I dieci anni del Jazz Club Torino: intervista a Fulvio Albano
Photo Credit To Simona Lombardo

I dieci anni del Jazz Club Torino: intervista a Fulvio Albano

4 luglio 2019

I 10 anni del Jazz Club Torino!

Il Jazz Club Torino ha compiuto da poco i suoi primi dieci anni e ne abbiamo intervistato il  fondatore, Fulvio Albano.

Di Eugenio Mirti; fotografie di Simona Lombardo

Il Jazz Club Torino nasce ufficialmente 10 anni fa, ma le sua attività erano iniziate ben prima.
Il Jazz Club venne inaugurato il 23 giugno del 2009 con le attività di supporto (il servizio bar e quello di ristorazione) pienamente in funzione; ci fu una grande festa cui partecipò anche Piero Angela; andando a ritroso voglio ricordare però che il locale venne inizialmente aperto a gennaio 2009 come sala da concerto (ancora senza servizio bar) con Gianni Basso.

L’associazione (JCT) venne originariamente fondata da me e Gianni Basso nel 2005 con tantissimi amci,  l’idea era quella di creare un’entità per condividere la musica con il pubblico in  uno spazio fisico; il Jazz Club nacque quindi nel mio caveau in via Campana, in cui ci si trovava ogni settimana.
Passarono tantissimi musicisti nazionali e internazionali, ma soprattutto nacque una forte condivisione con il pubblico.
L’attività iniziò come evento privato ma ebbe subito successo e quindi decidemmo di presentare un progetto alla città di Torino, che venne poi approvato nele 2007; contemporaneamente presentammo la richiesta alla Unione Europea per costruire una sala da concerto, che realizzammo in 2 anni tra il 2007 e il 2009, in un angolo del parcheggio del piazzale Valdo Fusi: da quest’angolo nacque il JCT, che credo sia reputato come uno dei più bei Jazz Club italiani (e non solo!). Soprattutto è un locale nato per la musica, e la  quantità di concerti realizzati lo testimonia: la media è di 300 concerti all’anno, circa 3000 dall’apertura ad oggi!

Qual è stato il momento più bello?
Difficile a dirsi, ci sono stati momenti favolosi… mi sembra importante ricordare che il Jazz Club ha dato un forte contributo nel creare consenso istituzionale. Ricordo cene con Benny Golson, Carla Bley, Dionne Warwick, insomma personaggi molto famosi. Quale sia stato il momento migliore non saprei dire, rischierei di fare dei torti, ma ci sono stati tanti momenti bellissimi. Il mio rammarico è che Gianni Basso sia potuto venire solo nei primi mesi e non abbia potuto vedere l’opera compiuta.

Qual è il tuo contributo personale che ti rende più orgoglioso?
Aver condizionato in modo positivo la vita culturale di Torino e del Piemonte orientandole verso la musica jazz.

Cosa ti aspetti per i prossimi 10 anni?
La convenzione con la città dura 20 anni, spero che siano fruttuosi, ma questo dipende da tanti fattori: la congiuntura economica, lo stato dei contributi etc.

Siamo nati sotto una buona stella, la fiducia è che durante i prossimi 10 anni l’opera sia completata e venga rilanciata.

Al momento sto seguendo tanti progetti internazionali come Piemonte Jazz, una realtà che vuole portare il Jazz del Piemonte a essere conosciuto a livello internazionale come brand; presto andremo a Edinburgo per un accordo tra Piemonte e Scozia, penso a un rapporto con il Canada che è già consolidato, per ragioni miei personali ho legami con il sud est asiatico, e infine ci sono  contatti con l’Australia.

Sei riuscito a combinare la tua vita artistica con quella del manager che ha dovuto gestire moltissime cose?
Ho mantenuto il mio rapporto con la musica, anche se l’equilibrio è difficile; ho cercato di rendere la parte artistica sempre preponderante, come si vede nell’attività della Torino Jazz Orchestra, che è l’eredità della grande orchestra che fondò Gianni Basso (e io ero tra i ragazzi quando nacque nel 1983!).

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