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Intorno alla musica <br/> Intervista a Giacinto Cistóla

Intorno alla musica
Intervista a Giacinto Cistóla

20 febbraio 2019

Giacinto Cistóla vive e lavora a Martinsicuro, un piccolo centro al confine fra l’Abruzzo e le Marche. Chitarrista, appassionato didatta, curioso ricercatore e instancabile promotore culturale, con lui abbiamo intavolato una chiacchierata che si è rivelata piacevole e ricca di interessanti spunti di riflessione.

Di Fabio Caruso

Che cosa vuol dire oggi gestire una scuola di musica in un piccolo centro?
In verità penso sia una simpatica follia, soprattutto in questo tempo di “talent show”; forse inconsciamente per me è una piccola rivalsa per aver tardato troppo nel dedicare completamente la mia vita alla musica. La scuola mi dà la possibilità di interagire con giovani menti che penso siano il vero elisir di lunga vita, imparo da loro mentre io provo a trasmettere la mia esperienza sul campo e i miei studi. Qualche anno fa ho fondato l’associazione culturale “Sinestesia” che si occupa di promozione e sviluppo dell’arte sul territorio. All’interno dell’associazione nasce il “L.A.M.”, acronimo di Laboratorio di Artigianato Musicale: la mia scuola. Gestire una scuola per me è tentare d’instillare la passione per la musica e per il bello nelle nuove generazioni, cercando di “contaminare” con la musica il territorio in cui viviamo.

Quali sono le principali problematiche?
Non penso che ci siano problematiche diverse rispetto ai grandi centri, nel senso che una grande città è frazionata in quartieri che assumono l’aspetto del piccolo centro, siamo sempre la periferia di qualcun altro. Per il resto non mi aspetto molto dall’esterno (amministrazioni pubbliche, enti e altre strutture statali), ma penso che il mio lavoro sia utile alla comunità e quindi continuo a inseguire il mio sogno: sogni al plurale forse sarebbe un po’ troppo pretenzioso.

Quali le maggiori soddisfazioni?
Sicuramente la pratica e la condivisione quotidiana della bellezza. È una gioia vedere la luce che brilla in fondo agli occhi di un allievo quando lui e il suo strumento creano musica. Amo il viaggio che facciamo insieme, mentre studiamo e immaginiamo un mondo sonoro, comunicando a un livello puramente emozionale. A volte c’è necessità di parole per veicolare un messaggio, soprattutto teorico, ma cerco sempre di non separare la teoria dall’atto pratico del suonare. Ogni giorno la musica riempie la mia vita e quella dei miei allievi. La musica mi ha fatto condividere parte della mia vita con persone speciali, che mi hanno fatto crescere come musicista e uomo; la musica ha custodito il mio entusiasmo di fanciullo.

Qualche anno fa hai pubblicato un agile ma esauriente saggio sulla musica del chitarrista Lenny Breau
L’incontro con la musica di Lenny Breau è stato del tutto casuale, ho letto un articolo su di lui, mi sono incuriosito e ho cercato on line qualcosa da ascoltare. È stato così sconvolgente che ho iniziato a raccogliere tutto ciò che era disponibile: dischi, interviste, filmati. Ha cambiato la mia visione della chitarra e della musica e lo ritengo un genio, meritatamente noto in tutto mondo, anche se forse non troppo in Italia. Dopo aver conosciuto la sua musica, mi sono fatto costruire tre chitarre a sette corde a scala corta, così da montare un LA alto sopra il MI cantino, e nel contempo ho abbandonato l’uso del plettro, cercando di approcciare la chitarra in un modo più polifonico. Il piccolo saggio su Breau doveva essere la mia tesi di laurea per il Triennio in Chitarra Jazz, ma in quel periodo avevo una vera “sbornia” per Bill Evans e così ho virato su un lavoro sulla poetica evansiana. La mia ricerca su Lenny è diventata, poi, un libricino pubblicato per la Di Felice Edizioni.

Oltre a essere un musicista e un didatta molto attivo, sei anche un instancabile “artefice” di cultura sul tuo territorio
La mia associazione nasce per sostenere e diffondere la cultura musicale nel territorio ed è un modo per poter dare ai giovani quello che i ragazzi della mia generazione andavano a trovare fuori. Io sono cresciuto musicalmente e culturalmente in un’era ormai preistorica, quando il web non era nemmeno una lontana idea. I concerti erano rarissimi, come pure la possibilità di studiare con validi musicisti, il jazz non era ancora entrato nei Conservatori e le informazioni arrivavano dai dischi o dai workshop che non erano mai vicino casa. Così con la mia associazione e la mia scuola voglio fare questo, diffondere la cultura musicale. Negli ultimi anni ho organizzato diversi workshop e in particolare, nel 2016, ho realizzato il “Progetto Chitarre”: dodici incontri -uno al mese- con dodici insegnanti di chitarra che hanno analizzato lo stile di dodici chitarristi. Tutto questo è stato raccolto in dodici DVD di sei ore ciascuno e in una considerevole mole di materiale didattico che prima o poi metterò in ordine.
Nel 2017 e nel 2018 ho poi avuto la fortuna di avere la direzione artistica dell’ormai consolidato “Marche Jazz and Wine Festival”, che si tiene a Offida, in provincia di Ascoli Piceno. Ne ho curato sia l’appuntamento estivo sia quello invernale.

Domanda da un milione di dollari: che significa, per te, essere un insegnante?
Domanda difficile, per cui provo a elaborare una riflessione. Oggi viviamo un momento storico particolare e, anche per l’enorme sviluppo della tecnologia, abbiamo spinto sull’acceleratore: è stato un po’ come mettere dei libri su un’auto e partire a tutta velocità. Viviamo in una realtà “aumentata” o, se preferisci, in due realtà parallele che si compenetrano e s’influenzano, dove le nuove generazioni comodamente abitano, mentre quelli un po’ meno giovani tentano di tenere il passo. Il web ha cambiato le regole del gioco, ha rimpicciolito il mondo rendendolo alla portata di un click per chiunque. Si può trovare qualsiasi cosa on line: io, ad esempio, quando ho scoperto Youtube sono rimasto chiuso in casa giorni a guardare i video dei miei eroi e mi sono emozionato e quasi commosso nel veder suonare chi avevo sempre solo ascoltato. In questo immenso mondo virtuale che mette in comunicazione tutto con tutti, c’è un continuo stimolo che sta riscrivendo le regoli sociali e non possiamo non tenerne conto, è come una grande onda che bisogna imparare a cavalcare. All’inizio sembrava quasi non fosse più necessario andare in una scuola di musica, in realtà si tornava a fare con il web quello che si faceva quando ho iniziato io da autodidatta e ognuno poteva scegliere la disciplina che voleva imparare e seguire tutorial su come farlo. Mancava, però, parlando di musica, una parte fondamentale, cioè l’interazione con gli altri, l’interplay. Suonare è comunicare, è interagire, è dialogare, la musica veicola emozioni e l’uomo ha bisogno di condividerle con altri. Ecco, io penso che il ruolo dell’insegnante sia un po’ quello del navigatore che usiamo oggi per viaggiare al posto delle vecchie cartine stradali. L’insegnante può abbreviare i tempi di apprendimento, indicando un possibile percorso, può aiutare a costruire un percorso didattico di crescita. Bisogna però, che nell’indicare e dirigere si metta in discussione, interrogandosi sul suo operato, stando attento a non creare un clone, ma cercando di capire le inclinazioni dell’allievo, i suoi punti forti e quelli sui quali deve lavorare di più. Viaggiare insieme e raggiungere insieme piccoli o grandi traguardi.

© Jazzit 2019

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