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Francesco Bruno</br> Al cuore della gente</br> Jazz Life

Francesco Bruno
Al cuore della gente
Jazz Life

Nome e cognome: Francesco Bruno

Strumento: chitarra.

Web: www.francescobruno.com

Che caratteristiche specifiche ha la tua attività professionale? Cosa distingue il tuo lavoro dagli altri?
La mia principale attività è quella di chitarrista e compositore; ho a lungo collaborato come sideman con  altri artisti, in ambiti anche differenti da quelli del jazz e nel 1987 ho iniziato la mia attività come solista, dando vita a molte formazioni e producendo i miei dischi.

Come è cambiato il tuo mestiere, davanti ai tuoi occhi, nel corso degli anni?
I  cambiamenti sono stati molteplici, alcuni dettati da mie scelte personali ed artistiche, altri dovuti a profondi mutamenti culturali e sociali del mio paese. Ho iniziato a suonare professionalmente nei primi anni 70 e la scena musicale era per alcuni aspetti molto diversa da quella odierna.
Dagli anni 70 e ancora fino ai primi anni 80, ho fatto parte, prima con la band di Tony Esposito e successivamente con Teresa De Sio, di progetti che avevano alle spalle il supporto promozionale  delle case discografiche. Le così dette Major investivano molto sui loro artisti, trovando, come avvenuto soprattutto nel caso della De Sio,  riscontri commerciali in un mercato discografico che al tempo era florido. Sono stati anni pieni di concerti ovunque, sin dai primi anni 70 con la formazione di Tony Esposito avevamo una attività molto intensa, per non parlare poi delle tournée  dopo il successo del brano da me scritto per la De Sio, “Voglia e turnà”  ritrovatosi al primo posto nell’allora Hit Parade.
Quando si è coinvolti in esperienze lavorative come queste, di grande successo anche dal punto di vista economico, ci si trova ad un certo  punto inevitabilmente di fronte ad un bivio, ad interrogarsi se quello che si sta vivendo corrisponde a ciò che si desiderava  veramente. Da questa riflessione nacque la mia decisione di dar vita ad un mio progetto artistico personale. Questa è stata una scelta che sicuramente ha generato un grande cambiamento positivo nella mia vita. Occuparsi in prima persona dell’organizzazione della tua attività è  sicuramente un salto non facile, ma cambia radicalmente la prospettiva di ogni tua azione. Scegliere di essere un musicista di jazz che suona la propria musica ha significato, e ancora oggi significa per me, abbracciare l’idea che anche esibirsi per una sola persona è un grande privilegio! Dal 1987, anno di esordio del mio primo cd “Interface” per la Gala Records, ad oggi, molte altre cose sono cambiate: in quegli anni esisteva ancora un mercato discografico e alcune esperienze, quali ad esempio quella della Manifesto CD, consentivano di avere una diffusione sul mercato con cifre oggi impensabili. Oggi tutto questo non esiste più.

Quali obiettivi sociali, culturali e artistici ti sei posto?
Ho sempre pensato che un musicista abbia una grande possibilità nella propria vita: quella di arrivare con la propria musica diretto al cuore della gente, superando ogni barriera nella comunicazione. Tiziano Terzani diceva: «ben vengano gli artisti per la pace! ». Nei miei molti progetti ho sempre cercato dunque, dove possibile, di coniugare la mia musica con l’impegno sociale, senza  che questa divenisse però la bandiera di un partito o di un altro. Nella mia musica ho sempre cercato di portare tutta l’esperienza maturata negli anni come songwriter in una dimensione diversa, quella del jazz, cercando sempre  di curare a fondo i miei progetti. Nel fare questo ho sempre pensato a me stesso come il chitarrista  di un ensemble per il quale io  stesso avevo composto: una prospettiva credo molto distante dall’approccio tecnico/narcisistico oggi largamente diffuso.

Come gestisci la tua carriera? Hai un team che ti affianca o sei da solo?
Da molti anni sono affiancato nella mia attività da mia moglie Donatella, presidente dell’Associazione culturale Hangar. Con lei negli anni abbiamo condiviso tante esperienze e progetti anche molto impegnativi, come quello “Le parole Altre. Il lungo viaggio di Tiziano Terzani”. Devo a lei tantissimo per la forza e la passione con la quale in tutti questi anni mi ha sostenuto. Ovviamente sono molto attivo anche personalmente, occupandomi, mio malgrado, di molti aspetti distanti dalla sola produzione artistica.

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Quali problemi hai riscontrato nel corso della tua carriera? E cosa ti piace di più del tuo mestiere? E cosa, di meno?
Come già accennato, ho avuto la fortuna di vivere in passato esperienze lavorative che sono state fondamentali rispetto alla possibilità di poter intraprendere un percorso artistico autonomo. Ho lavorato moltissimo e duramente, soprattutto nei primi anni 70, quando le condizioni lavorative erano veramente disastrose. A volte mi ritrovo a raccontare a qualche mio giovane allievo quali fossero  le modalità rocambolesche con le quali al tempo ci si spostava per suonare, o le tante notti insonni passate aspettando un treno in qualche stazione sperduta. Oggi sembra un film, ma era proprio così; il tutto però era ricompensato dall’entusiasmo di poter vivere quotidianamente il palco. Del mio essere musicista oggi mi piace il privilegio di poter continuare a creare liberamente, la possibilità di conoscere attraverso la mia musica altre realtà nel mondo e di comunicare attraverso le stesse. Non mi piace la totale assenza di rispetto e considerazione che oggi il nostro paese ha nei confronti non solo di chi fa musica, ma di chi fa arte in genere.

Come ti poni davanti al mercato internazionale? Lo consideri un’opportunità rilevante? Come ti stai muovendo? Hai già avuto esperienze positive? Quanto incide, nella tua economia, il mercato internazionale?
Il mercato internazionale, negli ultimi anni, ha rappresentato  e continua a rappresentare per me una grande  opportunità. Ho lavorato spesso in Polonia, con ottimi risultati, è un paese che  ha una maggiore attenzione alla cultura e dunque sono molte le iniziative poste in essere anche per i giovani. Ho recentemente intrapreso una interessante collaborazione con musicisti israeliani con i quali sto sviluppando un progetto. Il mercato estero è  onestamente oggi forse l’unica vera prospettiva a lungo termine. Il nostro paese  è un paese vecchio, preda dell’ignoranza e della corruzione. Con queste premesse, non credo che si  possa ipotizzare la rinascita  a breve di una qualsiasi forma di network in cui si offra realmente la possibilità di fare musica o cultura in genere a tutti.

Parallelamente alla tua attività artistica ne affianchi anche altre [promoter, direttore artistic, booking agency, didattica, autore di libri-metodi didattici]?
Mi occupo fondamentalmente della mia attività come artista, ma parallelamente ho sviluppato una lunga esperienza anche come produttore discografico e sound engineer, attività che svolgo presso il mio studio. Non ho mai amato molto la didattica, ma negli ultimi anni mi è anche capitato di insegnare.

Dedichi tempo, professionalmente, ai social network? E se sì quanto tempo e su quali social [Facebook, Twitter, Instagram, etc]? Quanto pensi siano rilevanti ai fini della tua notorietà e della tua professione? Hai una pagina personal/privata e una artistica/pubblica? Come gestisci la tua comunicazione all’esterno? Fai attenzione a non parlare di politica, calcio, vita privata, etc. oppure ti senti libero di scegliere linguaggi e argomenti?
Mi occupo personalmente di tutto ciò che concerne la gestione ordinaria sia del mio sito web che dei social network, utilizzandoli quasi esclusivamente per il mio lavoro. Riguardo all’efficacia di essi, pur facendone largo uso, nutro tuttavia qualche dubbio: la mia sensazione è che trattandosi di un mondo virtuale, spesso anche i risultati tangibili, rapportati al numero di persone virtualmente coinvolte in una comunicazione, sono modesti. Non amo discutere di politica e della mia privata sui social, il livello medio delle discussioni è piuttosto epidermico e spesso scade in una  volgarità/aggressività  dalla quale traspare solo il desiderio di chi partecipa di apparire a tutti i costi. Non amo le tifoserie, dunque affronto più volentieri discussioni pacate con amici reali  davanti ad un buon piatto di pasta…

Che strategia adotti per promuovere la tua attività? Cerchi di instaurare rapporti diretti con giornalisti, promoter, discografici, manager, etc?
Dopo molti anni di attività, potrei dire che instaurare un rapporto diretto con gli operatori del settore, oltre ad essere più piacevole, è l’unica maniera per poter approdare a risultati tangibili. Inoltre, bisogna considerare l’enorme quantità di informazioni che essi ricevono oggi attraverso le nuove forme di comunicazione comei social, il che rende ancora più difficile rispetto al passato far emergere una comunicazione.

Cosa ne pensi della promozione artistica applicata ai video? Investi risorse nella realizzazione di teaser, videoclip, riprese live? Hai un tuo canale Youtube?
Credo che oggi una promozione artistica  non possa non considerare l’utilizzo del video. Credo però che, per certi versi, siamo tutti  talmente sollecitati dalle immagini che, soprattutto le nuove generazioni, stiamo progressivamente perdendo una certa capacità di concentrazione  sulla sola musica. Una prova valida per tutti? Proviamo ad ascoltate il solo audio di qualche video eliminando le immagini: scopriremo molto di più (nel bene o nel male) di quello che avevamo ascoltato fino a quel momento! Detto questo, ovviamente  anche io ho un mio canale Youtube che utilizzo per promuovere i mie lavori e ritengo che  il video sia una forma d’arte fantastica, se utilizzata  bene. Ho realizzato diversi video live dei miei progetti, affidandomi all’esperienza della società di produzione di mio fratello Giovanni, la Video Eikon, la stessa che ha realizzato i video artistici per il progetto su Tiziano Terzani “Le parole Altre”.

Quanto tempo dedichi all’aggiornamento del tuo web? Lo ritieni ancora uno strumento valido?
Cerco sempre di tenere aggiornato sia il mio sito web che i social riguardo la mia attività. Come già accennato, nutro qualche dubbio, soprattutto riguardo all’universo del jazz, circa la validità della comunicazione esclusivamente sul web. Credo che il pubblico del jazz nel nostro paese abbia ancora un’età media piuttosto alta, non tutti hanno grande dimestichezza nel rapportarsi con la navigazione da internauti provetti…

In che stato economico versa il jazz italiano, dal tuo punto di vista? Cosa funziona, e cosa non funziona?
In Italia abbiamo grandi musicisti di jazz, che nulla hanno da invidiare a quelli d’oltre oceano; il problema è che il nostro paese, come già detto, non fa nulla, per valorizzare questo patrimonio. Basti pensare a quello che succede in una grande città come Roma, nella quale grandi festival e grandi spazi che  dovrebbero accogliere ed alimentare questa musica non esistono praticamente più.
Torno a ripetere, il problema è fondamentalmente il mix tra ignoranza, corruzione e  clientelismo che dilaga nel nostro paese a tutti i livelli.  Anche il mondo del Jazz non è del tutto  immune da certi meccanismi in cui, in sostanza, la qualità della musica non rappresenta più l’unico pilastro fondamentale.

Cosa ne pensi di ciò che sta accadendo nella discografia? Ha ancora senso parlare di CD?
Il mercato discografico versa in una crisi profonda già da anni; i motivi di questo tracollo vanno, a mio avviso, ricercati in una serie di motivazioni. Provo ad elencarne qualcuna. La rivoluzione avvenuta in campo tecnologico ha consentito alle multinazionali, non solo quelle del mercato discografico, di diffondere il concetto che la tecnologia ci avrebbe resi tutti più liberi, dandoci indistintamente la possibilità di comunicare. Questo concetto, formalmente condivisibile, è stato gradualmente tradotto  in una nuova forma di sfruttamento delle risorse umane, incluse quelle della creatività, nelle mani di pochi grandi gruppi economici. Tornando al nostro vecchio e caro CD, qualcuno sa dirmi, ad esempio, perché dovrei acquistare un CD quando posso ascoltarlo praticamente gratis sul web? Quanto lavoro c’è dietro la produzione di un CD? Quali costi? Quanto dei ricavi che i grossi portali web incassano, vanno agli artisti? Quasi nulla!  E’ un mondo  che sta cambiando, ok, ma in che direzione? A totale discapito della qualità. Il rovescio della medaglia positivo è che  veramente tutti possiamo accedere alla comunicazione, ma in questo mare di informazioni sempre più compresse e frenetiche, in cui ognuno di noi deve continuamente apparire piuttosto che essere, si fa anche strada la disabitudine  a comprendere fino in fondo il messaggio di un artista, ascoltandone per intero un lavoro. Il nuovo Bignami della musica è arrivato; è molto più facile riempire il nostri Ipad con centinaia di brani di ogni tipo, scaricati gratis e spesso ascoltati di fretta con una cuffietta di bassa qualità. Ha dunque più senso parlare di CD? In termini commerciali, no. In termini qualitativi e di ricerca, sì. Chi si sente sentinella della conoscenza (in tutti i campi) continuerà a scrivere libri, ad incidere CD e vinili, a formulare nuovi teoremi, a progettare nuovi edifici. Esiste, per fortuna, il libero arbitrio: possiamo decidere di ‘essere’ al 25%, al 50% o al 100%.

Hai dei modelli specifici che riconosci ‘di qualità’ non tanto sul fronte artistico ma sul fronte del music business?
Se dovessi indicare un modello positivo di music business, dovrei tornare indietro nel tempo e menzionare quello che in passato, grazie anche ai contributi per l’editoria, consentiva alla manifesto CD di produrre musica e di venderla ad un prezzo onesto, ripartendo in maniera trasparente ed equa costi e ricavi con l’artista.

Come ti poni davanti ai finanziamenti pubblici dirottati ai festival? Pensi siano utili? Pensi che siano un ‘doping’ ai danni dei contribuenti oppure di fondamentale importanza sociale e culturale? Cosa significa secondo te ‘investimento pubblico in cultura’?
Ben vengano i finanziamenti pubblici ai festival se questi vengono gestiti da persone competenti che dimostrano con i fatti di agire con competenza divulgando veramente la cultura. Sono fermamente convinto che il governo di un paese civile dovrebbe investire molto nella cultura: unico reale motore di crescita in tutti i sensi. Il problema, come già accennato, è che in Italia si investe poco su questo fronte e quel poco si perde nelle maglie della mala politica, della corruzione e del clientelismo. Insomma per colpa di quelli che vivono al 25%…

Ritieni che un musicista abbia anche un ruolo sociale, oltreché artistico? E se sì, in quale direzione?
Un musicista, come nessuno del resto, non può prescindere dal contesto storico e sociale in cui vive. L’arte ha  dimostrato, nei secoli,  di poter essere un motore fondamentale di aggregazione  fra i popoli. Il jazz è per definizione la forma d’arte che più direttamente fonda le sue radici nei contesti sociali in cui viene vissuta, evolvendosi giorno dopo giorno grazie proprio a questo continuo scambio linguistico e culturale.

Se tu avessi un ruolo politico rilevante, quali interventi adotteresti per migliorare la cultura e il music business specificatamente relativo alla musica jazz?
Forse  partirei da un’attenzione maggiore alla cultura, e nel nostro caso alla musica, a partire dalla scuola, come avviene in altri paesi. Fino a quando non ci sarà più cultura soprattutto nelle nuove generazioni, che saranno coloro che gestiranno il nostro futuro, sarà difficile immaginare qualcosa diverso da quello che stiamo vivendo oggi. La  musica jazz credo avrebbe bisogno di un supporto economico pubblico, per poter creare un network nel quale, a partire dai giovani musicisti, si  possa offrire la possibilità non solo di studiare il jazz, ma anche di viverlo realmente su di un palco. Bisognerebbe immaginare uno staff di persone competenti, oneste e incaricate per un tempo limitato. Questo per evitare, o almeno contenere, il triste fenomeno del clientelismo. Ma oggi è solo un’utopia: l’Uomo ha purtroppo anteposto l’economia all’etica. Io però conto sempre nel libero arbitrio dei singoli…

Se tu avessi un ruolo manageriale rilevante [promoter, discografico, editore, manager, etc] in questo ambiente, come ti comporteresti?
Tutti i ruoli menzionati credo vivano oggi un momento piuttosto difficile per i motivi già sopra citati, ho grande stima di chi, nonostante questa condizione, continua con passione ad immaginare e lottare per una via giusta. Nel mio piccolo, come artista, didatta o produttore per altri artisti, cerco oggi di mettere a disposizione la mia esperienza anche per aiutare i più giovani a trovare la loro strada: a volte basta veramente poco per accendere in loro la scintilla. Credo che al di là della rilevanza del ruolo che si riveste, sia molto importante la qualità e la finalità delle azioni che si compiono esercitandolo.

Come ti vedi, professionalmente parlando, tra dieci anni?
Sempre più proiettato in una dimensione lavorativa internazionale: amo il mio paese e mi auguro che qualcosa possa cambiare, ma realisticamente ad oggi le mie maggiori prospettive continuano ad essere all’estero.

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