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Il jazz nutre il pianeta</br>Parla Mario Ciampà

Il jazz nutre il pianeta
Parla Mario Ciampà

In occasione della 39a edizione del Roma Jazz Festival, in programma a Roma, presso l’Auditorium Parco della Musica (ma non solo), dal 14 al 30 novembre, abbiamo intervistato il suo direttore artistico, Mario Ciampà.

di Luciano Vanni

Anche quest’anno il Roma Jazz Festival si distingue per essere tematico, per avere un cartellone artistico costruito attorno a un’idea: ci spieghi come nasce l’idea del sottotitolo “Jazz Feeds the Planet”?
Cerco sempre di essere sull’attualità, lo scorso anno abbiamo affrontato il tema dell’economia mentre quest’anno l’avvenimento italiano più importante è stato l’Expo. Prendendo a prestito il loro claim e il concetto di internazionalizzazione, ho costruito un programma che coinvolge musicisti di quattro continenti.

Quando hai deciso di intitolare il programma con questo tema, avevi già un’idea di ciò che andavi a realizzare?
Non del tutto, il tema generalmente lo decido uno o due anni prima, poi cerco musicisti e formazione che possano essere coerenti con il progetto. Non sempre si riesce a trovare ciò che si desidera e quindi il progetto si adatta. Inoltre, intorno all’idea aggrego sempre altre iniziative che arricchiscono la programmazione e coinvolgono nuove realtà culturali e imprenditoriali.

Che cosa significa per te Jazz Feeds the Planet?
Significa che il jazz, nato da una fusione di culture musicali europee e africane, alla fine ha trovato la sua identità afro-americana, ma non ha mai perso la forza di confrontarsi con le altre musiche e con le altre culture, contaminandole ed essendo a sua volta contaminata. Per questo il jazz ha nutrito e nutre il pianeta con la sua musica.

Che cosa metterai in scena: ci presenti, in sintesi, il programma?
Il programma presenta gruppi di diverse nazioni che esprimono le proprie radici culturali da Gregory Porter a Dhafer Youssef, Avishai Cohen, Chihiro Yamanaka, Vinicius Cantuaria, sino agli italiani Bosso-Biondini in una nuova produzione con lo String Quartet e la conclusione originale con Mauro Ottolini a confronto con il cuoco del Gambero Rosso Giorgione in un cooking show.

Che tipo di relazione ci sarà tra musica e tradizioni gastronomiche?
Non ho voluto legare strettamente il concetto jazz-cibo, per questo ho chiesto a sette rinomati chef stellati della Capitale di dedicare un piatto a uno dei musicisti presenti nel programma, trovando delle affinità tra i sapori e le suggestioni musicali. Oltre all’iniziativa Chef in Jazz, abbiamo lanciato Eat Drink & Jazz coinvolgendo la nuova, creativa ristorazione romana nella promozione del festival, offrendo uno sconto sui nostri biglietti in cambio di uno sconto al nostro pubblico sulle consumazioni. Tutto questo nell’ottica dello sviluppo del pubblico.

Il Roma Jazz Festival, anche quest’anno, farà ascoltare la sua voce dentro e fuori l’Auditorium Parco della Musica: come e dove?
Oltre ai concerti all’Auditorium Parco della Musica, offriremo tre concerti gratuiti di piano solo con giovani talenti quali Fabio Giachino, Enrico Zanisi, Domenico Sanna. Altri due concerti saranno “fuori porta” nelle cantine di rinomate case vinicole.

Che cosa ti attendi da questa edizione? Quali sorprese?
Mi attendo che un pubblico appassionato di jazz, colto da curiosità venga ad ascoltare anche le nuove proposte come quella di Ameen Saleem, Alfredo Rodriguez, Sarah McKenzie e Sun Hee You.

Che cosa significa, oggi, promuovere un evento come il Roma Jazz Festival?
Significa una grande fatica e una grande tenacia, ciò che mi ha permesso di arrivare alla trentanovesima edizione.

Hai qualche idea per il futuro?
Sì, ho diverse idee per le prossime edizioni del festival, un nuovo progetto per un video portale per promuovere il jazz italiano e una mostra sul rapporto tra grafica e jazz.