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George Gershwin
L’America in un pianoforte

George Gershwin<br>L’America in un pianoforte

Sono pronto a scommetterci: se dico “Gershwin”, alla stragrande maggioranza dei miei lettori verrà in mente l’attacco della Rapsodia in blu. Quel glissando di clarinetto che si arrampica sempre più in alto, quasi a voler scalare i grattacieli di New York (sì, esatto, proprio come nella scena iniziale di Manhattan). I più smaliziati citeranno “Porgy and Bess”, Summertime, o uno dei tanti standard jazz da lui partoriti. O magari, per gli esperti, il Concerto in Fa, o Un americano a Parigi, o i Tre preludi. Insomma, ci siamo capiti.

Ora, il problema è che Gershwin è una di quelle figure che nessuno ha mai saputo bene dove collocare. I compositori classici continuano a guardarlo come un grande melodista con ambizioni compositive sproporzionate rispetto alla tecnica (dimenticandosi di Maurice Ravel che, a quanto pare, si rifiutò di dargli delle lezioni affermando che «era inutile voler diventare un piccolo Ravel, quando si è già un grande Gershwin»). I jazzisti suonano The Man I Love, But Not For Me, Embraceable You o una delle tante metamorfosi di I Got Rhythm, ma raramente esplorano a fondo le sue composizioni orchestrali.
Insomma: troppo classico per i jazzisti, troppo popolare per gli accademici. Destino bizzarro, per un uomo al quale Stravinskij, dopo avergli chiesto quanto guadagnasse, ribatté: «Credo che dovrebbe essere lei a dare delle lezioni a me».

Dunque, ricominciamo dall’inizio.
Primo: George Gershwin si chiamava in realtà Jakob Gershovitz ed era figlio di genitori ebrei, di origine russa e lituana. Circostanza tutt’altro che secondaria, se si considera che il mondo dello show business, nei primi anni del Novecento, era praticamente gestito da ebrei: lo erano impresari, compositori, manager, musicisti, cantanti, attori.
Secondo: George Gershwin, nato nel 1898 e morto nel 1937, visse uno dei periodi più esplosivi della storia americana, quello che sta a cavallo tra gli anni Venti e gli anni Trenta. Periodo che non a caso è noto come i Roaring Twenties: sviluppo economico, benessere, borse in crescita, le flappers che scandalizzavano la buona borghesia, il charleston che faceva agitare le membra in frenesie africane, i teatri di Broadway che scoppiavano di pubblico. E, ovviamente, il jazz che si preparava a conquistare le scene. È quello il mondo che Gershwin riflette nelle sue opere: non a caso, fu egli stesso a definire la Rapsodia in blu (composta nel 1924, a soli ventisei anni) «un caleidoscopio musicale dell’America».
Terzo: George Gershwin nasce come pianista. E come grande pianista. Conobbe il ragtime, fu amico di James P. Johnson, cominciò a guadagnarsi da vivere incidendo rulli di pianola, a soli diciassette anni, e per tutta la vita continuò a rallegrare le feste degli amici suonando il pianoforte.
Forse non era (né si considerò mai) un jazzista, ma padroneggiava lo stride piano, suonava con uno swing trascinante e una splendida tecnica, e i suoi arrangiamenti raccolti nel “Songbook” contengono soluzioni armoniche di straordinaria modernità.

Ora, lo so che la domanda è: come ascoltarlo?
Ebbene, Gershwin registrò come pianista, e anche parecchio a dire il vero. Il problema è che quelle registrazioni o sono rulli di pianola, che com’è noto danno un risultato meccanico e privo di sfumature, oppure dischi di qualità sonora decisamente scarsa. Quindi, bisogna fare uno sforzo per superare i limiti tecnici del mezzo di riproduzione e cercare di immaginare come il pianoforte potesse realmente suonare nelle sue mani.
Ecco, ad esempio, un rullo di pianola dove egli esegue uno dei suoi primi successi, Swanee.

Qui, una registrazione di I Got Rhythm, purtroppo molto breve.

Oppure la Rapsodia in blu incisa insieme all’orchestra di Paul Whiteman, che ne era la dedicataria originale; oltretutto, faccio notare che le versioni odierne del brano tendono molto più al classico, mentre qui si sente spesso una sonorità marcatamente jazz, o perlomeno quello che “jazz” poteva significare nel 1927 (ne esiste anche una versione precedente, del 1924, che potete ascoltare qui: ma è inferiore come qualità sonora).

Infine, ecco qui Gershwin che esegue i suoi Tre preludi. Ora, è vero che probabilmente la velocità di riversamento dal 78 giri è troppo alta (tant’è che il brano è quasi un tono sopra rispetto allo spartito), ma provate a confrontare questa versione con quella dei pianisti classici (questa di Zimerman, per esempio), soprattutto per quanto riguarda scioltezza ritmica, swing e scelta dei tempi.

Del resto, lo stesso Gershwin raccomandava, a chi eseguisse la sua musica, di astenersi il più possibile dall’uso del pedale di risonanza e di cercare piuttosto un’interpretazione vivace e brillante. “Americana”, la definiva lui.

Buon ascolto.

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