che in “agilità” possano proporre materiali più “duttili”, più adatti ad un discorso improvvisativo vero e proprio. Trio, quartetto, quintetto. Ma mi piace anche tanto scrivere e arrangiare, ritrovandomi spesso a guidare formazioni orchestrali in cui gli arrangiamenti sono vincolanti e definiscono un altro modo di suonare, che pure mi ispira. Diciamo che amo molto sia la leggerezza che un quartetto può dare, sia la grande spinta sonora di una big band.

Sei un musicista anche molto impegnato nel sociale. In che modo pensi che la musica possa aiutare da questo punto di vista?
Come qualcuno sa, giro per gli ospedali italiani suonando per i bambini in lungodegenza, e cerco continuamente di concretizzare progetti sociali, benefici, in cui la musica sia il principale veicolo di comunicazione. La musica è sempre salvifica e genera emozioni, ma anche pensieri. Deve servire a riflettere, a smuovere in noi qualcosa di forte. Spesso mi capita di organizzare spettacoli per le scuole con lo stesso materiale che porto in ospedale, come il progetto “Le favole dell’isola dei girasoli”. “L’isola dei girasoli” è l’associazione che presiedo e con la quale conduco progetti di volontariato. Abbiamo prodotto un audiolibro di favole scritte e illustrate interamente da bambini delle scuole elementari del mio Comune, San Giuseppe Vesuviano, e un altro audiolibro, realizzato a Cumiana (TO) in occasione del Jazzit Fest, è in fase di lavorazione. Io ci metto le musiche. In questo modo facciamo partecipare bambini sani a un progetto per bambini malati, creando un ponte di solidarietà, empatia, consapevolezza. Già questa connessione è qualcosa di enorme. La musica unisce il tutto ed è il veicolo principale di queste storie, messaggi e speranze.

Per quanto riguarda la tua attività di compositore, come nascono le tue opere?
In varie modalità. In genere c’è sempre un periodo di fermento in cui mi vengono in mente musiche (che mai riuscirò a scrivere, perché le dimentico subito!) delle quali conservo nel tempo un “colore”, una sensazione, un’idea. Dopo questo periodo, che ha sempre una durata variabile, comincio a mettermi al pianoforte e a “cercare” anzi, per dirla tutta, mi metto al pianoforte per “farmi cercare” e trovare dalla musica. Spesso le idee sono frammentate e multiple. Scrivo sempre tutto, sovente coltivando più idee contemporaneamente, finché non comincio a dedicarmi a quello che attrae maggiormente la mia attenzione e mi lascio portare. Mi piace sempre di più scrivere come se fosse musica classica, con tante “scene”, forme allargate, complesse, in cui si chiude una scena e ne comincia subito un’altra. Ormai mi diverto così. Questa descrizione è per l’opera in sé. La tipologia, o meglio una certa linea stilistica e idea di repertorio, invece la decido prima, assegnando una tematica, o ispirandomi a concetti, storie e miti. C’è un materiale infinito sul quale costruire musica. Basta aprire un libro e lasciarsi ispirare.

A quali progetti stai lavorando in questo momento?
Sto finendo di realizzare un CD di brani sul pop internazionale degli anni Ottanta con una formazione orchestrale, composta da giovani talenti campani. Ci saranno poi tanti ospiti come solisti e i brani saranno tutti cantati, anche in questo caso da più ospiti. Un lavoro molto articolato che volevo registrare già da diversi anni. L’album sarà pubblicato da una nota etichetta italiana e sono molto soddisfatto di come stia riuscendo. Ho scelto e arrangiato i sette brani che lo compongono e sono sicuro che piaceranno molto al pubblico.

E infine parlaci dei tuoi progetti futuri.
Tra i miei progetti futuri ce ne è sicuramente uno con l’associazione, dove lavorerò direttamente con i piccoli pazienti di una o più pediatrie (il progetto potrà diventare un format) e l’allestimento del concerto teatrale “Musica per girasoli” composto dal repertorio musicale allegato al libro che racconta la storia di mio figlio Francesco “Ti presento Francesco”. Tengo molto a queste musiche e vorrei portarle in giro. Nel disco allegato al libro hanno suonato, come ospiti, Paolo Fresu, Giovanna Famulari e Giovanni Imparato, la prefazione è di Tullio De Piscopo, che mi ha anche donato un suo brano da inserire nella tracklist, e le note in quarta di copertina sono dello scrittore napoletano Maurizio de Giovanni.