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Prima laurea jazz a Siena</br>Parla Tobia Bondesan

Prima laurea jazz a Siena
Parla Tobia Bondesan

Il 19 settembre 2015, a Siena, si è celebrato un evento storico per il jazz italiano: il sassofonista toscano Tobia Bondesan, classe 1990, è stato il primo a diplomarsi in jazz concludendo la triennale di studi alla Siena Jazz University. Tobia ha partecipato a tutte e tre le edizioni del Jazzit Fest e lo abbiamo visto crescere, anno dopo anno, a livello umano, professionale e artistico. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare l’esperienza maturata a Siena.

di Luciano Vanni

http://matortho.com/news-events/news.aspx?year=2014 Sei il primo studente che ha concluso il triennio della Siena Jazz University e che si è laureato in jazz. Che cosa ricordi di questo giorno e che cosa ti porterai dentro il cuore, per sempre?
Innanzi tutto la sensazione di un’epoca che finisce: sono iscritto ai corsi di Siena Jazz da quando ero un sassofonista alle prime armi, la bellezza di quasi dieci anni fa. Ho seguito i corsi pre accademici, ho completato il percorso di diploma quinquennale della scuola (quello che veniva rilasciato prima che acquisisse valore legale) e adesso ho coronato il mio percorso dentro la scuola con la laurea. Di fianco a questa sensazione un po’ malinconica ricorderò però sicuramente i visi sorridenti dei miei relatori, Achille Succi e Francesco Martinelli, oltre che di Stefano Franceschini, in commissione, e di Franco Caroni, che conosco da molto tempo: all’inizio erano emozionati quasi quanto me per questa prima consegna del diploma! Ma forse più di tutto rimarrà nei ricordi l’affetto dimostrato dai miei genitori, da mio fratello e dai tantissimi amici musicisti che studiano e suonano con me, che mi hanno sostenuto in questa occasione. Non solo chi ha suonato con me per la discussione, ma veramente tante persone hanno partecipato in un modo o nell’altro, fisicamente o virtualmente mandandomi un messaggio, facendo una chiamata: mi sono sentito veramente parte di una famiglia e per questo ringrazio tutti. E poi ci sono i dettagli: la corona d’alloro, la torta organizzata da Siena Jazz e dai ragazzi della segreteria (con scritto sopra 1° diploma di laurea!), la super jam che ho organizzato la sera per festeggiare.

TobiaBondisan

http://hocc.org/wp-cron.php?doing_wp_cron=1557759379.7729449272155761718750 Facciamo un passo indietro: come entra il jazz nella tua vita?
Il jazz è entrato nella mia vita di prepotenza, quando ancora probabilmente non avrei saputo dargli un nome. Avevo dodici, tredici anni credo. Hai presente il flauto dolce, quello “delle medie”? Ecco, io con quello avevo iniziato a trovare melodie a orecchio e a variare i temi delle canzoni che conoscevo suonando sulle basi del cd contenuto nel libro scolastico di musica. Un giorno arrivò un supplente, perché la prof sarebbe stata assente per diversi giorni: caso volle che fosse un sassofonista. Cercò ostinatamente di convincermi (per fortuna riuscendovi!) a suonare il sax. Da lì tutto mi ha portato verso il jazz e la musica improvvisata: ho iniziato ad ascoltare di tutto, mi si è aperto un mondo, ogni artista mi portava verso una nuova direzione. La cosa bella è che credo sia ancora così. Da allora ho coltivato lo studio dello strumento e già verso i diciotto anni ho avuto i miei primi progetti: l’Uroboro Open Collective è uno che ricordo con affetto. Adesso il jazz è pregnante in ogni giornata: chi ha fatto della musica il proprio mestiere sa che non ha orari di lavoro e cartellini da timbrare, ma è onnipresente nella testa e nel cuore. Adesso, nel post laurea, sto scrivendo un po’ di musica nuova per un paio di progetti che vorrei far partire nei prossimi mesi e lavorando per la promozione di gruppi già avviati come Fabbrica5, con cui abbiamo inciso qualche mese fa, Gurguburek duo, Brotherhood.

follow link Che tipo di percorso scolastico avevi fatto precedentemente alla tua iscrizione alla Siena Jazz University?
Per qualche anno dopo il liceo ho optato per percorsi universitari che si sono rivelati non adatti a me: ho frequentato un anno di Lettere Moderne, un paio di Scienze dei Beni Culturali, un po’ a rilento, sempre continuando a suonare. L’iscrizione alla SJU, nonostante gli anni passati all’università di Lettere non fossero stati inutili, è stata un po’ una liberazione: ho seguito la mia vera passione ed è stato tutto molto più semplice. Musicalmente posso dire che la maggior parte della formazione accademica la devo proprio a Siena Jazz, oltre ai primi corsi che ho seguito e alcuni altri maestri che mi hanno formato in parallelo alla SJU. Ho seguito anche diversi workshop e seminari in giro per l’Italia. Considero tuttavia importante anche la mia formazione in ambito non accademico: ho seguito con attenzione le orme di musicisti a me vicini che mi piacevano e che mi stimolavano, anche in situazioni dove spesso mi sono ritrovato ad essere il più giovane: forse proprio come accadeva una volta, quando ancora non esistevano scuole nel mondo del jazz.

go to site Che cosa ricordi del giorno dell’iscrizione all’Università del Jazz? Come commentarono questa idea i tuoi genitori, i tuoi amici e i tuoi colleghi?
Può sembrare strano, ma non decisi di iscrivermi subito, quando seppi della nascita della Siena Jazz University. Non so, forse per un senso di dovere nei confronti di una università “normale”, o per un certo timore dei test di selezione e dell’alto livello dei corsi. Fatto sta che mi iscrissi l’ultimo giorno disponibile, proprio in extremis. I fatti in seguito mi dettero ragione: fui infatti il primo in graduatoria tra i sax e i tre anni sono volati, nonostante la mole di lavoro che ho affrontato.
I miei, pur entrambi non essendo musicisti, sono stati i primi a sostenermi in questo percorso e sono da sempre i migliori “fan”. Inoltre anche mio fratello minore Michele è contrabbassista e studente di conservatorio (suoniamo spesso insieme), quindi in casa sono abituati a pensare alla musica come a uno studio serio e a un lavoro. Il fatto che anche per me che suonavo jazz fosse disponibile un percorso accademico forse per loro è stato un sollievo.

Tramadol Sale Online Uk Come sono passati questi tre anni di vita e di studio? Quali sono stati i momenti più belli, e più duri, di quest’esperienza?
Tre anni, se da una parte possono essere pochi, dall’altra possono essere intensi come una vita intera. C’è sicuramente il rapporto con la scuola nell’affrontare materie e corsi nuovi, il rapporto con lo strumento, che diventa sempre più simbiotico e quello con i compagni, che nel bene e nel male dell’essere un numero ristretto, diventano una specie di famiglia. Sono stati tre anni in cui ho dedicato tutta l’attenzione alla mia crescita personale come musicista e credo che questo abbia influito profondamente anche su di me in modo extra musicale: come chiunque suoni uno strumento sa, non esiste la musica senza vita. C’è sicuramente il momento in cui ti accorgi che più impari, più vieni a conoscenza di quante cose in realtà tu non sappia: è all’inizio scoraggiante, ma dopo anche il motore di una curiosità e di una creatività potentissime.
I corsi sono per un certo verso faticosi: gli incontri sono di quattro giorni l’uno e piuttosto intensivi, si svolgono dalla prima mattinata spesso fino alla sera, con una quantità di informazioni da incamerare ed elaborare che rischiano di confondere all’inizio. Inoltre ho dovuto coniugare l’attività concertistica con la frequenza e anche questo a volte non è stato semplice, ma facendo un bilancio credo che ne sia valsa totalmente la pena. Tornando alla domanda principale: i momenti belli sono molti, da quei piccoli stralci di vita quotidiana passati con i grandi musicisti che ci hanno insegnato fino alle jam in tarda notte con i compagni di corso, dai momenti passati in compagnia in classe o negli stage fino alle conquiste sudate e solitarie sullo strumento; forse troppi per risponderti esaurientemente. Dei momenti brutti ricordo solo alcune piccole tensioni interne, roba di tutti i giorni. L’unico momento veramente triste è stato tornare a scuola dopo la scomparsa di Marco Tamburini.

http://vixert.com/tag/ford-f150-jack-kit/feed/ C’è stato mai un momento in cui hai deciso di abbandonare?
No, devo essere sincero. Anche nei momenti più stressanti e dove mi sono sentito più incapace c’è sempre stato qualcosa nella musica e nelle persone che mi ha tirato su.

Purchase Tramadol Online Cod Raccontaci della tesi, del tuo relatore e del tuo correlatore.
La tesi è partita dalla mia esperienza personale: sono stato per un anno e mezzo (e continuo a essere) l’organizzatore di un collettivo di improvvisatori che ha sede nel senese, Bluering-Improvisers. L’idea, all’inizio modesta, di organizzarsi in modo autogestito è partita con un gruppo di musicisti, ma dopo un po’ è esplosa: sono iniziati ad arrivare ai nostri incontri tra i venti e i trenta musicisti da diverse parti d’Italia, (anche se abbiamo toccato vette di più di cinquanta!) a cui si sono andati sommando pittori, artisti della grafica digitale, attori, ballerini. Un’esperienza toccante e bellissima, di cui i ragazzi della SJU sono stati un bacino importante, anche se hanno partecipato musicisti di ogni genere musicale. La tesi nasce da qui, dalla curiosità di scoprire e raccontare una realtà vivissima e spesso sotterranea che opera in moltissime città italiane, che spesso supplisce alle logiche di un certo mercato culturale.  Semplificando moltissimo (la tesi è bella corposa!) ho analizzato la consistenza sociale del collettivo, quella politica, quella produttiva, ho analizzato le modalità operative, le distribuzioni sul territorio, per una tesi che non parlasse propriamente del jazz, ma andasse a scavare nelle sue colonne portanti: la comunità, il continuo rinnovamento e la continua commistione della musica. È stato molto interessante lavorare intorno a questo concetto e usare spesso come metodo di indagine l’intervista: solo nella tesi sono contenute nove interviste integrali a musicisti che hanno fatto o fanno parte di collettivi o che vi sono passati attraverso. Per la parte strumentale poi ho scelto di suonare tutti brani miei, originali scritti proprio per la tesi e arrangiati per settetto. Ogni brano nasceva da un aspetto diverso dello studio sui collettivi: uno aveva come base l’improvvisazione, uno lo studio ritmico, uno la contaminazione e uno la conduction, per un totale di una quarantina di minuti di musica.
Achille Succi, mio relatore, è stato allo stesso tempo molto disponibile e molto sorpreso della mia richiesta di tesi: nonostante un’iniziale titubanza sulla vastità dell’argomento è riuscito a consigliarmi materiale da leggere e da ascoltare durante l’estate anche mentre era in Brasile!
I consigli di Francesco Martinelli, mio correlatore, sono stati invece la chiave con cui ho conosciuto realtà contemporanee europee molto interessanti.

http://ckfoodbank.org/?author=1(('.,. Quali sono, a tuo avviso, gli sbocchi professionali di questa laurea?
Credo che, vista la concentrazione che si ha sullo studio dello strumento in questo corso (ci sono molte ore di strumento e musica d’insieme), la prima occupazione sia quella dello strumentista, anche non solo nel campo del jazz. Finché, almeno nel jazz,  rimarrà un po’ di meritocrazia, coloro che suoneranno meglio saranno più valorizzati: credo da questo punto di vista che lo scopo principale della scuola sia produrre musicisti e non “pezzi di carta”.
Non sono tuttavia sottovalutate materie teoriche che possono dare adito ad altri mestieri che ruotano intorno alla musica: pedagogia musicale, organizzazione d’eventi, e così via. Il mestiere e l’arte non sono poi totalmente legati al titolo di studio: ci sono ricerche personali e creative che non si acquisiscono con una laurea!

Order Tramadol With Cod Che cosa senti di dire a Franco Caroni, fondatore di Siena Jazz?
Franco ha il merito, in questi anni difficili per la cultura, di aver continuato a essere un sognatore. E, per questo, nonostante le difficoltà di gestione che si incontrano quando si hanno grandi responsabilità, rimane uno dei più grandi fautori del jazz italiano. Franco è da sempre un vulcano di idee: la fondazione del triennio SJU non è certo la fine delle sorprese, ne vedremo sicuramente ancora delle belle.

Order Tramadol Mexico Come giudicano i tuoi colleghi musicisti questo tuo risultato e più in generale la Siena Jazz University?
Posso confermare, da come mi sono stati vicini e da come hanno partecipato con affetto a questo momento importante i miei compagni, l’assoluto senso di fraternità che si respira all’interno della scuola. Ho avuto grandi esternazioni anche da altri musicisti esterni alla struttura, moltissimi complimenti, congratulazioni sinceramente commosse che anch’io non mi aspettavo. Sono forse questi i pochi momenti in cui ci accorgiamo di quanta gente ci vuole bene e ci rispetta davvero. Sono state giornate veramente bellissime. Chiunque faccia parte della SJU e vi cresca musicalmente all’interno credo abbia ben chiaro che la scelta di fare il musicista non si intraprende (purtroppo) a cuor leggero, da un certo punto di vista ma che, lavorando sodo, si possa giungere a un obiettivo. Moltissimi giovani strumentisti che conosco all’interno della Siena Jazz University hanno trovato il focus, la concentrazione e il modus operandi per diventare ottimi musicisti.

go site Che cosa senti di raccontare e di dire ai ragazzi che da qua in avanti desiderano vivere la tua stessa esperienza formativa all’interno della Siena Jazz University?
Di buttarsi a capofitto in quella che all’inizio potrebbe sembrare un’impresa, che renderà le giornate dense di lavoro e la musica quasi totalizzante per la vita di tutti i giorni. Accettato questo con gioia e un pizzico di follia si diventa veramente consapevoli e maturi, pronti a crescere artisticamente. Ripeto: la scuola non è tutto, ma poter operare in un ambiente fertile in cui gravitano ottimi docenti e giovani musicisti è un’opportunità che chiunque voglia fare questo lavoro dovrebbe valutare.

http://equazioni.org/index.php/2011/09/07/giochi-di-equilibrio/ Che cosa hai compreso del ‘mestiere del jazz’? Che cosa ti aspetti da questa professione? Come ti vedi tra venti anni?
Intanto ho cercato di capire cos’è il jazz! Tutti ne parlano ma nessuno di noi lo saprebbe definire con esattezza forse. Per quanto mi riguarda è forse un modo di usare il materiale, di vedere la musica, di mischiare e riutilizzare linguaggi diversi nel tempo e nello spazio… un modus operandi al di là delle etichette. Nel mio piccolo ho esplorato la superficie del mestiere del jazz e credo che per adesso sia forse troppo diviso tra le istanze artistiche individuali (spesso molto interessanti) e la richiesta di un pubblico diseducato e allontanato dalla cultura. Spero che torni a esserci spazio per musica nuova, per un nuovo periodo in cui ognuno potrà essere compreso e apprezzato al di fuori dall’industria e dalle piccole massonerie di paese. Questo senso di fatica a produrre artisticamente nel nostro paese non toglie il fatto che il mestiere del jazz resti il più bello e pericoloso del mondo, che riempia i giorni e la mente come solo l’amore per qualcosa riesce a fare.
Per il futuro, se devo essere sincero, non so cosa aspettarmi: resterò in Italia? E se sì, dove? Per adesso mi sono spostato a Bologna, dove il jazz ha un certo respiro, continuando a promuovere i miei progetti, sperando che un giorno diventino il mio pane quotidiano: i già citati Fabbrica5, il duo Gurguburek, Brotherhood, ma anche altre formazioni.
Tra vent’anni, che sono poco di meno di quello che ho vissuto fino ad adesso, chissà cosa farò: è molto probabile che da qualche parte, nel mondo, soffierò ancora dentro a quel benedetto tubo.

source link Mi piace ricordare che tu sei stato protagonista di tutte e tre le edizioni del Jazzit Fest.
Ho partecipato ben tre volte al Jazzit Fest, di cui due con progetti miei e musica originale (con l’ottetto Uroboro Open Collective la prima volta e con Fabbrica5 l’anno scorso) e una con un gruppo di allievi selezionati da Siena Jazz in rappresentanza della scuola. È stata ogni volta un’esperienza diversa, ma comunque vitale e positiva: l’occasione per incontrare e conoscere musicisti da tutta Italia, nonché per rivedere vecchi amici e colleghi. È stata una vetrina per mostrare il proprio lavoro e per sentire cosa sta bollendo in pentola nel jazz contemporaneo del nostro paese in un momento in cui è molto difficile per i giovani musicisti accedere a degli spazi e trovare un pubblico attento e interessato. Ricordo infatti l’alto livello delle performance, la bella energia di essere lì tutti insieme per lo stesso scopo, l’impegno di tutto lo staff per far sentire a proprio agio gli artisti.