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Gianni Lenoci: l’essenza tangibile

Gianni Lenoci: l’essenza tangibile

8 novembre 2019

Il ricordo di Francesco Cusa

Abbiamo chiesto a Francesco Cusa di scrivere un ricordo di Gianni Lenoci, scomparso prematuramente.

Di Francesco Cusa

Manca un tassello, è come se in molti avessimo perso un tassello, una tessera fondamentale per ricomporre il puzzle della nostra vita artistica.
La verità è che l’assenza di Gianni Lenoci, ora che si sono diradati gli echi della sua deflagrante scomparsa, comincia ad assumere i contorni della reale dimensione di ciò che è stato il suo esistere, lasciando al suo posto una monade, un’entità pulsante di interrogativi. Siamo di fronte – io e molti altri, ma anche quella parte energetica non antropomorfa che fonda e forgia costantemente la morfologia dell’esistere – a una sorta di vibrazione-ridondanza che non smette di alimentarsi e che, anzi, come un suono in perenne propagazione, pare esser diventata la frequenza costante nel nostro processo di crescita.

Faccio un esempio che mi tocca direttamente: la scomparsa di Gianni Lenoci ha determinato un mio riavvicinamento all’ascolto, alla musica tout court. Erano anni che non mi documentavo, che non mi applicavo, se non saltuariamente e per gli omaggi offerti generosamente dai miei colleghi, alla fruizione meditata, consapevole, attenta, alla cura dell’ascolto. Questa è una delle tante cose che devo a lui.

Il nostro perenne, costante dialogo, si nutriva di ogni tipologia di argomento, ma aveva sempre come fulcro questa ipotesi del trapasso. Solo adesso realizzo che il ruotare delle nostre azioni aveva come cardine il cambiamento assoluto di ogni prospettiva, il sondare il mistero della morte.

Constato inoltre che questa sua sparizione è stata… perfetta. Nel senso che è stata necessaria a porre l’attenzione sulla statura dell’uomo e dell’artista nell’esatto momento funzionale alla sacralizzazione del suo ruolo messianico. Gianni Lenoci ha così determinato il suo kairos, sfuggendo alla cronologia della sequenza e fondando una sua cultualità: la qualità dell’essere speciale della cosa.

È dunque al contempo naturale e assurdo che i più si accorgano solo adesso dello spessore di Lenoci; è del tutto naturale perché esiste nella sua poetica una concezione parmenidea che nega il divenire e che rende fruibile ogni sua parte nella totalità non più “disgregata” nel corpo, ed è al contempo assurdo perché per molti aspetti il segno del suo magistero maieutico e artistico prende lo slancio a partire dalla sua scomparsa. Ciò non tocca, beninteso, se non marginalmente, chi viceversa di Lenoci è stato sempre seguace, complice, collaboratore, amico. Il tema, più volte sollevato, ma che qui trova nuova linfa per le caratteristiche peculiari e, oserei dire, a causa della stessa weltanschauung lenociana, ritorna sempre come una litania: occorre morire per essere riconosciuti, e non essere sottratti all’oblio dopo la troppe manchevolezze di organizzatori, manager, critici, di noi musicisti stessi ecc.?

Anche di questo discutevamo spesso, ma Gianni Lenoci disponeva di forze e consapevolezze radicate, e riusciva a sublimare certe umiliazioni figlie dell’indifferenza greve con abnegazione aulica e rigore monastico. Tale metodo, che pur si nutriva di contraddizioni e ripensamenti, accendeva un fuoco interiore comune che consentiva a tutti noi di riscaldarci nella notte del deserto, nell’ecumene di una nucleo-bolla che fungeva da rifugio al contenuto dell’opinione illusoria secondo cui gli uomini dirigono comunemente la loro vita. Si creava quindi – nel cazzeggio così come nella prassi creativa -, una densità palpabile, che costituiva la base naturale e solida del reale senso del nostro frequentarci.

Il concreto e tangibile lascito di questo grande artista vive e prospera nel suo pianismo, nell’opera composta da suoni che egli continua a produrre da distanze siderali nell’epifenomeno delle nostre esistenze. Questa densità di suono è, aristotelicamente, in sé rivelatrice del fatto che il nulla non può generare l’essere, altrimenti il nulla sarebbe l’essere, e, nel nostro caso, è il segno del fatto che la musica di Lenoci è attestazione di movimento costante, di permutazioni di vite e prassi in perenne dialettica, dell’esistenza della cosa in sé.

Alla fatuità, occorre contrapporre la “trasvalutazione di tutti in valori” di nietzscheana memoria, perché Gianni Lenoci era sostanzialmente un rivoluzionario travestito da uomo per bene. Il ricordo di Gianni Lenoci non può essere solamente tributo alla memoria; occorre trasformarlo in prassi, in azione che deve spingere chi ha amato la sua musica e i suoi insegnamenti a farli rivivere, sottraendoli al gioco della corruzione. Questo lui vorrebbe, questo noi faremo.

© Jazzit 2019