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Fra regola e libertà<br /> Intervista a Gianni Lenoci

Fra regola e libertà
Intervista a Gianni Lenoci

10 ottobre 2017

Fra regola e libertà: intervista a Gianni Lenoci   

di Donatello Tateo

Fai spesso riferimento ad uno stato di polizia nel mondo del cosiddetto ‘jazz’. Ritieni che all’occorrenza vi sia in esso anche la necessità di una pratica di ‘brigantaggio’?
Jazz è una parola “illegale”. I Maestri ed Innovatori di questa pratica hanno sempre costruito da loro stessi i propri regolamenti. Il “brigantaggio” è quindi una necessità.

In tutte le epoche nella corrente storica del ‘jazz’, appaiono figure di defilati ma influenti educatori, titolari di quelle che sono state definite “mystery schools”. Alcune di queste figure sono completamente sotterranee, avulse dai palcoscenici e dalla produzione discografica, altre sono molto più esposte ma da cui non ti aspetti quest’azione di influenza. Puoi fare qualche esempio e illustrare ciò che hai colto dello spirito vigente in tali “centri” e di ciò che lì quei maestri avevano da trasferire ai loro adepti?
Tutti i grandi insegnamenti possiedono una forte componente esoterica. Non posso però aggiungere altro. Altrimenti il mistero non sarebbe tale. Posso dirti però che i fondamenti sono basati su concetti e princìpii di grande semplicità e naturalezza.

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Delle variabili geometrie dei tuoi organici, quale equilibrio delle parti desideri ottenere nella formazione in quartetto? La fiducia nei musicisti con cui suoni ritieni che sia sempre la qualità maggiormente desiderabile?
Un artista non è tale se non si assume dei rischi.
La fiducia reciproca è quindi la qualità essenziale per affrontare con serenità i rischi impliciti in ogni processo creativo. Circa il quartetto, mi piace pensare che ci sia un’analogia con gli elementi naturali. Acqua (il pianoforte), Terra (il contrabbasso), Aria (il sax), Fuoco (la batteria).


Nella prassi di improvvisazione totale, il rischio assunto dal performer è sufficientemente riconosciuto e rispettato dall’audience?
In base alla mia esperienza, ti rispondo di sì.
Ma molto dipende dalle capacità comunicative del performer. Dalla sua passione e soprattutto dal suo suono.

Oltre che autore di numerosi temi per improvvisazione jazz e di canzoni, hai un catalogo di scored compositions e operi incursioni nell’area della musica acusmatica. Quali sono le caratteristiche di alcuni di questi 3 lavori (selezionati tra quelli concepiti ed eseguiti più recentemente: Audioculture, Why Not, Antifona – Omaggio A Cecil Taylor?
Sono tutti lavori in cui la componente acustica dialoga con la componente elettronica in una sorta di “doppio specchio” autoriflettente.

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Nell’area della musica ‘contemporanea’, intesa a-temporalmente come lo spettro delle molteplici novità procedurali, hai affrontato esplicitamente (su disco, per Amirani Records), in particolare la “New York School” (Cage, Feldman, Brown, Wolff) e Sylvano Bussotti, ma implicitamente pare che tu cerchi di far convivere tanti altri approcci di quest’area (serialismo compreso). Come hai incorporato nella tua ricerca, per esempio, l’esperienza di questi 3 compositori: Domenico Guaccero (1927-1984), Salvatore Sciarrino (1947) e Fausto Romitelli (1963-2004)? E Domenico Scarlatti come potrebbe dirsi ‘contemporaneo’ in questo senso?
Se si mantiene vivo l’interesse per la ricerca del significato nascosto tutta la musica diventa contemporanea. Assieme alla NY School e Bussotti da tempo esploro ed analizzo come interprete e come compositore alcuni compositori italiani (che io arbitrariamente denomino “Italian Mavericks”). Sono compositori che io ammiro e da cui ho imparato molto in termini di poetica, etica ed indipendenza di pensiero. Aggiungerei a quelli da te già nominati, Bruno Maderna, Luigi Nono, Giacinto Scelsi e Niccolò Castiglioni.

Talvolta, e principalmente nella pratica di conductor, emerge una tua attitudine ‘pittorica’. Quando ti esprimi da informale, con quale delle sue declinazioni di materia, segno, gesto ti ritrovi a incontrarti/scontrarti ? E in quale direzione intendi far evolvere la prassi della conduction ?
La prassi della conduction va in parallelo a tutte le mie altre attività. Materia, segno e gesto sono oggetto di continua riflessione e trasmutazione ogni qualvolta mi accingo a compiere una nuova conduction.

Cosa s’intende per te ‘gestire lo spazio’ in musica ?
Lo spazio ed il silenzio solo la tela bianca su cui proiettare i suoni.

Fra i progetti più trasversali ma, a prima vista, non documentati, spicca un “Concert mystique” (2011), per strumenti, elettronica e coro gregoriano (Coro Novum Gaudium dell’Abbazia Madonna della Scala di Noci diretto da Padre Anselmo Susca) …
Sì, quel progetto fu una commissione propostami dal M° Gianpaolo Schiavo, allora Direttore del Conservatorio “Nino Rota” di Monopoli (dove svolgo la mia attività didattica e coordino il Dipartimento di Nuovi Linguaggi Musicali), per celebrarne i 40 anni della fondazione. Padre Anselmo fu il primo Direttore fiduciario oltre che mio docente di Storia della Musica. A livello personale fu un ‘esperienza molto intensa e gratificante soprattutto sul piano simbolico.

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In certa tradizione buddhista zen, come disciplina quotidiana alcuni artisti disegnano un ensō (cerchio), una sorta di diario spirituale (o preghiera) espresso in un simbolo calligrafico, una firma della propria indole che si rivela dal modo in cui questo cerchio è tracciato. Riconosci qualcosa di analogo nella tua autodisciplina, quindi nell’approccio didattico con i tuoi allievi ?
Mi riconosco totalmente in questo approccio. E l’esperienza mi ha insegnato che gli allievi (anche i meno dotati) assumono sempre dei tratti della mentalità del loro Maestro. Anche e soprattutto inconsapevolmente. L’arte si insegna con l’esempio.

Serietà non è seriosità: per formare un artista maturo, compiuto, quanto conta il lasciare spazio all’aspetto ludico ?
“Bisogna essere giocosi come un bambino e profondi come un filosofo.” (Paul Bley). Non ci sono parole migliori.

Negli esponenti più sorvegliati in qualsiasi ambito sembrano emergere sempre la maniacalità nel lavorare sulle proprie debolezze – piuttosto che soffermarsi sul proprio meglio – e le singolari strategie di ciascuno di essi per il superamento della palude dello scoraggiamento…
Soffermarsi sul proprio meglio implica narcisismo. Le debolezze vanno accettate e fatte divenire il vero punto di forza: è uno dei segreti delle vere menti creative.

È indubbio che i prodotti artistici di una civiltà provengano da un ininterrotto processo evolutivo di invenzione per prova ed errore, di rapporti di lavoro, di intese alchemiche o di compromessi. Nell’attualità sembriamo immersi in una ossessione per l’innovazione, che qualcuno ha anche qualificato “fashionable and stinky”. Un maestro può insegnare l’innovazione o egli è piuttosto un rinnovatore?
Non si può insegnare niente.
Si possono solo condividere esperienze.

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Ti sei mostrato critico verso l’uso abusato e distorto degli attributi ‘spiritual’ e ‘free’ quando riferiti tassonomicamente al jazz (e oltre). Da qualche parte invece ci si riferisce allo ‘spirito libero’ come a un intimo stato mentale, svincolato dalla intenzione, dalla paura delle conseguenze, ma altrettanto obbligato nella disciplina di recuperare in qualche “regione” recessa il contatto con una matrice/energia originaria, mediante l’esercizio di una facoltà che addirittura attraversi esperienze extra-ordinarie, se non proprio traumatiche. Hai ragioni pragmatiche che inducono a riconoscerti libero nel rito della creazione spontanea ? Inoltre, è questa un ‘dinamismo’ affrancato o connesso ai processi organici, alle tensioni in atto nel corpo fisico neurobiologico?
Io sono sempre critico verso l’uso di termini utilizzati come etichette commerciali ed avulsi dal loro reale portato ontologico. Circa la libertà: essa è soltanto un anelito e forse un illusione.

Si teorizza anche che il vivere per il presente sia un’altra ossessione dominante e che sarebbe, in definitiva, un vivere per se stessi e non per i predecessori o per i posteri. Il che porterebbe il rischio di una perdita del senso della continuità storica, di appartenenza a una successione di generazioni che affonda le sue radici nel passato e si proietta nel futuro…
Di “Storia” ce n’è abbastanza in giro. Pure troppa. Forse sarebbe il caso di iniziare a dimenticare qualcosa o perlomeno a dare ogni tanto una scrollata alle spalle per alleggerirsi e viaggiare più spediti.

Hai realizzato di poter fare di questi tuoi continui attraversamenti una condizione permanente o sospetti che questa ricerca porti con sé l’auspicio di trovarvi una stazione di libertà, un ‘secret garden’ ?
Il jazz è un viaggio infinito.

Tempo fa hai sostenuto che ‘in fondo, ogni artista si confronta solo con la trinità di vita, amore e morte’. Questa affermazione sembrò allora (e ancora lo sembra) completamente autosufficiente e inattaccabile (come un tema di Monk .), oltre ad essere una convincente configurazione della Tradizione. Oggi senti di dover trasgredire anche quella ‘struttura’ ?
No. La penso ancora così!