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Il Jazz e le arti: intervista a Guido Michelone

Il Jazz e le arti: intervista a Guido Michelone

13 novembre 2019

L’intervista al critico e studioso in occasione dell’uscita del suo nuovo libro

Si intitola “Il jazz e le arti” il nuovo libro di Guido Michelone pubblicato da Arcana, un meraviglioso viaggio nelle relazioni tra il jazz e fotografia, moda, architettura, etc.; l’abbiamo intervistato.

Di Eugenio Mirti

Come si è sviluppato nel corso del tempo il lavoro per questo libro?
Da sempre lavoro in maniera interdisciplinare: nel corso degli anni a livello di insegnamento (anche accademico) mi sono occupato di arte figurativa, letteratura, cinema, teatro e oggi musica jazz e pop, ragion per cui non è stato difficile voler e poter confrontare il jazz via via con una singola disciplina. A livello pratico ho raccolto e ovviamente modificato e aggiornato un lavoro di circa vent’anni, nel senso che quasi tutti i venti capitoli del libro erano articoli usciti su Alias, il supplemento culturale del quotidiano Il Manifesto che si è sempre rivelato quello più attento e interessato a questo tipo di argomento: mettere insieme il jazz via via con altro. Ovviamente un articolo non è un capitolo di un libro già bell’e pronto e quindi il lavoro di limiture e di aggiunte è stato lungo e laborioso.

Chi è il lettore/lettrice ideale cui si rivolge?
Direi da un lato le persone attente o interessate alla grande cultura novecentesca, perché è in fondo di questo che parla il libro; ancor di più chi ama il jazz (jazzofilo, jazzomane, jazzologo, eccetera) e l’arte figurativa a 360 gradi. Paradossalmente finora le presentazioni sono state maggiori fra le associazione facenti capo al mondo dell’arte che non fra quelle della musica e del jazz. Ovvio poi che il desiderio utopistico, credo, di qualsiasi scrittore è che persino un lettore all’oscuro dell’argomento si avvicini al libro per saperne di più e possa scoprire un mondo meraviglioso…

Come hai organizzato la divisione tra le varie arti?
Le arti nel libro sono inserite in ordine alfabetico per una migliore consultazione, io ho scelto qui le arti figurative, audiovisive e performative; ad eccezione della letteratura (a cui dedicherò un libro) ci sono tutte, comprese pittura, fotografia, fumetto, e anche fiction, documentario, cartoon, teatro, rito, jazz-poetry, etc.

Alcuni capitoli faranno (presumibilmente) inorridire i puristi (per esempio il primo, sull’abbigliamento); quanto invece è importante secondo te l’analisi di queste correlazioni, meno studiate (o note) di altre, per definire meglio il jazz e la sua storia?
Le correlazioni sono importanti perché da fine Ottocento a oggi nella musica non classica (in Italia spesso chiamata extracolta) le funzioni di paratesto (come ad esempio la copertina di un disco o i gesti di un jazzman in scena) rispetto al testo (la musica registrata o suonata dal vivo) diventano essere testo, ossia un tutto integrato che va a connotare l’esperienza musicale stessa. Per conoscere e capire il jazz non serve uno spartito, bisogna ascoltare, vedere, “leggere” il disco o, se si va a un concerto, godere di tutto quanto offre la “messinscena”. Lester Young è Lester Young anche per il pork pie hat (cappello a forma di torta salata con carne di maiale) e per come alza il sax in diagonale , Monk per i buffi copricapo, l’Art Ensemble per i mascheramenti africaneggianti, eccetera, eccetera.

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In particolare ho trovato interessante il capitolo sull’architettura, in cui spieghi l’adattabilità del jazz, a suo agio in ogni luogo. Forse più di altri spiega la natura peculiare del jazz, musica meticcia che si adatta a tutto senza cambiare natura, sei d’accordo?
Certo, sono d’accordo: in oltre un secolo di vita, almeno fino a oggi, il jazz non ha avuto bisogno di forme particolari di teatri o di auditorium perché è un arte che plasma il luogo in cui si esercita e si manifesta, e non viceversa. D’altronde è l’unica musica ormai diffusa in tutto il mondo che non ha avuto necessità di cambiare pelle in ogni nazione in cui è stata accettata e amata; non è come la pop music che – giustamente – oggi usa i ritmi e i timbri delle sonorità angloamericane ma è cantata nelle varie lingue locali. Certo,il jazz ha saputo anche assorbire e rielaborare le singole etnicità, ma questo fa parte del suo DNA di musica appunto di meticciati, di fusioni, di incontri.

Sintesi dell’intero volume è la cronologia comparata in appendice: un brano per anno dal 1917 ad oggi accompagnato da esempi presi nelle altre arti. Come ti è venuta l’idea di questo sviluppo “orizzontale”?
Sinceramente lo fanno soprattutto i libri illustrati: mi era capitato a New York, in viaggio di nozze, dopo la visita al MOMA (Museum Of Modern Art) di aggirarmi in quello splendido bookshop e di trovare un volumone – neanche costosissimo – dal titolo The Art Of XX Century, dove anno per anno veniva discussa la pittura in dialettica alle altre discipline, con immagini splendide non solo di quadri, statue, architetture, ma anche di fotogrammi di film e di fotografie di scrittori, musicisti, etc. Avrei voluto che anche il mio libro fosse riccamente illustrato, ma i conti non l’hanno consentito all’editore. Però potrebbe facilmente diventare – saprei come farlo – un bel volumone illustrato simile a quello del viaggio di nozze!

Pensi che nell’era digitale e “liquida” il rapporto tra jazz e altre arti diventerà ancora più stretto, o il peso della tradizione centenaria di questa musica lo renderà più “rigido”?
La rete è ad esempio utilissima: anch’io per questo e l’altro libro precedente – Il Jazz-film – ho trovato informazioni scritte, visive, grafiche, audiovisive, che sarei diventato pazzo a cercare in altro modo (sempre che vi fossi riuscito); bisogna però sempre verificarle e non fidarsi del primo contatto. Lo stesso dicasi per siti, i social, alcuni blog.
Io personalmente sono ancora legatissimo alla testualità fisica e all’oggetto fisico di un libro e di un disco (vinile, in primis) e persino di un dvd, anche se sono perfettamente consapevole che la multimedialità rappresenta il futuro. In tal senso, quando presento un mio libro di musica, chiedo sempre di avere un PC e un maxischermo per proiettare almeno un estratti del filmato ad esempio di pianista o un’orchestra che suona il boogie-woogie , di cui sia Piet Mondrian sia Renato Guttuso ne hanno fatto ‘versioni’ pittoriche tra loro diversissime: ne parlo ovviamente nel libro!

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