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Ricordando Anita O’Day<br/>Intervista a Elisabetta Antonini

Ricordando Anita O’Day
Intervista a Elisabetta Antonini

9 ottobre 2019

Si terrà il prossimo 14 ottobre al teatro Menotti di Milano il concerto dell‘Elisabetta Antonini Quartet feat. Dado Moroni intitiolato “My Name is Anita”, (qui è possibile acquistare i biglietti), un omaggio alla cantante americana Anita O’Day in occasione del centenario della nascita. L’abbiamo intervistata.

Di Eugenio Mirti

Buogiorno Elisabetta; come ti descriveresti per i lettori che non ti conoscono?
Arrangiatrice e compositrice, unica artista italiana a firmare con la prestigiosa etichetta londinese Candid con “The Beat Goes On” (l’omaggio alla Beat Generation presentato in Giappone e in India, oltre che in Europa), vincitrice del Top Jazz 2014 della rivista Musica Jazz come Miglior Nuovo Talento, ho sempre portato avanti una ricerca creativa attraverso progetti innovativi e originali, collaborando al fianco di Paul McCandless, Kenny Wheeler, Roberto Gatto, Paolo Damiani, Javier Girotto, Paolo Fresu. Dopo importanti esperienze discografiche e un’intensa attività artistica in cui ho presentato principalmente musiche originali da me scritte e arrangiate, mi sono dedicata a un progetto di jazz classico “My Name is Anita”, dedicato alla grande cantante Anita O’Day di cui nel 2019 si celebra il centenario della nascita.

Perché questo concerto per ricordare Anita O’Day’?
Al di là della ricorrenza dei 100 anni dalla sua nascita, l’idea di dedicare un progetto ad Anita O’Day viene dal fatto che questa cantante per diverse ragioni è una figura per me molto significativa. In primis, essendo bianca, è timbricamente e stilisticamente a me più vicina rispetto all’ampio scenario di vocalità jazz afroamericane che considero intoccabili e, aggiungerei, irraggiungibili. Tuttavia sembra essere distaccata, poco incline ai sentimentalismi, ironica, anticonvenzionale con il suo modo unico di stare sul palco, a tratti insolente ma sempre brillante, mai malinconica, musicalmente inappuntabile, in totale contatto con il trio che la accompagna. Altra lezione davvero importante, di vero jazz. Non c’è più spazio per le finzioni e i vestiti luccicanti, ma solo per l’autenticità pura. Questo coraggio l’ha portata nel tempo ad essere unica ed inconfondibile e inconsapevolmente è stata l’apripista di un linguaggio espressivo nel jazz di grande valore e ispirazione, per me come per molte altre cantanti.
Non ultimo c’è il fatto che da sempre mi dedico a progetti di cui scrivo o arrangio musiche originali. Volevo quindi avere l’occasione di celebrare la tradizione, immergermi nel sapore degli standard vecchio stile, un materiale che ho sempre studiato e apprezzato e che rappresenta ancora oggi un punto di riferimento.

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Come hai scelto la formazione?
Per questa occasione volevo puntare al massimo in fatto di mainstream, eleganza e purezza stilistica, perciò ho coinvolto Dado Moroni, un gigante in questo tipo di linguaggio, apprezzato in tutto il mondo, e che peraltro ha vissuto da vicino la storia del jazz conoscendo molti dei suoi protagonisti, tra cui proprio Anita O’Day. Mi sento fortunata nel poter condividere questa esperienza con lui. Nicola Angelucci e Francesco Puglisi, oltre ad essere i musicisti con cui ho cominciato e con cui suono da più tempo, anche se con una certa discontinuità, rappresentano la ritmica più raffinata e solida che avrei potuto avere al mio fianco.”

Quali sono i tuoi altri progetti?
Ho una serie di progetti in cantiere sui quali sto lavorando da tempo e che conto di presentare presto, tutti principalmente caratterizzati da composizioni originali che abbracciano varie sonorità, dalla sperimentazione al jazz di stampo europeo, con incursioni sulla contemporaneità che mischia più generi musicali e si affida alla strumentazione elettronica.

Cosa è per te il jazz oggi?
Questi progetti seguono la linea di quello che penso sia il jazz di oggi: un crossover di universi musicali che rappresenta molto bene la realtà complessa di questo momento storico, in cui la sfida è aprirsi ai vari mondi, con curiosità ed indulgenza, e riuscire a dare voce alla propria identità, attraverso codici e tecnologie in continuo divenire, senza dimenticare, come diceva il caro Massimo Urbani, che l’avanguardia è nel “come” e non nel “cosa”.”

© Jazzit 2019