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Human See, Human Do<br/>Intervista a Luca Dell’Anna

Human See, Human Do
Intervista a Luca Dell’Anna

 10 gennaio 2019

Da qualche mese è uscito l’album Human see, Human Do di Luca Dell’Anna Quartet per l’etichetta UR Records. Il pianista è accompagnato da Massimiliano Milesi al sax tenore, Danilo Gallo al contrabbasso e Alessandro Rossi alla batteria; lo abbiamo intervistato.

Di Nicola Barin.

Ci racconti brevemente qual’è stato il percorso musicale che ti ha portato al jazz?
I primi ricordi musicali che mi sovvengono risalgono a quando ascoltavo in auto, con mio padre, Ray Charles, i Platters, Harry Belafonte, Perez Prado. Credo che l’amore per la musica afroamericana e latinoamericana si siano impressi nel DNA da allora. Poi è giunta la scoperta del blues. Intorno ai dodici o tredici anni già andavo a caccia di trasmissioni del Pistoia Blues e me le registravo su videocassetta per poi consumarle guardandole all’infinito. È stato così che ho scoperto Dr.John, B.B.King, Johnny Winter. Intorno ai sedici anni, anche grazie a un giro di amicizie illustri, ho iniziato a conoscere il jazz ed a prendere lezioni: il mio primo insegnante è stato Bruno Cesselli, che mi ha illuminato, poi è arrivato Andrea Beneventano che ha portato avanti magistralmente l’opera.

Qual è il tuo rapporto con l’improvvisazione?
In realtà improvviso dal primo momento in cui misi le mani sulla tastiera, prima ancora di sapere cosa stessi facendo e di avere qualsiasi nozione teorica. Iniziai poi a spulciare fra i dischi in casa e mi innamorai di Bach improvvisando melodie nel suo stile (probabilmente orribili, soprattutto per i miei genitori che mi sopportavano tutto il giorno). Non posso concepire la musica senza improvvisazione, anche semplicemente intesa come concretizzazione della pagina scritta nell’unicità del qui ed ora. Tuttora non riesco a capire chi non comprende il piacere e la verità intrinseca del processo di creazione della materia musicale dal nulla. Esistono musicisti che senza uno spartito non osano improvvisare o, parole loro, “non sanno cosa fare”. Deve essere forse una questione di diverso rispetto nei confronti dell’astrazione di derivazione romantica del Genio Creativo: probabilmente per essere improvvisatori si deve necessariamente avere una componente irrispettosa ed iconoclasta e non aver timore di sbagliare.


 

Ci descrivi il diverso approccio che adotti verso il piano acustico e verso il Rhodes, con il quale hai grande affinità, come testimonia l’album The Fourth Door in compagnia di Ivo Barbieri e Francesco Cusa.
Come accennavo prima il mio approccio al jazz si è sviluppato gradualmente partendo dal soul, rhythm & blues e blues; il Rhodes era nelle mie corde forse ancora prima del piano acustico. Fin da bambino suonavo il piano verticale con la sordina perché mi ricordava vagamente il suono ovattato del piano elettrico. Inoltre i pianisti che ascoltavo in gioventù tendevano a “maltrattare” e ad utilizzare il piano classico in modo piuttosto crudo, come Dr. John o Professor Longhair (tuttora per me due dei giganti della tastiera). L’ascolto di quelli che sono universalmente riconosciuti come grandi pianisti è giunto successivamente: Keith Jarrett, Glenn Gould, Gonzalo Rubalcaba, Bill Evans. Nei confronti di quest’ultimi ho sempre provato un timore reverenziale che ancora mi porto dentro. Ascoltando Art Tatum oppure Oscar Peterson a chi non verrebbe voglia di mollare tutto e dire: “ma chi voglio prendere in giro”? Per tale motivo forse il Rhodes lo sento più familiare, più abbordabile, in un certo senso più “maltrattabile” rispetto a quella bestia nera da una tonnellata, terrificante e capricciosa, che spesso detta le regole e decide quando e come vuole graziarti della sua poesia. Ovviamente trattasi di un mio costrutto artificiale: se ascolti Herbie Hancock, Chick Corea o Bojan Z al Rhodes non sono certamente “abbordabili!”

Quali sono le tue influenze musicali?
Direi che nelle risposte precedenti ho finito per citarle un po’ tutte. Aggiungerei tutto ciò che non è jazz ma che è ugualmente fondamentale per la mia formazione: innanzitutto l’amore incondizionato per Tom Waits, di cui conosco a menadito tutti gli album e che ascolto tuttora senza stancarmi. Poi il mio amore per il rock, dagli AC/DC (tuttora i migliori in assoluto) ai Deep Purple fino ad arrivare alla Dave Matthews Band. Non posso esimermi dal non citare la musica cubana e latinoamericana: dai Los Muñequitos de Matanzas agli Yoruba Andabo, NG la Banda o Tony Martinez, tutto conduce, con un filo neanche troppo complesso, a Gonzalo Rubalcaba e Danilo Perez. Si potrebbe anche aprire un capitolo relativo al tango: Carlos Gardel è tuttora nei miei ascolti quotidiani.

Ci sveli il significato del titolo Human See, Human Do?
Esiste un modo di dire americano “Monkey see, monkey do” che sostanzialmente viene usato per apostrofare qualcuno che agisce senza pensare, che fa le cose copiando come una scimmia. La medesima locuzione viene ribaltata nel film “Il pianeta delle Scimmie”, del 1968, quando le stesse si stupiscono dell’intelligenza apparente di un Charlton Heston in gabbia. Nella pellicola viene usata l’espressione “Human See, Human Do”. L’idea del brano e del disco è sorta spontaneamente e l’ho voluta fissare, collegandomi a quel “fare senza pensare” che è una parte del processo creativo. Nella stessa maniera “Monkey and the Brain” si rifà al concetto della Mente Scimmia espresso nello Yoga Vasistha (e nelle note di copertina). Tutto ha a che fare con il discorso già iniziato in “Tan T’Ien” delle interazioni fra le varie parti del nostro io cosciente e subconscio durante la meditazione e l’atto creativo, ed espresso anche in qualche modo nel brano “Mind Chatter” nel mio progetto precedente.

Qual è stata l’esigenza compositiva che ti ha portato alla formazione di un quartetto?
La voglia di fare un passo indietro, di non dover registrare con l’ansia di dimostrare alcunché ma di starmene lì seduto ad una tavola rotonda insieme ai miei amici e compagni di gioco, sentire cosa hanno da dire e partecipare, per quanto necessario, nulla di più. Sono tre dei più talentuosi e creativi musicisti che io conosca, suonare con loro è come ascoltare ogni volta il mio CD preferito. È solo un incidente che ci sia io tra i piedi a rompere le scatole con il piano. La mia performance in questo disco ha poca tecnica e virtuosismo, ma l’energia del gruppo c’è e avanza nonostante tutto. È stata una notevole lezione che mi lasciato molto anche per il futuro.

Come è avvenuto l’incontro con i componenti del gruppo?
Siamo legati da amicizia e stima, con alcuni di loro anche ventennale. Con Danilo Gallo siamo colleghi nell’insegnamento, con Alessandro Rossi abbiamo condiviso diverse esperienze insieme, lo stesso con Massimiliano Milesi. L’interplay presente sul palco è la trasposizione esatta della comunicazione che abbiamo di persona, questo è ciò che amo di questa formazione, perciò li ho scelti. Avevo la necessità di creare qualcosa con persone che condividessero con me non solo la musica, ma la vita, la cultura, l’umorismo. La musica può essere un’estensione della parola, più profonda e più elastica. Se le teste non comunicano rimane una sterile digitazione dello strumento.

In quest’ultimo album scopriamo una telepatia/empatia, tra i vari componenti, che sorprende. Si coglie un progetto più coeso e strutturato che, senza diventare rigido, permette ai singoli musicisti di esprimersi in maniera autonoma. Sei d’accordo?
Assolutamente sì. Anche se è dal vivo che il quartetto rende il meglio. Nell’album è, in un certo senso, più in evidenza la scrittura. Ma se questa elasticità strutturata si percepisce significa che in qualche modo l’obiettivo è stato raggiunto. La telepatia/empatia è il risultato del nostro rapporto personale anche al di fuori della musica, ho scoperto in questi ultimi tempi che ciò è l’aspetto fondamentale per far funzionare un progetto musicale.

Puoi anticiparci qualche novità per il futuro?
Un mese fa è nata mia figlia Camilla, l’arrivo di questo magnifico e poderoso esserino nella vita ha il potere di relegare tutto il resto in secondo piano, portando con sé la consapevolezza che tutto esiste nella meraviglia del momento presente. Quindi con tutta la gioia che sto vivendo in questo presente esaltante ti dico che, bah, non lo so e non m’importa. Ho diverse idee che bollono in pentola ma nessun progetto ancora definito: è un momento magmatico, come diventa improvvisamente, felicemente magmatica, la vita in attimi come questo.

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