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Contrabbasso Today<br/>Intervista a Ilaria Capalbo
Photo Credit To Massimo De Dominicis

Contrabbasso Today
Intervista a Ilaria Capalbo

30 gennaio 2019

Ilaria Capalbo si sta rapidamente affermando come una delle più brillanti contrabbassiste italiane: l’abbiamo intervistata.

Di Eugenio Mirti

Come ti sei avvicinata alla musica? E al jazz? E al contrabbasso?
La musica ha da sempre esercitato su di me una profonda fascinazione; da piccola ho percorso il cammino “ordinario”, fatto di studi di musica classica, solfeggio e teoria. Il jazz è arrivato in un momento per me di grande rivoluzione: l’ho scoperto negli anni ribelli del liceo e ha stravolto completamente il mio modo di intendere la musica. Sono seguiti anni di ascolto vorace: è stata l’intensità espressiva a conquistarmi, il senso di libertà collegato all’improvvisazione e la bellezza del linguaggio; lo studio dei dischi è man mano diventato una sorta di pratica spirituale, che ha portato ordine nella mia vita e mi ha aiutato a crescere per molti versi. Come capita a molti colleghi, ho cominciato a prendere confidenza con il genere attraverso il basso elettrico: da lì al contrabbasso il passo è stato breve e in un certo senso obbligato. Non l’ho più lasciato.

Cos’è il jazz oggi secondo te?
È un grande esempio di libertà d’espressione.

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Cosa ti ha lasciato l’esperienza con Chihiro Yamanaka?
Chihiro é una forza della natura, una musicista incredibilmente creativa di grande esperienza e professionalitá. Da contrabbassista, suonare nel suo trio è un sfida e una fonte di ispirazione continua: durante i concerti c’è sempre un’intensa energia e una profonda interazione tra pianoforte e ritmica che richiede grande controllo. Gli ultimi due tour sono stati una bellissima esperienza della quale conservo molti ricordi — sul palco e fuori.

Quali sono i musicisti che ti hanno più influenzata?
La dimensione del trio di Bill Evans è sicuramente stata la prima grande scoperta, quella che forse mi ha indirizzato verso un modo di intendere il contrabbasso e l’insieme in cui ancora oggi mi ritrovo molto. Gary Peacock, Eddie Gomez e Charlie Haden sono grandi fonti di ispirazione. L’influenza della musica classica (in particolare il repertorio barocco) è sempre presente, forse oggi più di ieri, soprattutto nella musica che scrivo.

Come è nato il progetto in duo Invisible Atlas? A breve suonerete a Londra, sei soddisfatta?
Ho conosciuto Stefano [Falcone] molti anni fa, e abbiamo condiviso gran parte del nostro percorso musicale. La scelta di realizzare un disco in duo, una formazione complessa, è arrivata in maniera spontanea: abbiamo cominciato con il lavoro sul suono del duo, poi gradualmente abbiamo portato nell’insieme brani originali e lavorato a quattro mani su spunti estemporanei. Il risultato è stato un disco che racchiude l’essenza di un viaggio. Negli ultimi mesi abbiamo portato Invisible Atlas in tutta Europa e a febbraio suoneremo alla Royal Albert Hall, cosa che ci rende entrambi molto felici.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Il 2019 è cominciato sotto ottimi auspici. Alla fine della primavera ci sarà l’uscita discografica di un trio di cui sono molto felice di far parte. Sto inoltre lavorando a nuove composizioni e ad un disco da leader che vedrà la realizzazione il prossimo autunno.

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© Jazzit 2019

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